La morte del marchese di Pescara riuscì oltremodo dolorosa a Ferdinando, che amava quella famiglia, non solo per un giusto titolo di riconoscenza, ma ancora pel suo amore verso Costanza, sorella del marchese. Fu per qualche tempo incapace di occuparsi de' pubblici affari; ma Prospero Colonna ne prese in vece sua la direzione. Questi, ch'era dai Francesi risguardato come il capitano italiano di cui potevano meglio fidarsi, per essersi associato prima degli altri alla loro causa, ed essere stato premiato da loro coi più larghi doni, era di fresco passato al partito arragonese ad insinuazione del papa e del cardinale Ascanio Sforza. Bentosto suo cugino, Fabrizio Colonna, ne aveva imitato l'esempio, e per dare un pegno del suo attaccamento al nuovo partito che abbracciava, aveva maritata sua figlia Vittoria Colonna, che in seguito fu così celebre poetessa, a Ferdinando d'Avalos, figliuolo ancora giovinetto del marchese di Pescara poc'anzi ucciso. I pretesti coi quali i Colonna cercarono di giustificare la loro condotta non purgarono del tutto il loro onore: si mostrarono più intenti a salvare le proprie ricchezze in una rivoluzione, che a difendere quegli da cui le avevano ricevute[400].

Frattanto il partito d'Arragona andava ogni giorno acquistando nuove forze. Capoa, Aversa, Mondragone, e le principali città della provincia avevano seguito l'esempio di Napoli, ed Alfonso, rincorato dalla notizia dell'ingresso di suo figlio nella capitale, gli fece chiedere la restituzione del trono che gli aveva rinunciato soltanto per politica. Ferdinando rispose con qualche amarezza, che più prudente consiglio sarebbe il lasciargli prima il tempo di meglio consolidarlo, affinchè Alfonso non si trovasse esposto ad abbandonarlo un'altra volta[401].

Il Montpensiero, chiuso ne' castelli di Napoli, cominciava a mancare di vittovaglie. Riponeva ogni sua speranza nella flotta che Carlo VIII, dopo il suo arrivo ad Asti, aveva fatta armare a Villafranca; ma questa flotta, avendo scoperta presso l'isola di Ponza quella di Ferdinando, assai superiore di numero, fuggì precipitosamente verso Livorno, dove non ebbe appena preso terra, che tutti i suoi soldati disertarono. Questo disastro scoraggiò affatto il Montpensiero, il quale fece avvisare i generali francesi che tuttavia tenevano la campagna nel regno di Napoli, che se non veniva subito soccorso era forzato a capitolare. Infatti dopo tre mesi d'assedio, cominciò ne' primi giorni d'ottobre a dare orecchio alle proposizioni di Ferdinando, precisamente nell'epoca in cui Carlo VIII soscriveva il trattato di Vercelli[402].

I generali, avendo interpellati i più zelanti partigiani della casa d'Angiò, convennero di riunire tutti i loro soldati in due armate; con una il d'Aubignì s'incaricò di andare contro Gonsalvo di Cordova, che aveva ricevuti rinforzi dalla Sicilia, e che aveva ricominciata l'invasione della Calabria: coll'altra Precì ed il principe di Bisignano dovevano accostarsi a Napoli per liberare il Montpensiero. Infatti gli ultimi s'innoltrarono dalla Basilicata, dov'erano acquartierati, fin presso ad Eboli, diciotto miglia lontano da Salerno, e posto sullo stesso golfo. Ferdinando incaricò Tommaso Caraffa, principe di Matalona di trattenerlo, mentre negoziava col Montpensiero, cui non voleva che giugnesse l'avviso dell'armata che si avanzava per soccorrerlo[403].

L'armata del principe di Matalona era quattro volte più numerosa di quella di Precì. Questi non aveva che mille cavalieri, tra uomini d'armi o cavalleggeri, tanto italiani che francesi, mille Svizzeri ed ottocento fanti calabresi, che seguivano l'armata per far numero. I Napolitani, che mai non avevano combattuto, sprezzavano così piccola armata, e la loro jattanza inspirò una falsa confidenza al principe di Matalona, che lusingossi di avviluppare i Francesi e di distruggerli. Mentre che questi prendevano la via di Salerno, dopo avere passato il Sele, l'antico Silari, egli allargò le due ale per togliere loro la ritirata verso il mare, o verso la vicina foresta. Nello stesso tempo molti de' suoi uomini d'armi partirono dalla fronte dell'armata napolitana per caricare i Francesi prima di averne avuto l'ordine. Egualmente la fanteria arragonese slanciossi correndo contro gli Svizzeri: ma l'immobilità de' nemici fece rimanere senza effetto questo intempestivo attacco. La cavalleria napolitana respinta ripiegò addosso alla fanteria, e la disordinò; gli Arragonesi, giunti a fronte degli Svizzeri, si trovarono nell'impossibilità di ferirli a traverso al bosco di lancie e di alabarde ond'erano coperti. Nello stesso istante, succedendo il terrore ad una folle confidenza, l'armata napolitana fu dispersa in mezz'ora. Ma non aveva sufficiente agilità per sottrarsi alla cavalleria francese, ed all'impeto degli Svizzeri: l'infanteria, raggiunta nella sua fuga, fu quasi tutta uccisa; ed in particolare non salvossi quasi veruno di una coorte ch'era stata levata in Napoli tra gli assassini di professione. Questi sciagurati formavano un corpo assai numeroso nelle due Sicilie, ed il governo li risparmiava, sperando che dopo essersi avvezzati al sangue, dovessero riuscire buoni soldati[404].

Il principe di Matalona fuggì con tre cento cavalli alla volta di Eboli, ed a stento potè persuadere quegli abitanti atterriti a riceverlo entro le loro mura. Se Precì lo avesse inseguito, lo avrebbe probabilmente fatto prigioniero col rimanente della cavalleria napolitana. Ma non erasi quasi meno maravigliato egli della sua vittoria, che i suoi nemici della loro sconfitta, e non ne vide subito l'estensione. Accordò qualche istante di riposo ai suoi soldati ed al principe di Bisignano per farsi medicare le ferite, onde non arrivò che nel susseguente giorno a Sarno, lontano quindici miglia da Napoli, ove gli si apparecchiava una nuova resistenza[405].

Aveva Ferdinando mandati in questa città Tuttavilla e Prospero Colonna per tentare di trattenere i Francesi, i quali trovarono rotto il ponte del fiume di Sarno: Precì lo fece rimettere senza attaccare la città e continuò il suo cammino alla volta di Napoli. Ferdinando vi si trovava nella più grande perplessità. Il Montpensiero, mancante di viveri, e perduta ogni speranza di soccorso, era entrato in negoziazioni per capitolare, ma il più piccolo accidente, lo zelo di qualche Napolitano del partito angiovino, la cattura di un solo prigioniero poteva annunziargli l'avvicinamento di Precì e la sua vittoria d'Eboli. Inoltre Ferdinando temeva ad ogni istante che il Montpensiero non udisse il cannone de' Francesi, o non vedesse i loro stendardi sulle montagne. Chiamò i suoi nemici ad una conferenza, loro intimando che se non accettavano entro quel giorno le sue proposizioni, non darebbe loro quartiere. Pure i capi, che in egual numero si erano adunati sopra un vascello, invece di venire a qualche conclusione pareva che si riscaldassero disputando. Ogni minuto era prezioso; ma Ferdinando temeva, col mostrarsi impaziente, di risvegliare i sospetti del nemico. Affettò dell'indifferenza, ordinando ai suoi commissarj di ritirarsi se i Francesi non accettavano all'istante il suo ultimatum. Il Montpensiero si lasciò intimorire e sottoscrisse. La convenzione portava che ogni ostilità cesserebbe per lo spazio di trenta giorni, a meno che non sopraggiugnesse un'armata francese che obbligasse Ferdinando ad abbandonare la campagna. Durante lo stesso tempo il re di Napoli si obbligava a mandare di giorno in giorno i viveri agli assediati. Se prima del pattuito termine il Montpensiero non veniva soccorso, doveva rimettere a Ferdinando tutte le fortezze di Napoli, ed essere ricondotto in Francia con tutta la guarnigione e gli equipaggi. Ivone d'Allegre, Roberto de la Mark, la Chapelle d'Angiò, Roccabertino e Genlis, furono dati in ostaggio agli Arragonesi per l'osservanza di tali convenzioni[406].

Ma questa stessa capitolazione non faceva però Ferdinando al tutto sicuro; la sua armata, scoraggiata dalle sconfitte, più non pareva in istato di far testa ai Francesi, e molti de' suoi capitani lo consigliavano a lasciar entrare nelle fortezze il Precì, non dubitando che per quanto fosse grande il convoglio che seco condurrebbe, una nuova armata avrebbe bentosto consumati i magazzini della guarnigione. Ferdinando per lo contrario pensò che Precì, dopo avere vittovagliati i castelli, si sarebbe affrettato di uscirne con Montpensiero e colla maggior parte della guarnigione. Risolse adunque di fare un altro sforzo per trattenerlo. Di già i Francesi avevano fatto il giro della città e s'accostavano alle fortezze lungo la spiaggia occidentale; ma questa spiaggia, chiusa tra il mare e gli scogli, offriva molti punti che agevolmente potevano difendersi. Prospero Colonna attentamente afforzò il passaggio intorno al promontorio di Eccia, presso Posilippo; ordinò in battaglia l'armata napolitana dietro quei trinceramenti. I tamburi, le trombe e le continue scariche dell'artiglieria, gli davano una bellicosa apparenza, che probabilmente la prova avrebbbe smentita[407].

Ma più ancora che dal guerriero contegno dell'armata napolitana, il Precì fu sorpreso dal silenzio di Montpensiero e dell'artiglieria de' castelli. A stento potè fargli giugnere col mezzo di alcuni pescatori la notizia della vittoria di Eboli, e de' soccorsi che gli conduceva. Il Montpensiero rispose tristamente, che si era legate le mani, che finchè Ferdinando terrebbe la campagna, più non gli era permesso di combattere; ma che se Ferdinando veniva respinto entra la città, ancor esso farebbe una vigorosa sortita. Il Precì non aveva sufficienti forze per attaccare ne' suoi trinceramenti una grossa armata che aveva inoltre a suo favore il vantaggio del terreno. La flotta arragonese si era accostata alla spiaggia, e cominciava a molestarlo col suo fuoco, onde si vide costretto a ritirarsi. La cavalleria napolitana lo inseguì fino a Nola, ma sempre tenendosi ad una certa distanza per non essere costretta a venire a battaglia. Colà credette di sorprendere in una taverna alcuni uomini d'armi francesi che vi si erano trattenuti; ma questi fecero bentosto fuggire i loro assalitori, i quali fuggendo sparsero un timore panico in tutta l'armata; e se nubi di polvere affatto impenetrabili non avessero vietato ai Francesi di vedere il disordine dell'armata nemica, questa avrebbe in quell'incontro sofferta una terza sconfitta più fatale delle precedenti. Precì che non poteva pure sospettarlo continuò a ritirarsi per la via di Sarno e di Sanseverino, e diede alle sue truppe i quartieri d'inverno[408].