La compassione, i nodi dell'ospitalità, i precedenti impegni del re e dell'armata, potevano in parte scusare la condotta d'Entragues a Pisa; ma per disporre di tutte le altre fortezze d'Entragues non si consigliò che colla sua cupidigia. Il 26 di febbrajo vendette ai Genovesi Sarzana e Sarzanello per ventiquattro mila fiorini; ed il 30 di marzo il bastardo di Roussi, suo luogotenente, vendette Pietra Santa ai Lucchesi per trenta mila fiorini[419]; di modo che le fortezze che Carlo VIII aveva solennemente promesso di restituire ai Fiorentini, e che non per tanto loro aveva fatte riacquistare a così alto prezzo, passarono tutte nelle mani de' loro nemici.
Ai Fiorentini recava molta inquietudine la vicinanza di Pietro de' Medici, e questo capo di partito mai non si avvicinava ai loro confini senza che la repubblica tenesse aperti gli occhi su tutti i suoi movimenti con estrema gelosia. Pure la di lui condotta faceva conoscere che non aveva nè i talenti, nè il carattere, nè altri mezzi che potessero porre in pericolo la loro libertà. Era fuggito da Venezia per raggiugnere Carlo VIII, quando si avanzava per fare l'impresa di Napoli, e sempre era rimasto alla sua corte dimenticato; il suo partito s'indeboliva a Firenze per lo stabilimento d'un governo veramente popolare. Mille ottocento cittadini all'incirca avevano provato che i loro antenati partecipavano agli onori dello stato, ed erano stati conseguentemente ammessi nel gran consiglio. Questo consiglio, meglio composto che i precedenti, trovavasi in istato di riempire da sè medesimo le proprie funzioni, invece di non essere altra cosa che una macchina in mano del partito dominante. Si era particolarmente sentito ch'era eminentemente proprio a fare delle buone elezioni; e dopo il primo luglio del 1495, aveva solo nominati tutti i magistrati della repubblica[420].
Ma gli emigrati si figurano sempre che tutto il pubblico abbia le loro opinioni ed i loro sentimenti, essi non corrispondono che colle genti del loro partito, non fanno verun conto degli altri, e si persuadono che la più debole resistenza straniera basterebbe per ristabilirli nella loro patria. Pietro de' Medici suppose le circostanze favorevoli per attaccare Firenze. Virginio Orsini, suo parente, che in tempo della battaglia di Fornovo si era sottratto alla sua prigionia, e riparatosi nel suo feudo di Bracciano, gli offriva l'ajuto de' suoi uomini d'armi, purchè Pietro dal canto suo gli somministrasse abbastanza danaro per adunarli ed armarli di nuovo. Pisa, Siena e Lucca erano in guerra coi Fiorentini; Perugia gli offriva pure l'assistenza della sua popolazione guerriera. Questa città dipendente dalla Chiesa, ma che appena l'ubbidiva, era governata a nome del partito guelfo dalla famiglia dei Baglioni, che non aveva meno autorità in questa repubblica di quella che avessero i Medici in Firenze, o i Bentivoglio in Bologna. Questi capi di partito facevansi un principio di politica di mantenere in tutte le repubbliche l'autorità degli usurpatori; e perciò acconsentirono a Pietro de' Medici d'adunare i suoi partigiani sul lago di Perugia, a non molta distanza da Cortona, sulla quale aveva formati de' progetti; ed assoldarono Virginio Orsini per dargli opportunità di far avanzare i suoi uomini d'armi ai confini fiorentini[421].
Ma in questa stessa epoca i Baglioni furono in procinto d'essere dagli Oddi, loro rivali, scacciati dalla patria. Gli Oddi erano i capi di parte ghibellina, ed avevano per loro gli abitanti di Foligno e d'Assisi ed una numerosa clientela. Il 3 di settembre del 1495 sorpresero una delle porte di Perugia, entrarono in città alla testa della loro cavalleria, posero in fuga i Baglioni, e di già si credevano sicuri del successo, quando furono sorpresi da panico terrore, che strappò loro di mano la vittoria. Giunti a breve distanza dal palazzo, erano occupati nell'atterrare uno steccato, che loro impediva d'avanzarsi; le prime tre file, strette dalla folla che le seguiva, non potevano liberamente adoperare le loro braccia, nè alzare le scuri. Uno degli Oddi si volse a coloro che lo spingevano gridando: Indietro, ritiratevi, questo grido, ripetuto di fila in fila, sembrò ai più discosti il segno della fuga; onde tutti si dispersero, e la truppa vittoriosa, senz'essere inseguita da verun avversario, uscì di città più rapidamente che non vi era entrata. I Baglioni rimasti padroni furono tanto più crudeli verso i loro nemici, quanto più grande era stato il corso pericolo[422].
Poi ch'ebbe ridotta a numero la sua compagnia, Virginio Orsini, sotto pretesto di servire i Baglioni, prese le loro insegne, passò le paludi delle Chiane con trecento uomini d'armi e tre mila fanti, ed andò a stabilirsi ai confini del Sienese in faccia a Sansovino, dove ebbe qualche scaramuccia con Rannuccio di Marciano, generale fiorentino, che occupava Cortona. Nello stesso tempo Giuliano de' Medici faceva istanze a Giovanni Bentivoglio d'attaccare i Fiorentini, ed il cardinale Giovanni, suo fratello, era passato a Milano per far entrare nella sua causa lo Sforza ed i Veneziani. I Medici emigrati avrebbero voluto sollevare tutti i principi d'Europa contro la loro patria; e per grandi che potessero essere le sciagure che attiravano sopra Firenze, sarebbero rimasti contenti se a qualunque prezzo avessero potuto risalire sul trono; ma non trovarono le altre potenze apparecchiate ad entrare nella coalizione che loro proponevano. Il Bentivoglio fece dire al governo fiorentino che non farebbe torto alla loro buona vicinanza: il duca di Milano, rammentando che aveva ingannato Pietro de' Medici, non volle porlo in istato di vendicarsi. I Veneziani erano tutti intenti al regno di Napoli: e la repubblica fiorentina, avendo posta una taglia sulla testa dei due Medici, Pietro ritirossi a Roma, e Giuliano andò a Milano presso il cardinale suo fratello[423].
Due agenti di Carlo VIII, Camillo Vitelli e Jomella, avevano nello stesso tempo aperta una negoziazione con Virginio Orsini per farlo entrare ai servigj della Francia. La sua compagnia erasi nuovamente adunata, ed armata col denaro dei Medici e dei Baglioni: più non poteva sperare gran cose in Toscana; e poichè i Colonna, suoi rivali, avevano preso servigio sotto il monarca arragonese, doveva avidamente cogliere l'occasione di combatterli. Diede suo figlio in ostaggio ai Francesi per guarentire la sua fedeltà, e si obbligò di condurre seicento cavalli nel regno di Napoli, dopo essersi unito a Camillo ed a Paolo Vitelli, che per parte loro dovevano condurne quattrocento[424].
Fu questo il solo rinforzo che Carlo VIII facesse passare a' suoi cavallieri francesi, che in numero infinitamente minore difendevano l'onore della sua corona nel regno di Napoli. Omai più non pensava che alle feste della sua corte, ai tornei, ed in particolare a quella galanteria che tanto più l'occupava, in quanto che la sua presenza e la sua debole complessione lo rendevano a ciò meno proprio. Egli sempre prometteva ajuti che mai non giugnevano, dava ordini che non venivano eseguiti, e di cui non curavasi di chiederne conto; follemente dissipava tutte le entrate della Francia, senza prendersi pensiero delle spese necessarie, cui avrebbe dovuto provvedere; e mentre che ponevasi nell'impossibilità di salvare il regno di Napoli, rifiutava d'accomodarsi col principe che stava per toglierlo. Aveva mandato il Comines a Venezia per persuadere quel senato a ratificare il trattato di Vercelli: i senatori veneziani non vi acconsentirono, ma offrirono d'obbligare Ferdinando a riconoscersi feudatario della corona di Francia, ed a pagare pel regno di Napoli cinquanta mila ducati annui, dando ai Francesi molte fortezze per pegno della sua fedeltà. Carlo VIII per tutta risposta rifiutò perentoriamente d'abbandonare veruna parte d'una conquista, che non si prendeva cura di difendere[425].
La guerra trattavasi contemporaneamente in molte parti del regno di Napoli, ma ovunque debolmente. Il duca di Montpensiero occupava le vicinanze di Sanseverino e di Salerno, ed aveva a fronte il re Ferdinando. Il Montfaucon, Villeneuve e Sillì, si difendevano nella Puglia contro don Federico e don Cesare, fratello naturale del re. Graziano Guerra aveva il comando de' Francesi negli Abruzzi, ed aveva contro di lui il conte di Popoli. Giovanni della Rovere, prefetto di Sinigaglia, che aveva condotti dugento uomini d'armi al soldo di Carlo VIII, occupava e guastava il vicinato di Monte Cassino. Aubignì difendeva la Calabria ed il Principato ulteriore contro Gonsalvo di Cordova; ma il clima aveva vinto colui che non potevano atterrare gli sforzi de' nemici; egli soggiaceva ad una lunga malattia, e non poteva proseguire i vantaggi che da principio aveva ottenuti. In tutte le province da ambedue le parti trattavasi la guerra languidamente. Ai due partiti mancavano egualmente i mezzi di proseguirla con vigore; le distrutte città, le campagne ruinate, più non pagavano le imposte; e Ferdinando, non meno povero de' Francesi, non poteva trionfare d'un branco d'uomini rimasti soli nel suo regno per resistergli[426].