Ferdinando non era stato compreso nella lega d'Italia sottoscritta a Venezia nel precedente anno. Pregava perciò i Veneziani ad ammettervelo, ma questi, volendo approfittare delle difficoltà in cui si trovava, non gli offrivano soccorsi che a condizione ch'egli pagar ebbeli loro con immoderate usure. Essi avrebbero voluto conchiudere un trattato di sussidj e non un'alleanza. Obbligaronsi infatti a mandargli il marchese di Mantova, loro generale, con settecento uomini d'armi, altrettanti Stradioti e tre mila fanti, promettendo inoltre di somministrargli quindici mila ducati; ma Ferdinando dovette riconoscersi verso loro debitore per dugento mila ducati, e dar loro per guarenzia di tale somma le città d'Otranto, Brindisi, Trani, Monopoli e Pugliano. Il duca di Milano, che per anco non voleva contravvenire apertamente al trattato di Vercelli, fece nello stesso tempo segretamente passare alcuni soccorsi al re di Napoli. Francesco Gonzaga partì da Mantova in sul cominciare di febbrajo, ed entrò nel regno di Napoli per san Germano, Capoa e Benevento[427].

Nello stato di penuria in cui si trovavano le due armate, era per loro un oggetto di grande importanza l'assicurarsi il pedaggio de' bestiami della Puglia, che viene pagato per il passaggio delle gregge presso al Monte Gargano, quando lasciano i pascoli dell'inverno delle campagne della Puglia per quelli dell'estate nelle montagne degli Abruzzi e di Sulmona. Dovevano passare nel corso d'un mese pel luogo del pedaggio non meno di seicento mila montoni, e di dugento mila tra buoi e vacche, pagando in tutto dagli ottanta ai cento mila ducati; lo che formava il più depurato reddito della corona. I capi delle due armate sentirono egualmente che se reciprocamente venivano ad impedire la percezione del pedaggio, trattenendo le gregge, ruinerebbero la metà del regno; che le bestie perirebbero di fame nel corso dell'estate nelle campagne della Puglia, e che i pascoli delle montagne dell'Abruzzo sarebbero infruttuosi, se non erano consumati dalle mandre. Convennero dunque che quello di loro che terrebbe la campagna percepirebbe solo il pedaggio, senza che l'altro potesse molestarlo, o ritenere le gregge. Dopo avere sottoscritta questa convenzione i due partiti d'altro più non si presero cura che di rendersi più forti nelle campagne della Puglia. Ferdinando, che di quel tempo trovavasi nella contea di Molise venne ad accamparsi a Foggia. Il Montpensiero, ricusando il consiglio di Virginio Orsini, che gli rappresentava essere quello il favorevole istante d'attaccare Napoli per la lontananza del re, prese ancor esso la strada della Puglia, ove l'Orsini teneva di già il suo quartiere a Sansevero. Ambo i generali, spiegando tutte le loro forze, speravano d'atterrire il nemico, obbligarlo a ricusare la battaglia, a chiudersi nella città, ed a confessare in tale maniera la sua inferiorità. A ciò mirando, per accorrere più prontamente in soccorso degli Orsini, il Montpensiero lasciò a Casarbore l'artiglieria pesante di cui non credeva di avere bisogno; si unì all'Orsini innanzi a Selva Piana nel territorio di Troja; e l'armata francese contò allora mille cento corazze, mille quattrocento cavalleggeri, sei mila tra Svizzeri e Tedeschi, e dieci mila Guasconi o regnicoli[428].

Prima della riunione del Montpensiero coll'Orsini, Ferdinando aveva invano cercato di provocare l'Orsini, cui era superiore di forze, a battaglia. Ma dopo l'arrivo del Montpensiero, l'armata francese, avendo acquistata la superiorità, cercò a vicenda di provocare Ferdinando a battaglia, avanti che giugnesse a rendergli la perduta superiorità il marchese di Mantova. Frattanto Ferdinando chiudevasi in Foggia, mentre una seconda divisione della sua armata, sotto gli ordini di Fabrizio Colonna, difendeva Troja, ed una terza, comandata da Prospero Colonna, occupava Luceria. I Francesi per recarsi a Manfredonia, dove si percepiva il pedaggio dovevano passare sotto le mura di Luceria e di Troja. Mentre si avanzavano per questa strada, si scontrarono in settecento fanti tedeschi al soldo del re di Napoli, i quali erano usciti da Troja per recarsi a Luceria, senz'essere protetti dalla cavalleria. I Vitelli, che dirigevano la vanguardia dell'armata francese, furono i primi ad attaccarli co' loro uomini d'armi, senza poterli disordinare, e bentosto tutta l'armata gli avviluppò; pure nè Heiderlin, che comandava questi valorosi soldati, nè altri della sua truppa diede verun segno di timore. Camminavano disposti in battaglione quadrato, senza rallentare il passo, e presentando da tutti i lati un bosco di picche agli attacchi della cavalleria. I Vitelli, fuori di speranza di rompere quell'ordinanza, li fecero soltanto circondare a qualche distanza dai cavalleggeri, i quali colle frecce e colle carabine atterravano molti Tedeschi senza esporsi alle loro picche. Heiderlin giunse in tal modo fino alle rive del Chilone, per passare il qual fiume fu costretto di rompere la linea de' suoi soldati, allora Camillo Vitelli fece subito metter piede a terra a' suoi uomini d'armi, e conducendoli nel letto del fiume, attaccò i Tedeschi corpo a corpo. Questi, da che più non furono in ordine di battaglia, non poterono più fare alcun uso delle loro lunghe picche, mentre che gli uomini d'armi a piedi, coperti d'impenetrabile armatura, erano tanto più formidabili quanto più si avvicinavano. Per questi Tedeschi era perduta ogni speranza di salute; ma non si scoraggiarono perciò, che anzi si difesero disperatamente, e furono tutti uccisi fino all'ultimo[429].

Dopo questa carnificina, volendo il Montpensiero approfittare dello spavento che aveva cagionato ai Napolitani, andò ad offrire battaglia sotto le mura di Foggia: Ferdinando non la ricusò, ma così destramente dispose la sua armata sotto il cannone della città, che il generale francese, che aveva imprudentemente lasciato addietro la sua grossa artiglieria, non osò attaccare il re. Senza un cotal fallo avrebbe forse potuto terminare la guerra in questo luogo con una grande vittoria. Rinunciando a questa speranza proseguì il suo cammino verso Manfredonia, mentre giugneva al campo di Ferdinando il duca di Mantova. Dopo la sua venuta l'armata reale attaccò e guastò le città della contea di Molise, che avevano spiegate le bandiere dei Francesi. Il Montpensiero era bensì giunto al luogo in cui dovevasi percepire la gabella, ed i pastori della Puglia giugnevano presso al suo campo colle loro mandre; ma Ferdinando veniva ad inseguirli alla testa de' suoi cavalleggeri; e siccome l'uno e l'altro capo teneva la campagna, riusciva cosa impossibile il decidere in forza della precedente convenzione, a chi appartenesse la gabella. In breve perdettero ambidue la speranza di percepirla; onde abbandonarono i pastori in balìa de' loro soldati: i buoi ed i montoni della metà del regno, che si trovarono nello stesso tempo nelle loro mani furono uccisi; i campi si videro in breve coperti de' loro cadaveri, mentre che i soldati non si caricavano che delle pelli che speravano di vendere[430].

Sebbene venuto meno il principale oggetto che aveva tratte le due armate nelle campagne della Puglia, le due parti facevano sempre avanzare le rimanenti loro forze verso la stessa provincia; ottocento tedeschi del ducato di Gueldria ed alcuni Guasconi e Svizzeri, di fresco sbarcati a Gaeta, avevano colà raggiunto il Montpensiero; dall'altra parte Ferdinando, dopo il marchese di Mantova, che in giugno lo aveva raggiunto, aveva ricevuto consecutivamente i rinforzi di Giovanni Gonzaga, di Giovanni Sforza, signore di Pesaro, e di don Cesare d'Arragona. Le due armate si minacciavano da vicino, e pareva che non potessero tardare lungamente a decidere la sorte della guerra con una battaglia[431].

Prima che le cose giugnessero a tale estremo gli emigrati italiani, che avevano seguito Carlo VIII, non avevano trascurato di eccitarlo, affinchè, a seconda delle sue promesse, mandasse gagliardi ajuti al Montpensiero, ed alle armate che difendevano il partito francese. Gli ambasciatori de' Fiorentini, il cardinale Giuliano della Rovere, Giovan Giacomo Trivulzio, Vitellozzo, Carlo Orsini ed il conte di Montorio, non gli permettevano di dimenticare i commilitoni che aveva lasciati nel pericolo. Quella stessa parte della nobiltà francese ch'erasi opposta alla prima spedizione di Carlo VIII, omai conveniva che l'onore nazionale era chiamato a difendere ciò che si era acquistato col di lei sangue: ogni illustre famiglia aveva qualche suo membro nell'armata che combatteva nel regno di Napoli, ed istantemente chiedeva che non vi fosse abbandonato. Carlo VIII, risvegliato in qualche modo dal suo letargo, annunziò che stava per tornare in Italia con un'armata più potente di quella che lo aveva accompagnato nel precedente anno. Gian Giacomo Trivulzio ebbe ordine di partire alla volta di Asti con ottocento lance, due mila Svizzeri, ed altrettanti Guasconi; il duca d'Orleans ed in appresso il medesimo re dovevano in breve seguirlo. Tutti i cantoni svizzeri avevano promesse truppe, ad eccezione di quello di Berna, che aveva assunti contrarj obblighi col duca di Milano. Trenta vascelli dovevano spiegare le vele dai porti francesi sull'Oceano, ed unirsi in Provenza con altrettante galere, per portare a Gaeta vittovaglie, munizioni di guerra e danaro; e Rigault, maestro della casa del re, fu spedito a Milano per domandare al duca di far in Genova armare le galere promesse nel trattato di Vercelli, assicurandolo in pari tempo, che, qualora sinceramente si attaccasse di nuovo alla Francia, verrebbe posta in dimenticanza la sua passata condotta[432].

Ma quest'ardore guerriero non poteva lungamente sostenersi in un così futile e così instabile carattere qual era quello di Carlo VIII. Il cardinale di san Malo, sovrintendente delle finanze, temeva una guerra che accrescerebbe gl'imbarazzi in cui lo avevano di già posto le inconsiderate spese della corte. Senza opporsi al suo padrone, faceva ogni giorno nascere ostacoli all'esecuzione de' suoi progetti, e Carlo mai non aveva la pazienza di esaminarli, nè la perseveranza di sventarli. Tutto ad un tratto il re, che soggiornava in Lione, dichiarò in sul finire di maggio, che, prima di porsi in cammino, voleva ancora fare un viaggio a Tours ed a Parigi, onde raccomandarsi a san Martino ed a san Dionigi nelle loro principali chiese, e per impegnare in pari tempo le sue buone città a fargli sovvenzioni di danaro. Il vero motivo era quello di rivedere a Tours una delle dame d'onore della regina di cui era in allora innamorato. Invano tutti coloro che prendevano parte alla difesa del regno di Napoli gli rappresentavano, che, allontanandosi dai confini dell'Italia nell'istante in cui i di lui nemici erano atterriti, nell'istante in cui i suoi soldati tutte in lui riponevano le loro speranze, rincorerebbe i primi, e farebbe cadere le armi di mano ai secondi; Carlo VIII fu irremovibile: dopo avere ancora consumato un mese in Lione, partì per le parti settentrionali della Francia; abbandonò il progetto di mandare il duca d'Orleans in Italia; non diede al Trivulzio che pochissimi soldati, ed altro non fece a favore del Montpensiero, che ordinare ai Fiorentini di mandargli quaranta mila ducati[433].

Ma il Montpensiero più non era in istato di aspettare l'esito di così lunghe deliberazioni. Egli stringeva d'assedio Circello, lontano dieci miglia da Benevento, e Camillo Vitelli uno de' suoi migliori ufficiali vi aveva perduta la vita nell'istante in cui si era posto a piedi alla testa dei Guasconi per incoraggiarli a combattere. Ferdinando, volendo fare una diversione, andò ad attaccare Frangetto di Monforte, quattro miglia lontano dal campo francese. Il re aveva sotto i suoi ordini mille dugento uomini d'armi, mille cento cavalleggeri e quattro mila fanti, e credevasi in istato di avventurare una battaglia. I Francesi abbandonarono Circello per soccorrere Frangetto, ma, giunti sulla sommità di una collina in faccia a quella borgata, videro ch'era di già presa. Ciò nondimeno il Montpensiero e Virginio Orsini volevano avanzarsi ancora, con intenzione di attaccare i soldati di Ferdinando, mentre che, occupati nel saccheggio non potrebbero opporre gagliarda resistenza. Ferdinando, prevedendo questo pericolo, aveva schierata la sua armata in battaglia avanti al castello di Frangetto, ed aveva posto il fuoco alla borgata per iscacciarne i saccomanni; pure tanta era la loro avidità di ammassare il bottino, o il loro terrore di venire a fronte dell'armata francese, che la metà de' soldati errava ancora in mezzo alle fiamme, e non poteva ridursi a entrare nelle linee. Ma nel consiglio di guerra dell'armata francese, Precì, Bartolommeo d'Alviano, e Paolo Orsini, s'accordarono a rappresentare, che per attaccare i Napolitani dovevasi entrare in un'angusta valle e pericolosa assai, signoreggiata dal castello di Frangetto; onde non potevasi sperare salvezza che dalla follia di coloro contro cui si doveva combattere. Mentre si stava ancora deliberando, gli Svizzeri ed i Tedeschi dell'armata, i quali da che servivano nel regno non avevano avuto che il soldo di due mesi, chiedevano di essere pagati prima di entrare in battaglia. La loro indisciplina, e l'insolenza loro andavano crescendo coll'incertezza de' loro capi, ed il Montpensiero, costretto a cedere, perdette così l'ultima occasione in cui poteva sperare di rimettere gli affari de' Francesi nel regno di Napoli[434].

Dopo quel giorno gli Svizzeri ed i Tedeschi mai non cessarono di minacciare i loro generali per ottenere un pagamento che questi non potevano in verun modo eseguire. I principi di Salerno, di Bisignano e di Conza, abbandonarono l'armata, e tornarono ne' loro feudi per difendersi contro Consalvo di Cordova; i Napolitani al soldo de' Francesi non perdevano veruna occasione di disertare: non solo non erano meglio pagati degli altri, ma si trovavano inoltre esposti all'insolenza de' loro commilitoni Francesi e Tedeschi, che sempre pretendevano di avere e viveri ed alloggio prima dei regnicoli. Finalmente Precì e Montpensiero mai non erano d'accordo, e le loro contese dividevano tutto il consiglio di guerra[435].

L'armata, che ogni giorno s'indeboliva, dovette all'ultimo ritirarsi; tentò di rientrare nella Puglia, e dalle bande di Ariano e di Benevento portarsi alla volta di Venosa. Perchè Ferdinando non si accorgesse della sua ritirata, partì in sul cominciare della notte, e fece venticinque miglia senza riposarsi. Sperava inoltre che Ferdinando, inseguendola, avrebbe dovuto trattenersi alquanto sotto il castello di Gesualdo, che in altri tempi aveva sostenuto un assedio di quattordici mesi: e, fidati a questa considerazione, avendo i Francesi incontrata resistenza ad Atella, presero quella città e la svaligiarono, consumando più tempo che non avrebbero dovuto. Ferdinando occupò Gesualdo senza difficoltà, e raggiunse i Francesi, prima che fossero usciti da Atella; allora il Montpensiero si trovò costretto di appigliarsi al partito, che più gli conveniva, di difendersi in Atella, onde dar tempo al suo re di soccorrerlo[436].