Atella, dove stava chiusa l'armata francese, non è quella città che diede il suo nome alle favole Atellane, e ch'era posta presso a poco nel luogo oggi occupato dalla città di Aversa. Atella della Basilicata giace in una fertile pianura, ma un miglio al di là delle sue mura cominciano le montagne, che s'innalzano da tre bande formando un ricco anfiteatro largo tre quarti di miglio. Il loro pendio non è scosceso, e ne' pensili che forma si fa uso dell'aratro per lavorare i campi, e dove il terreno è più inclinato si coltivano viti ed alberi fruttiferi d'ogni maniera. Quest'anfiteatro si apre dalla banda di mezzogiorno, e lascia vedere a sinistra la città di Melfi, a destra la strada di Conza coperta da folti boschi. Un ruscello irriga la pianura, attraversandola al ponente estivo dopo avere circondato con largo giro la borgata di Atella. Colà le acque, trovandosi chiuse tra più alte rive, volgono alcuni mulini, poi si gettano nell'Ofanto. Dalla banda di Levante la borgata di Ripa Candida, posta sulla strada di Venosa, era occupata da una guarnigione francese; e da quella banda l'armata francese sperava di ricevere vittovaglie e soccorsi, tanto più che tutto il paese si era dichiarato pel partito Angiovino; ma la cavalleria leggiera degli Stradioti non tardò ad impratichirsi di tutti i sentieri, e chiuse tutte le comunicazioni ai partigiani de' Francesi[437].

Ferdinando non voleva venire a battaglia con un'armata disperata, ed invece pensò a chiuderle tutte le strade, a rendere difficile ogni mezzo di vittovagliarla ed a distruggere i mulini di cui si serviva. I Tedeschi, che si trovavano nell'armata Francese, e che da gran tempo avevano minacciato di disertare se non erano pagati, arrivarono dopo pochi giorni al campo di Ferdinando, il quale in appresso ebbe avviso che Consalvo di Cordova aveva sorpresa presso al castello di Lario, posto sul fiume Saprio, che divide la Calabria dal Principato, una piccola armata colà raccolta dai partigiani della Francia; che aveva fatti prigionieri undici baroni angiovini, e quasi tutta la fanteria. Dopo questa vittoria, la prima che Consalvo di Cordova riportasse nel regno di Napoli, venne con sei mila uomini ad unirsi sotto Atella al re Ferdinando; e la sua venuta fece agli assediati perdere ogni speranza[438].

Il Montpensiero, che cominciava ad avere penuria di vittovaglie, il 5 di luglio fece partire alla volta di Venosa la terza parte della sua cavalleria, onde scortare un convoglio; ma sebbene questa uscisse a mezzodì, quando doveva supporsi che i nemici, per timore degli eccessivi calori della Basilicata, si riposassero, fu scoperta dagli Stradioti, sorpresa e sconfitta. In questo fatto i Francesi perdettero più di tre cento cavalieri, e più che la perdita gli affliggeva la considerazione che i loro uomini d'armi erano stati battuti da una cavalleria leggiera da loro sprezzata. Dopo questa battaglia Ferdinando conquistò Ripa Candida, e si accampò sulla strada di Venosa, sicchè veniva a chiudere agli assediati qualunque uscita[439].

Lo stesso giorno in cui arrivò presso Atella, Gonzalvo di Cordova aveva attaccati i mulini degli assediati, e gli aveva totalmente distrutti, onde cominciavano a non avere più farine. Bentosto provarono un'altra più crudele privazione, più non potendo attignere acqua dal ruscello che bagnava le mura di Atella senza azzuffarsi coi nemici, e dovendo così pagare col loro sangue ogni botte di acqua. Avevano formato nel fiume un abbeveratojo, coperto di alcuni trinceramenti, che avevano dati in guardia ai loro Svizzeri; ma questi essendo stati vigorosamente attaccati, perdettero coi trinceramenti trecento uomini. Fu trovato tra i morti un alfiere cui era stata troncata la mano destra e gravemente ferita la sinistra, e che morto com'era strigneva tuttavia coi denti lo stendardo che gli era stato confidato[440].

Erano già passati trentadue giorni da che i Francesi trovavansi chiusi in Atella; vedevano ogni giorno andar crescendo il numero de' loro nemici, e scemare quello de' proprj soldati; loro mancavano i foraggi, i viveri e l'acqua, quando risolsero finalmente di venire a patti. Precì, Bartolommeo d'Alviano ed un capitano svizzero furono spediti a Ferdinando. Chiesero che Gilberto di Montpensiero potesse spedire un corriere al suo re per avere soccorsi, e se non li riceveva entro trenta giorni, doveva, spirato questo termine, consegnare a Ferdinando tutte le piazze che da lui dipendevano, colla loro artiglieria. Fino a tal tempo Montpensiero non doveva tentare d'uscire da Atella, ove il re gli somministrerebbe i viveri giorno per giorno. Quando poi i Francesi rassegnerebbero la piazza, dovevano essi avere la libertà di passare in Francia, gl'Italiani fuori del regno, ed i Napolitani quindici giorni di tempo per assoggettarsi al re, che loro prometteva intero perdono, e la restituzione di ogni loro avere. Questa convenzione venne sottoscritta il giorno 20 di luglio del 1496, e le tre città di Venosa, Gaeta e Taranto, i di cui governatori erano stati immediatamente nominati dal re, furono espressamente eccettuate[441].

Sembra che il Montpensiero non aspettasse i trenta giorni accordati nella convenzione per cedere Atella; ma che, stretto da bisogno di danaro, e dalla impazienza de' suoi soldati, consegnasse dopo tre dì quella piazza a Ferdinando per dieci mila fiorini, che distribuì alle sue truppe a conto del loro soldo[442].

Uscì da Atella con circa cinque mila uomini, che furono condotti a Baja ed a Pozzuolo per aspettarvi un imbarco. Nello stesso tempo diede al re tutte le fortezze del suo governo, ma Ferdinando chiedeva tutte quelle del regno, molte delle quali ricusavano di riconoscere l'autorità del luogotenente del re. Mentre si disaminava questa parte della capitolazione, l'armata francese fu ritenuta nel cuore dell'estate sulla spiaggia pestilenziale di Baja, e fu bentosto sorpresa da terribile epidemia. Uno de' primi a morire fu Gilberto di Montpensiero; poi la mortalità si estese ai cavalieri ed ai pedoni e non gli abbandonò nel loro viaggio, quando fu loro permesso di partire; onde di cinque mila uomini usciti da Atella appena ne arrivarono in Francia cinquecento[443].

Alessandro VI, che destinava le spoglie degli Orsini ai suoi figliuoli, e che voleva da prima sterminare quella famiglia, non solo sciolse Ferdinando II dal giuramento dato per l'esecuzione della capitolazione di Atella, ma minacciò di punirlo colle pene ecclesiastiche se vi dava esecuzione. Per ubbidire al papa il re Ferdinando fece imprigionare Virginio e Paolo Orsini in castel dell'Uovo. Le loro truppe italiane che si ritiravano, attraversando l'Abruzzo sotto gli ordini di Giovan Giordano Orsini e dell'Alviano, furono attaccate dal duca d'Urbino e svaligiate. In pari tempo Graziano Guerra, più non potendo sostenersi nell'Abruzzo, ritirossi a Gaeta con ottocento cavalli; il d'Aubignì, dopo di avere difesa per qualche tempo la Calabria, fu forzato di capitolare a Groppoli, ottenendo la libertà di ritirarsi in Francia.

I principi di Salerno e di Bisignano approfittarono dell'amnistia, e rientrarono nella grazia di Ferdinando dopo avergli consegnate le loro fortezze. Finalmente, ad eccezione di Taranto, ove comandava Giorgio di Sillì, di Gaeta in cui si era chiuso il siniscalco di Belcario e di monte sant'Angelo, ove valorosamente si difendeva Giuliano di Lorena, i Francesi furono scacciati da tutte le loro conquiste, e tutto il regno di Napoli ridotto all'ubbidienza di Ferdinando[444].