Ma nello stesso istante in cui questo giovane principe rientrava in Napoli, di ritorno da una guerra che gli aveva fruttato un regno, e nella quale aveva date luminose prove di coraggio, di costanza, di perizia nell'arte della guerra, e di accortezza nel cattivarsi gli animi, sorprese la Cristianità con un matrimonio, che mai non dovrebb'essere autorizzato da veruna dispensa politica. Sposò la propria sua zia, Giovanna, sorella di suo padre, che aveva press'a poco l'età sua. Nè questa scelta gli era stata suggerita dalla politica, ma dall'amore, e quest'amore gli riuscì funesto. Ferdinando tornava da faticosissima campagna, in un paese malsano, dove tutti i capi delle due armate erano caduti infermi. Egli non abbadò all'effetto che tante fatiche avevano dovuto fare sulla sua fisica costituzione, suppose di avere tutto il vigore della sua sanità, e si comportò come se effettivamente lo avesse; ma appena fu egli andato colla sua sposa a soggiornare in Somma, villa posta alle falde del Vesuvio, che morì d'esanimamento il 7 di settembre del 1496, in età di ventisette anni un mese ed undici giorni. Perchè non aveva figli, Federico, suo zio, salì sul trono di Napoli, che nello spazio di tre anni era stato occupato da cinque re: infatti Ferdinando I, Alfonso II, Carlo VIII, Ferdinando II e Federico II, si erano succeduti con una sgraziata rapidità, che aveva accresciute le miserie di un regno di già desolato da crudele guerra[445].
CAPITOLO XCVIII.
Guerra di Pisa; i Pisani soccorsi dal duca di Milano, dai Veneziani e dall'imperatore Massimiliano. — Tregua in Italia. — Il Savonarola va perdendo in Firenze l'opinione. — Prova del fuoco che gli viene proposta da un monaco; sua condanna e sua morte.
1496 = 1498.
La scossa data a tutta la politica dell'Italia dalla spedizione di Carlo VIII pareva sospesa: questo monarca, tornato nell'ordinaria sua residenza, d'altro omai non prendevasi cura che di tornei, di feste e di una vana pompa cavalleresca, che gli faceva dimenticare quella stessa guerra di cui era l'immagine. Sempre avviluppato in donneschi raggiri a cagione de' suoi moltiplici incostanti amori, più non dava alle cose d'Italia che qualche fuggitiva occhiata. Di quando in quando annunciava ancora di voler liberare i suoi commilitoni, da lui esposti a tanti pericoli, o che già languivano per cagion sua nelle prigioni e nella miseria; parlava di vendicare gl'insulti fatti al suo nome, e di ricuperare la gloria che aveva acquistata a così poco prezzo e così rapidamente perduta; ma bentosto ricadeva nella mollezza e nella dimenticanza d'ogni cosa; ed omai nè le sue minacce atterrivano, nè le sue promesse fomentavano la speranza.
La morte di Ferdinando II e l'innalzamento di Federico I sul trono di Napoli parevano contribuire coll'indolenza di Carlo VIII a dare maggiore consistenza a quella monarchia. Federico era da gran tempo caro ai Napolitani; egli era quello stesso principe che i baroni malcontenti avevano voluto nel 1485 sostituire a suo padre, il vecchio Ferdinando, ed a suo fratel maggiore, Alfonso; era quello che aveva preferito di restare in prigione tra le mani de' faziosi, piuttosto che farsi strada al trono con un delitto. Tutti i partiti conoscevano la sua moderazione e la sua imparzialità, tutti avevano in lui la medesima confidenza. Il suo predecessore, Ferdinando II, non aveva lo stesso vantaggio; erasi veduto spiegare somma costanza e valore nell'ultima guerra, ma gli Angiovini temevano sempre di veder ricomparire nel suo carattere il vecchio lievito arragonese, la perfidia e la crudeltà, che sembravano ereditarie in quella famiglia. Raccontavano pure, che, di già preso dalla malattia che lo condusse al sepolcro, aveva ordinato di far perire il vescovo di Teano, che teneva in prigione, e che, temendo che la sua gente, credendo vicina la sua morte, non gli dicessero d'avere eseguiti i suoi ordini senz'averli eseguiti, erasi fatta recare la di lui testa sul suo letto di morte[446].
Federico, salendo sul trono in mezzo ad un popolo diviso in tante fazioni, e ruinato da guerre civili e straniere, sentiva che doveva presentarsi ai Napolitani piuttosto come conciliatore, che come vincitore. Accolse tutti i partiti con eguale indulgenza, mostrando a tutti un eguale rispetto pel valore e per la sventura; rimandò in Francia gli avanzi dell'armata, che aveva capitolato ad Atella, ed eransi sottratti al cattivo aere di Baja; si riconciliò del tutto col principe di Bisignano e con quello di Conza, che durante il loro lungo esilio in Francia avevano apparecchiata la guerra che riuscì tanto funesta al regno, e promise la stessa indulgenza al principe di Salerno, che invitò alla festa della sua incoronazione. Ma questo principe, invecchiato nelle fazioni e più volte vittima de' reali tradimenti, non potè prestar fede alle leali promesse del nuovo re; gli attribuì un attentato d'assassinio contro suo fratello, che poi non era che una privata vendetta[447]. Ricominciò adunque la guerra, ed inseguito di castello in castello nella Lucania, fu finalmente costretto ad uscire dal regno, ed a ritirarsi a Sinigaglia nel piccolo principato di Giovanni della Rovere, prefetto di Roma, presso il quale morì esule dopo non molto tempo[448].
Daubignì, che aveva gloriosamente comandato ai Francesi in Calabria, non credette di dovere più a lungo protrarre una guerra che per la Francia era senza speranza, e che riduceva i suoi antichi partigiani all'estrema miseria e pericolo. E non solo ottenne per sè medesimo e pe' suoi compagni d'armi onorevoli condizioni, ma inoltre persuase Oberto di Rosset, che si era difeso in Gaeta con maravigliosa costanza e coraggio, a conservare i suoi soldati per meno infelici tempi, ed a rilasciare quella città a Federico. Verso lo stesso tempo Graziano Guerra abbandonò gli Abruzzi; e vennero a patti le guarnigioni di Venosa e di Taranto; di modo che i Francesi non conservarono nel regno di Napoli verun pegno della rapida loro conquista[449].
Ma la guerra che Carlo VIII aveva suscitata nel suo passaggio per la Toscana, rendendo la libertà a Pisa, non era ancora spenta, ed era una scintilla capace di cagionare in Italia un nuovo incendio. La quale guerra si trattava secondo la vecchia tattica delle guerre italiane, e la lentezza delle sue operazioni stranamente contrastava coll'impeto che poc'anzi avevano spiegato i Francesi. Assedj di piccoli castelli, sorprese, scaramucce d'avamposti, esaurivano tutta l'arte de' capitani, sebbene si vedessero alla testa delle due armate uomini riputatissimi nell'arte della guerra; perciocchè comandavano le truppe fiorentine Francesco Secco e Rannuccio di Marciano, e le pisane Lucio Malvezzi di Bologna, casualmente secondato dai più esperti condottieri del duca di Milano e de' Veneziani. Vero è che la guerra trattavasi tra di loro in una più sanguinosa maniera di quel che si facesse nella precedente età, perchè molti soldati forastieri, che servivano nell'una e nell'altra armata, nè accordavano, nè chiedevano quartiere. Se i Fiorentini avessero una sola volta levata un'armata abbastanza numerosa per farsi strada fino a Pisa, piantare le loro artiglierie sotto le sue mura ed aprirvi una breccia, avrebbero risparmiato ad un tempo molto sangue e molto danaro. Ma essi speravano tuttavia d'avere Pisa col mezzo delle negoziazioni che avevano intavolate con tutte le potenze: essi non erano in guerra dichiarata con veruna, e furono consecutivamente chiamati a combattere i Francesi, l'imperatore, i Milanesi, i Genovesi, i Lucchesi, i Sienesi, i quali si presentarono uno dopo l'altro come ausiliarj de' Pisani; essendo in allora ammesso come principio di diritto pubblico, che uno potesse fare la guerra pel suo alleato, senza dichiararla egli medesimo.