Nella stessa maniera per una bizzarra complicazione di maneggi politici, i Fiorentini per ricuperare Pisa dovettero combattere contro i Francesi, loro veri alleati, e contro tutti i nemici de' Francesi: i Pisani dal canto loro raccomandarono nello stesso tempo la loro repubblica a Carlo VIII ed a tutti i nemici di Carlo VIII. In un sol giorno furono mandati dalla signoria di Pisa, Mariano Peccioli a Lodovico Sforza, Agostino Donizzo a papa Alessandro VI, Bernardino Agnelli alla repubblica di Venezia, e Pietro Griffo alla corte di Francia[450]. Erano questi ambasciatori partiti prima che d'Entragues cedesse ai Pisani le loro fortezze. Coloro che si recarono presso i nemici della Francia ebbero il più felice esito; lo Sforza mandò ai Pisani Lodovico della Mirandola con uno squadrone di cavalleria e trecento fanti tedeschi; ed i Veneziani loro spedirono Paolo Manfroni con dugento cavalli ed una somma di danaro per far leva di fanteria[451].
Lodovico Sforza, che si teneva sempre sicuro di potere colla finezza della sua politica tutto dirigere e dominare a voglia sua, lasciava frequentemente, per avarizia, di spendere quanto richiedevasi per l'esecuzione de' suoi progetti; ed in allora sperava con un tratto della sua accortezza di ridurre i suoi nemici a sostenere le spese ch'egli avrebbe dovuto fare. Con questa mira aveva caldamente consigliati i Veneziani a difendere Pisa, facendo loro sentire che, tendendo questa guerra ad indebolire i Fiorentini, i soli alleati conservatisi fedeli ai Francesi, tornava egualmente utile il farla agl'interessi di Venezia e di Milano, e che perciò le spese dovevano farsi in comune. In allora non poteva sospettare che i Veneziani pensassero giammai ad insignorirsi di Pisa, città separata da tanti stati dal loro territorio; mentre che facilmente poteva essere unita alla Liguria, di cui egli era sovrano[452].
Ma i Pisani più non avevano per Lodovico Sforza quell'inclinazione che avevano mostrata in principio della guerra. Scoraggiati dalla sua avarizia, aombrati dalle sue negoziazioni coi Fiorentini, avevano apertamente letti i suoi segreti disegni nelle proposizioni che loro faceva di dare la signoria della città alle sue creature i fratelli Sanseverini; onde omai riponevano ne' soli Veneziani ogni loro fiducia. Avevano da tutte le potenze della lega avuto promessa di guarentire la loro libertà. Massimiliano aveva riconosciuti i loro diritti con un privilegio imperiale; il papa aveva loro diretto un breve per incoraggiarli a difendersi, e gli ambasciatori spagnuoli avevano detto che il loro padrone vedrebbe con piacere le porte della Toscana chiuse ai Francesi dallo stabilimento d'una repubblica rivale di quella di Firenze[453].
In sul cominciare di marzo del 1496, avevano i Fiorentini ottenuto qualche vantaggio in quella parte del territorio pisano che giace tra il lago di Bientina, le montagne e l'Arno. Avevano preso Buti, san Michele di Verrucola e Calci; ma nello stesso tempo si pubblicarono in tutto il territorio pisano con grandissime dimostrazioni di gioja le lettere che la signoria aveva ricevuto dal doge Agostino Barberigo, colle quali dichiarava che la repubblica di Venezia riceveva sotto la sua protezione quella di Pisa[454].
Questa pubblica dichiarazione, che in qualche maniera obbligava l'onore de' Veneziani a difendere Pisa, era stata lungamente discussa e contrariata ne' medesimi consigli di Venezia dai più vecchi senatori, e da quelli che avevano maggiore opinione di sperimentata prudenza. Pareva loro che in quest'occasione la repubblica si esponesse al doppio pericolo di risvegliare la gelosia di tutti gli altri stati colla confessione d'un'insaziabile ambizione, e nello stesso tempo d'intraprendere ciò che non potrebbe mantenere con onore[455].
Da quell'istante le cose de' Pisani cominciarono a prosperare. Francesco Secco fu da loro sorpreso in principio di aprile; gli uccisero da cinquanta uomini, gli presero dugento venti cavalli e lo sforzarono a levare l'assedio della Verrucola. Pochi giorni dopo lo stesso Secco, desideroso di vendicarsi, attirò presso Vico in un'imboscata i Pisani, comandati da Paolo Manfroni; li ruppe infatti, ma nell'atto che gl'inseguiva fu mortalmente ferito da una palla da archibugio. La di lui perdita equivaleva pei Fiorentini ad una seconda sconfitta[456]. Il 30 di maggio Lucio Malvezzi, capitano de' Pisani, sorprese e saccheggiò Ponsacco, dove fece prigioniero Lodovico da Marciano, fratello di Rannuccio, che comandava l'armata fiorentina[457]. Finalmente ne' primi giorni di giugno Giustiniani Morosini, gentiluomo veneziano, giunse a Pisa con ottocento Stradioti. Questi barbari soldati, che si erano renduti formidabili a tutta l'Italia, che avevano più volte fatto testa agli uomini d'armi francesi, e che avevano fatto conoscere tutto quanto poteva ripromettersi da una cavalleria leggiera, riempirono in breve tutta la Toscana del terrore delle loro armi. Il 23 di giugno si gettarono in Val di Nievole; passarono sotto Monte Carlo, ed avendo trovata resistenza a Buggiano lo presero, lo saccheggiarono e lo bruciarono unitamente a Steggiano, facendo provare ai Fiorentini, quanto grande sventura fosse quella d'un popolo ridotto al più alto grado di civiltà, che veniva invaso da soldati appena usciti dalla barbarie[458].
Gli avvenimenti del precedente anno avevano ingrandita la presunzione di Lodovico Sforza; davasi vanto di avere chiamati i Francesi in Italia e d'averli scacciati; d'avere gastigata la casa di Arragona, e d'averla in appresso rimessa in trono, e d'avere disposto delle fortezze che i Francesi ricevuto avevano dai Fiorentini, come se le avesse egli stesso avute in custodia. Egli aveva adottato il soprannome di Moro, che gli aveva fatto dare la sua bruna carnagione; ma voleva che vi si scorgesse l'emblema della sua accortezza e della sua forza, le due qualità, che, a suo credere, lo rendevano superiore agli altri uomini[459]. Aveva veduto con piacere i Veneziani prendere parte nella guerra di Pisa, e compiacevasi di dire che per lui solo versavanvi i loro tesori ed il loro sangue.
Per altro quando cominciò ad accorgersi che i Pisani erano più inclinati per i Veneziani che per lui, credette giunto il momento d'introdurre in Italia un nuovo potentato che ripromettevasi di guidare a posta sua con quella facilità con cui credeva dirigere tutti gli altri. A tale oggetto spedì ambasciatori a Massimiliano, re de' Romani, invitandolo a venire a prendere a Milano la corona di Lombardia, ed a Roma quella dell'impero, onde ripristinare in tutta l'Italia l'autorità imperiale. Aveva Massimiliano sposata una nipote di Lodovico Sforza, e fin da quell'epoca si era mostrato propenso a seguire i suoi consiglj. Altronde quel monarca, sempre senza danaro, e le di cui forze, sproporzionate co' suoi titoli e colla estensione de' suoi stati, mai non bastavano a condurre a fine le intraprese che aveva cominciate, era sempre tormentato da un vago desiderio di gloria senza avere in sè medesimo nè costanza per tenerle dietro, nè veri talenti per ottenerla. Gettavasi appassionatamente in tutte le nuove avventure, perchè gli servivano di pretesto per abbandonare le precedenti. Era sempre ansioso di dirigere gli affari altrui, perchè gli servivano di pretesto per trascurare i proprj; e perchè si vedeva sempre contrariato ne' suoi stati, cercava ogni circostanza di uscirne. Era adunque allo Sforza meno difficile l'attirarlo in Italia che persuadere i Veneziani ad unirsi a lui per chiamarvelo. Per altro siccome Carlo VIII non lasciava di minacciare, e credendosi che le sue armate fossero apparecchiate a valicare le Alpi, perciocchè era noto che aveva di fresco tentato lo Sforza onde rientrasse nella sua alleanza, i Veneziani ebbero timore che il duca di Milano, il quale diffidava di loro, non si gettasse di nuovo nelle braccia del re di Francia, ed acconsentirono di mandare dal canto loro ambasciatori a Massimiliano per promettergli un sussidio[460].
Massimiliano si avanzò fino a Manshut ai confini del Tirolo e della Valtellina; e colà recossi a trovarlo Lodovico il Moro cogli ambasciatori di Venezia e del papa. Convenne con lui che gli alleati d'Italia gli pagherebbero per tre mesi quaranta mila ducati al mese, cioè i Veneziani 16,000, egli stesso 16,000, ed il papa 8,000, a condizione che Massimiliano entrerebbe in Italia con un'armata degna d'un imperatore, e che l'adopererebbe in quei tre mesi in servigio della lega. Il giorno susseguente a quello in cui fu sottoscritto il contratto, Massimiliano in abito da caccia passò ancor esso le Alpi, e venne a Bormio a rendere visita a Lodovico il Moro, ed ebbe con lui un'altra conferenza. Tornò poi subito in Germania per levarvi la promessa armata[461].