Per altro prima di porsi in viaggio alla volta dell'Italia spedì due ambasciatori a Firenze, i quali si presentarono alla signoria il giorno 19 d'aprile. Le dichiararono che, volendo l'imperatore volgere le armi della Cristianità contro gl'infedeli, aveva proposto di consolidare da prima il riposo d'Italia, distruggendo tutti i semi di discordia sparsi dai Francesi, e riunendola tutt'intera in una sola lega. I Fiorentini, soggiunsero, sono i soli che mantengonsi fuori dell'alleanza comune; quindi vengono da Massimiliano invitati a deporre le armi, che prese hanno contro i Pisani, e ad assoggettare le loro pretese verso quella città alle leggi dell'impero ed al suo arbitramento[462]. Risposero i Fiorentini, che avevano di già nominati due de' loro più riputati cittadini per recarsi presso l'imperatore, e portargli l'omaggio del loro rispetto e della loro ubbidienza. Che i suoi ambasciatori gli esporrebbero i diritti della loro repubblica sopra di Pisa, e che invocherebbero a favore della medesima le leggi dell'impero, in forza delle quali veruno stato era obbligato ad assoggettare ad un arbitramento le sue pretese, se preventivamente non era rimesso in possesso di tutto quanto gli era stato tolto colla violenza[463].

Bentosto i Pisani furono avvisati dai loro alleati che l'imperatore eletto in breve giugnerebbe tra le loro mura; ma di già senza la di lui assistenza trovavansi in aperta campagna superiori ai Fiorentini. Ogni giorno ricevevano nuovi soccorsi dai Veneziani; due provveditori di san Marco, Morosini e Domenico Delfino, erano venuti a soggiornare nella loro città; il conte Braccio di Montone loro aveva condotto un corpo d'uomini d'armi, ultimo avanzo dell'antica scuola del suo avo. Poco dopo Annibale Bentivoglio, figliuolo di Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, era pure giunto tra di loro. Vero è che i Veneziani avevano spedito il Bentivoglio meno per soccorrere Pisa che per acquistare in quella città una decisa preponderanza sopra il duca di Milano. Avevano sospetto che Lucio Malvezzi, generale de' Pisani, fosse totalmente ligio alla casa Sforza, e volevano ridurlo a rinunciare egli stesso al servigio di quella repubblica. Ora il Malvezzi apparteneva a quella famiglia che nel 1488 aveva in Bologna congiurato contro i Bentivoglio; tutti i suoi parenti erano stati da loro uccisi, era stato dai medesimi posta una taglia alla sua testa; non era probabile che si tenesse sicuro in una città, dove il suo più accanito nemico riceveva un comando. Effettivamente, quando Giulio Malvezzi vide entrare in Pisa il Bentivoglio, chiese ed ottenne il suo congedo[464].

I Pisani, sotto gli ordini di Gian Paolo Manfroni, attaccarono successivamente tutte le terre murate che i Fiorentini possedevano nel loro territorio, cercando particolarmente di togliere loro ogni comunicazione con Livorno. Se ciò ottenere potevano, se in tal modo riuscivano ad allontanare i Fiorentini dal mare, avrebbero loro tolta la speranza di ricevere ajuti dalla Francia, avrebbero nello stesso tempo interrotto tutto il loro commercio marittimo, ed avrebbero loro cagionato una così grave perdita da consigliarli a chiedere la pace. In principio di settembre il Manfroni prese i castelli di Sojana, Moranna, Chianna, Terricciuola e Cigoli. Fu meno fortunato in una zuffa presso il lago di Bientina, che si terminò colla ritirata delle due armate, dopo avere ambedue perduta molta gente; ma bentosto, ricominciando i suoi attacchi contro i castelli delle colline, prima del 20 di settembre occupò san Regolo, san Luzio, Usigliano, Casa nuova ed alcune altre terre murate. Pietro Capponi, commissario de' Fiorentini presso l'armata, quello stesso che aveva stracciate le proposizioni di Carlo VIII, ed uno de' più eloquenti e più coraggiosi cittadini di Firenze, volle metter fine a tali conquiste e riprendere Sojana; ma mentre faceva condurre l'armata fiorentina contro quel castello, ed egli si avanzava per un luogo scoperto per piantare una batteria, fu colpito nel capo da una palla di falconetto, che lo fece cader morto. Firenze pianse in questo cittadino l'uomo coraggioso che l'aveva salvata colla sua fermezza, ed il degno rappresentante d'una famiglia, che, anche ne' tempi in cui maggiormente imperversavano le fazioni, si era sempre distinta per le sue virtù pubbliche, senza abbandonarsi a verun partito[465].

Intanto Massimiliano era sceso in Italia, ma invece dell'armata imperiale promessa ai confederati aveva appena con sè trecento cavalli e mille cinquecento pedoni. Perciò, sentendo egli stesso di corrispondere troppo male all'aspettazione de' popoli, sottraevasi alla folla che adunavasi per vederlo. Prese una strada rimota per non attraversare Como, dove gli era stata apparecchiata una magnifica festa, e si trattenne a Vigevano per non lasciarsi vedere a Milano[466]. Gli chiedevano gli alleati di costringere il duca di Savoja ed il marchese di Monferrato a staccarsi, nella loro qualità di membri dell'impero, dall'alleanza francese; ma le sue forze non erano tali da far rispettare i suoi decreti. Volle ancora far rinunciare il duca di Ferrara alla sua neutralità, e gl'intimò come a suo feudatario pei ducati di Modena e di Reggio di presentarsi alla sua corte; ma Ercole d'Este ricusò d'ubbidire, dichiarando che ciò sarebbe un dipartirsi dalla mediazione che egli aveva accettata nel trattato colla Francia, e mancare all'obbligo contratto quando aveva accettato in deposito il Castelletto di Genova. Non potendo Massimiliano fare verun altro uso della sua imperiale potenza, prese la strada di Genova per recarsi a Pisa[467].

Sebbene l'armata dell'imperatore fosse poco considerabile, la sua venuta riusciva ai Fiorentini assai molesta: essi avevano contro di loro tutta la lega che aveva scacciati i Francesi dall'Italia. I sovrani della Spagna ed il papa, se non agivano vigorosamente contro di loro, manifestavano se non altro la loro nimicizia, e sovvenivano danaro ai loro nemici. Il duca di Milano ed i Veneziani gli opprimevano colle grandi forze mandate in ajuto de' Pisani, e tutti i piccoli popoli della Toscana, tutti i vicini di Firenze, che non avrebbero ardito di prendere una parte attiva nella guerra contro un più grande potentato, adoperavano tutte le forze loro contro una repubblica di cui erano gelosi. Firenze, smunta da tre anni di guerra, e dai prodigiosi sussidj pagati alla Francia, mentre aveva perdute le dogane di Pisa e del mare, che formavano una ragguardevole parte delle sue entrate, non sembrava in istato di portare questo nuovo peso. Aveva troppe riprove dell'instabilità e della mala fede di Carlo VIII, e non era sperabile che questo monarca soccorresse i suoi alleati, dopo che aveva abbandonati nell'estrema miseria le proprie armate del regno di Napoli. Se la repubblica non si fosse consigliata che colla politica mondana, avrebbe senza verun dubbio già da gran tempo accettata l'offerta fattale da Lodovico Sforza di farla ricevere nella lega italiana: ma il partito de' piagnoni, che in allora dominava in Firenze, era composto d'uomini che ogni giorno andavano ad imparare alle prediche di Girolamo Savonarola in qual modo dovevano governare la repubblica; che in tutte le perdite che provava lo stato vedevano il gastigo de' vizj de' privati e non quello degli errori del governo; che non isperavano che nella forza delle preghiere e nella prudenza delle ispirazioni. Ora il Savonarola loro prediceva continuamente che i tempi delle prove erano vicini a terminare, che la Chiesa di Dio sarebbe bentosto riformata dalla potenza de' Francesi, e che, qualora i Fiorentini si mantenessero fedeli al partito che avevano abbracciato, si troverebbero, dopo tutte le loro tribolazioni, padroni non solo dell'antico territorio, ma di tutta la Toscana. Queste predizioni inspirarono ai consiglj della repubblica una costanza tale, che mai non fu posta a più dura prova[468].

Il vescovo Pazzi e Francesco Pepi, legista, che la repubblica aveva mandati come ambasciatori presso Massimiliano, arrivarono a Tortona il giorno dopo la sua partenza alla volta di Genova. Lo seguirono in quella città, ma dopo la loro udienza di presentazione, l'imperatore li mandò per la risposta al cardinale di santa Croce, legato del papa, mentre che il giorno 8 di ottobre egli andava a bordo per passare a Pisa. Il cardinale li rimandò al duca di Milano, che in allora trovavasi a Tortona. Avanti di presentarsi al duca scrissero alla repubblica per informarla del modo con cui venivano rimandati dall'uno all'altro. Per altro seguirono lo Sforza a Tortona ed a Milano, e colà ebbero ordine dalla signoria di prendere da lui congedo senza esporgli la commissione. Il borioso signore, sempre premuroso di far pompa agli occhi d'un numeroso pubblico del suo potere e della sua eloquenza, aveva invitati tutti gli ambasciatori della lega e tutti i senatori di Milano alla pubblica udienza che aveva destinato di dare ai Fiorentini. Aveva apparecchiato uno studiato discorso, nel quale veniva rammentando i consiglj che loro aveva dati, e gli errori contro i quali gli aveva avvisati di cautelarsi. Voleva loro dimostrare essere appunto quelli in cui erano caduti, e di cui ne provavano le tristi conseguenze. Ma gli ambasciatori introdotti innanzi a lui si ristrinsero a dirgli, che, tornando a Firenze, non avevano temuto di allungare la via per avere l'opportunità d'attestargli il loro rispetto, e la ferma intenzione della loro patria di restare con lui in sul piede dell'antica loro amicizia. Lo Sforza, sconcertato da questo complimento, chiese loro quale risposta avevano avuta dall'imperatore. — Per le leggi della nostra repubblica, gli risposero, non possiamo esporre le sue commissioni che al principe presso al quale siamo stati mandati, e perciò non rendiamo conto che alla nostra signoria delle sue risposte. — Ma io so, soggiunse il duca, che l'imperatore vi ha rimandati a noi per avere la risposta; non volete voi dunque averla? — Niuna legge ci proibisce d'ascoltare, essi ripigliarono, e non abbiamo alcun diritto d'impedire a vostra altezza di parlare. — Ma noi, replicò il duca, non possiamo dare una risposta senza che ci esponiate la domanda che gli avete fatta. — E noi, dissero gli ambasciatori, non possiamo eccedere la commissione che ci fu data. Ma se l'imperatore ha incaricata l'altezza vostra di rispondere, le avrà naturalmente comunicata la nostra proposizione. Il Moro, non potendo avere da loro una più espressa domanda, li licenziò all'ultimo con tutta l'assemblea, innanzi alla quale aveva creduto di brillare coll'umiliarli, ed alla quale non seppe pure nascondere il suo dispetto[469].

Massimiliano aveva a Genova trovate sei galere veneziane, che lo stavano aspettando, e vi s'imbarcò gli 8 d'ottobre con mille fanti tedeschi: mille altri fanti con cinquecento cavalli andarono per terra alla Spezia; e le galere genovesi trasportarono sulle coste della Toscana una numerosa artiglieria[470]. Avendo Massimiliano riuniti questi due corpi di truppe, entrò in Pisa alla testa delle medesime. Fu ricevuto alla porta della città dai dieci anziani e dai procuratori di san Marco, che colà risiedevano a nome de' Veneziani, e fu accompagnato all'alloggio che gli era stato apparecchiato nel palazzo che i Medici avevano fabbricato in Pisa. Il di lui arrivo venne festeggiato con pubblici divertimenti, e lo scudo di marmo carico di giglj d'oro, ch'era stato innalzato sul ponte in onore di Carlo VIII, fu gettato nel fiume per far luogo agli stemmi di Massimiliano. Nel susseguente giorno, l'imperatore, che risguardava l'acquisto di Livorno siccome lo scopo principale della sua spedizione, andò a bordo d'una galera veneziana per recarsi a riconoscere quella piazza. I Fiorentini vi avevano mandata una buona guarnigione ed una numerosa artiglieria: l'avevano di fresco renduta più forte con nuove opere, e datone il comando a Bettino Ricasoli, quello di tutti i cittadini di Firenze che aveva date prove di più grandi talenti militari[471].

L'assedio di Livorno fu all'istante intrapreso dalla banda di terra e di mare; ma se Massimiliano aveva desiderio d'illustrare la sua venuta in Toscana con una conquista, nè i Veneziani, nè lo Sforza lo assecondavano di buona fede. Non avevano ancora convenuto a chi di loro toccherebbe Livorno: ed in pendenza della decisione di questo punto così importante attaccarono colla loro artiglieria tre torri, poste sopra gli scogli fuor del porto, il di cui possedimento non riusciva vantaggioso a veruno. Massimiliano trattava la guerra da principe; credeva di dare esempj di valore ai soldati con certa quale militare galanteria di cui faceva professione, e credeva pure di dirigere i loro capitani coll'assistere a tutti i loro consiglj; egli non si accorgeva che le continue scariche della sua artiglieria non avevano alcun utile scopo, e davano oggetto di ridere alle due armate[472].