Frattanto due sortite fatte dalla guarnigione di Livorno avevano dispersi gli assedianti, ed uccisa loro molta gente presso ponte di Stagno. Dall'altro canto eransi innoltrati nelle Maremme al di là di Cecina quattrocento cavalli ed altrettanti fanti tedeschi, ed avevano occupato la grossa borgata di Bolgheri. La saccheggiarono, ed uccisero gli abitanti colla più insigne crudeltà, svenando le donne ed i fanciulli fino ai piedi degli altari. Castagneto, che come Bolgheri apparteneva ai conti della Gherardesca, s'affrettò d'arrendersi per sottrarsi a tanta sciagura, e stava per fare lo stesso anche Bibbona, quando si vide in tempo di grossa burrasca giugnere in faccia al porto di Livorno una flotta francese di sei vascelli e due galeoni, carica di frumento e di soldati. La violenza del vento obbligava la flotta degli alleati a porsi al coperto dietro la Meloria, di modo che i Francesi trovarono libero l'ingresso del porto, e vi entrarono a piene vele[473]. Il Savonarola aveva da gran tempo annunciato un divino soccorso, ed i Fiorentini, sempre animati dai discorsi del loro predicatore, aspettavano infatti un miracolo, e credettero di vederlo nell'arrivo inaspettato di quella flotta. Vero è che la signoria aveva comperati in Francia, già da molto tempo, sei mila moggia di frumento, ed aveva preso al loro soldo il signore d'Albigeon con mille soldati; ma nè tutto il grano che avevano comperato, nè tutti i militari che avevano assoldati giugnevano su questa flotta, ed il più grosso de' vascelli ch'erano entrati in porto, ne ripartì subito, per continuare il suo viaggio alla volta di Gaeta, ove doveva portare de' rinforzi. Pure questo piccolo soccorso giugneva così a proposito, che gli assediati riprendevano coraggio, ed i nemici tremavano come se in sui loro occhi si fosse operato un prodigio[474].

I venti, che di già avevano così bene serviti i Fiorentini, loro rendettero nuovi servigi. Il 14 di novembre una burrasca assalì all'improvviso la flotta che assediava Livorno. Il vascello genovese, la Grimalda, a bordo del quale l'imperatore era stato molto tempo, venne a rompere contro la fortezza; due galere veneziane furono gettate sulla costa presso san Giacomo, e le altre navi vennero talmente danneggiate, che si conobbe l'impossibilità di continuare l'assedio. Massimiliano ricondusse a Pisa la sua armata, dichiarando di non potere nello stesso tempo fare la guerra a Dio ed agli uomini[475]. Disse che porterebbe altrove le sue armi, e fece gettare de' ponti sull'Arno e sul Cilecchio presso Cascina e Vico Pisano. Il 19 di novembre si avanzò infatti verso Monte Carlo; ma un contadino lucchese, preso dalla vanguardia, gli appalesò che si trovavano in quel forte due mila fanti e mille cavalli colà arrivati nel precedente giorno. O sia che quest'uomo fosse stato appostatamente tenuto in sulla strada da Antonio Giacomini, comandante di Monte Carlo, o dallo stesso imperatore, che cercava un pretesto per ritirarsi, Massimiliano lo credette, o s'infinse di crederlo. Egli prese subito la via di Sarzana, senza voler nemmeno parlare al conte di Cajazzo, che lo accompagnava a nome di Lodovico il Moro, e senza manifestare a verun'altra persona i motivi di questa sua improvvisa risoluzione. Passò così in Lombardia per la strada di Pontremoli, dopo essersi trattenuto meno d'un mese a Pisa[476].

Giunto a Pavia Massimiliano dichiarò a' suoi alleati che urgenti ragioni lo richiamavano in Germania. Pure si trattenne alcun tempo in quella città per sapere quali proposizioni gli si farebbero per conto di un nuovo sussidio. Offrì di soggiornare ancora tutto l'inverno in Italia, ai servigj de' confederati, colla poca truppa che gli era rimasta, purchè gli si pagassero ventidue mila fiorini del Reno al mese. Gli alleati ne avevano di già offerti venti mila. Massimiliano, aspettando un definitivo riscontro da Venezia, si fermò nella Lomellina, e tornò a Cussago, invece d'andare a Milano, dov'era aspettato; poi bruscamente partì alla volta di Como, sempre deludendo l'aspettazione de' negoziatori che trattavano con lui, e facendo in pari tempo conoscere la sua incostanza e la sua avidità. All'ultimo rientrò in Germania pel lago di Como, e lasciò negl'Italiani una spregievole opinione di sè per la sua instabilità; opinione che mai non potè cancellare poscia nella lunga serie di quelle guerre colle quali egli desolò il loro paese[477].

Lodovico il Moro, che non aveva calcolato di stabilirsi in Pisa che coll'appoggio dell'imperatore, quando si vide da lui abbandonato richiamò le truppe che tuttavia teneva in Toscana, e trovò qualche conforto alle deluse sue speranze nelle spese che cagionò ai Veneziani, suoi vicini, sui quali faceva ricadere tutto il peso della guerra. Dal canto loro i Veneziani cominciarono a scoraggiarsi; ed i Fiorentini, approfittando della mala intelligenza de' loro nemici, ricuperarono nell'inverno la maggior parte de' castelli che avevano perduti nelle colline[478].

Ma nel mentre che il vicendevole spossamento de' combattenti riduceva la guerra di Toscana a semplici scaramucce, l'ambizione d'Alessandro VI ne risvegliava un'altra nello stato di Roma, che poteva, non meno che la precedente, chiamarvi straniere armate. Ad altro non pensava il papa che ad ingrandire i suoi figliuoli; credette giunta la propizia circostanza d'arricchirli, senza eccitare i riclami della Chiesa, col sequestrare tutti i feudi degli Orsini, mentre che tutti i capi di quella famiglia erano tenuti in prigione a Napoli. Il primo di giugno del 1496 aveva condannato Virginio Orsini come ribelle per essere passato al soldo de' Francesi, ed avere per loro portate le armi nel regno di Napoli. Aveva nello stesso tempo intimato a Ferdinando di ritenerlo prigioniero a dispetto della capitolazione d'Atella[479]. Il ventisei ottobre susseguente pronunciò in segreto concistoro la pena della confisca contro Virginio Orsini e tutta la sua famiglia, incaricando suo figlio, Francesco Borgia, duca di Gandia, e Bernardino Lunato, cardinale di Pavia, di spogliarlo de' suoi feudi. Oltre di ciò volle essere sicuro della cooperazione dei Colonna, sempre apparecchiati a combattere gli Orsini, loro rivali e loro vicini, e malgrado la ripugnanza dei Veneziani per questa nuova guerra, ottenne che il duca d'Urbino, il di cui soldo pagavasi a metà da loro e dalla camera apostolica, sarebbe mandato a Roma per secondarlo. Prima che terminasse l'anno l'armata pontificia aveva occupati la maggior parte de' castelli degli Orsini[480], e ne' primi giorni del susseguente attaccò Triboniano, indi l'Isola, ed all'ultimo Bracciano. Ma durante l'assedio delle due ultime piazze Bartolommeo d'Alviano sorprese Cesare Borgia, che conduceva l'artiglieria del papa, sconfisse la sua cavalleria, e lo inseguì fino alle porte di Roma. L'Alviano apparteneva ad un ramo cadetto, o forse bastardo degli Orsini; era stato educato nella loro casa, e da loro aveva imparata l'arte della guerra; ed in tempo della prigionia de' suoi padroni, loro diede le prime prove della sua fedeltà, de' suoi talenti, e di quell'intraprendente attività che lo rendette famoso tra tutti i capitani italiani[481].

Bracciano veniva risguardato come il capo luogo del principato degli Orsini. Virginio vi avea lanciata sua sorella Bartolommea, il di cui maschio ed intrepido coraggio non si lasciava sgomentare dai pericoli della guerra. Questa fanciulla aveva raccolti tutti i soldati de' suoi fratelli, che tornavano fuggiaschi dal regno di Napoli; aveva loro date nuove armi e nuovi cavalli; aveva fatta riparare l'artiglieria danneggiata, rialzare le fortificazioni di Bracciano, e guarnire i parapetti di pietre e di combustibili da lanciarsi contro gli assalitori; aveva fatti ammaestrare nell'esercizio delle armi i contadini; e prendeva confidentemente sopra di sè sola il comando delle fortezze, mentre che Bartolommeo d'Alviano, tenendo la campagna, inquietava i saccomani del nemico, e cercava di adunare un'armata che potesse liberarla[482].

Frattanto era stato preso Triboniano, e l'assedio di Bracciano stringevasi caldamente. Malgrado i prosperi successi degli attacchi dell'Alviano, e sebbene fosse riuscito in più riprese ad inchiodare i cannoni ed a distruggere le opere degli assediane i, era stato costretto all'ultimo di chiudersi nella piazza, la quale sarebbe stata presa entro poco tempo, se gli alleati degli Orsini non riuscivano a formare un'armata capace di far levare l'assedio. Carlo Orsini, figliuolo di Virginio, e Vitellozzo Vitelli, erano arrivati dalla Francia a bordo della piccola flotta, che aveva così opportunamente soccorso Livorno, ed avevano portato del danaro che loro aveva dato Carlo VIII per rimontare i loro uomini d'armi. Recaronsi a Città di Castello, ove erano sovrani i Vitelli. I due fratelli di Vitellozzo, Paolo e Camillo, che contavansi a ragione fra i migliori condottieri d'Italia, avevano cercato d'introdurre nel loro piccolo principato la tattica militare che tanto riusciva utile agli oltremontani. Avevano posti i loro cannoni sopra carri alla francese, assai più facili a muoversi che quelli degl'Italiani; avevano armati i loro fanti di picche, simili a quelle degli Svizzeri, ma due piedi più lunghe, e gli avevano addestrati a trattarle. Per tal modo i Vitelli avevano adottato tutto ciò che aveano trovato di meglio nella pratica militare degli oltremontani, che pure non avevano imparato a conoscere che da circa tre anni. Erano questi signori intimamente legati cogli Orsini, ed apertamente vedevano che, perduti questi, il papa volgerebbe le sue forze contro di loro.

Malgrado la sproporzione delle loro forze, si determinarono adunque ad attaccare il pontefice. Persuasero le città di Perugia, di Todi, di Narni a somministrar loro alcuni ajuti; e colla loro piccola ma valorosa armata si avanzarono alla volta di Bracciano. Il duca d'Urbino, avvisato del loro arrivo, levò l'assedio, e si fece loro incontro a mezza strada in sulla via di Soriano. Lunga ed accanita fu la battaglia; ma un corpo di ottocento Tedeschi, il fiore dell'armata pontificia, venne distrutto dalla fanteria di Città di Castello, la quale li trapassava colle lunghe sue picche senza poter essere da loro ferita. Tutto il restante dell'armata del papa fu bentosto sgominato, e fu fatto prigioniero lo stesso duca d'Urbino con molti gentiluomini. Il duca di Gandia, ferito nel viso, si salvò a Ronciglione col legato e con Fabrizio Colonna; ma tutti i loro equipaggi e tutta l'artiglieria cadde in potere de' vincitori, i quali ne' susseguenti giorni ricuperarono tutti i castelli tolti agli Orsini, tranne l'Anguillara e Triboniano[483].

Il papa lasciavasi facilmente scoraggiare dai primi disastri, perchè paventava ogni occasione di spendere danaro. Perciò diede volentieri orecchio alle proposizioni di pace che gli fece fare Vitellozzo dopo la sua vittoria. Questi ben sentiva dal canto suo che, non avendo alleati in Italia, sarebbe bentosto abbandonato dalla Francia; che il suo piccolo tesoro, non meno che quello degli Orsini, sarebbe presto esaurito, e che a lungo andare dovrebbe soggiacere. Le due parti, egualmente desiderose della pace, convennero facilmente intorno alle condizioni. Gli Orsini ed i Vitelli ottennero l'assenso del papa per mantenersi al servigio della Francia fino alla fine del loro contratto, a condizione per altro che mai non porterebbero le armi contro la Chiesa. Gli Orsini promisero settanta mila fiorini per le spese della guerra. Tutti i prigionieri si dovevano restituire senza taglia dall'una e dall'altra parte ad eccezione del solo duca d'Urbino. Giovanni Giordani e Paolo Orsini, prigionieri di Federico, re di Napoli, dovevano essere posti in libertà nell'istante in cui sarebbero pagati i primi ventimila fiorini; Virginio Orsini era morto in Castel dell'Uovo, probabilmente avvelenato, otto giorni prima. Veniva accordato agli Orsini un termine di otto mesi pel pagamento della restante somma; ma per guarenzia del debito dovevano lasciare in mano ai cardinali Sforza e Sanseverino i castelli dell'Anguillara e di Cervetri, ed il loro prigioniere il duca di Urbino. Quest'ultimo fu perciò costretto a redimersi dallo stesso papa, servendo al quale era stato fatto prigioniere. Alessandro, il quale sapeva che gli Orsini non avevano danaro, aveva eccepito il solo duca d'Urbino dalla vicendevole restituzione de' prigionieri, e non si vergognò di ricevere a conto del tributo loro imposto i quaranta mila ducati, che il suo proprio generale pagò per la sua taglia[484].