Dall'altra banda Carlo VIII, che mai non era stabile nelle sue risoluzioni sia per proteggere i suoi amici in Italia, sia per mandare ad effetto i suoi progetti, più non poteva interamente rinunciare a conquiste cui appoggiava tutta la gloria che credeva d'avere acquistato. Alcune ostilità ai confini dell'Arragona, in occasione delle quali le sue truppe avevano presa e bruciata la città di Salse, essendosi terminate con un armistizio di due mesi, Carlo trovossi in libertà di spedire maggiori forze verso l'Italia. Fece passare in Asti, sotto gli ordini di Gian Giacomo Trivulzio, mille lance, tre mila Svizzeri ed altrettanti Guasconi, onde sostenere Battistino Fregoso ed il cardinale di san Pietro ad vincula, che volevano fare un tentativo sopra Genova. Nello stesso tempo Ottaviano Fregoso andò ad eccitare i Fiorentini perchè attaccassero i Genovesi nella Lunigiana, e Paolo Battista Fregoso con sei galere minacciò la riviera di Ponente[485].
Gl'Italiani più non davano fede alle minaccie di Carlo VIII, di modo che l'attacco di Gian Giacomo Trivulzio li sorprese come se non fosse stato annunciato. Il Trivulzio sorprese Novi, di dove il conte di Cajazzo dovette ritirarsi; indi prese Bosco nell'Alessandrino, e pareva volere troncare ogni comunicazione tra Milano e Genova. Di già il Milanese, dove Lodovico Sforza aveva moltissimi nemici, era in sul punto di provare una rivoluzione; ma il Trivulzio, che aveva avuto ordine d'attaccare i Genovesi e non la Lombardia, non ardì spingere più in là i suoi vantaggi, e diede tempo al duca di Milano d'adunare le sue truppe, e di ricevere potenti ajuti da Venezia. Il cardinale della Rovere erasi avvicinato a Savona con dugento lance e tre mila fanti; ma, non avendo potuto eccitarvi una sollevazione, si vide forzato a dare addietro all'arrivo di Giovanni Adorno; nè fu del cardinale più fortunato sotto Genova, cui erasi molto avvicinato, Battistino Fregoso. I Fiorentini ricusarono di compromettersi, prima d'avere veduto che i Francesi mandassero in Italia maggiori forze. La Rovere e Fregoso dovettero in breve raggiugnere presso a Bosco il Trivulzio, il quale, vedendo che l'armata veneziana, comandata da Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, riceveva ogni giorno ragguardevoli rinforzi, si ritirò verso Asti senza avere ottenuto alcun vantaggio da questa spedizione[486].
Al Trivulzio non poteva riuscire prosperamente l'attacco contro Genova, se non nel caso che lo seguisse a breve distanza il duca d'Orleans con una nuova armata, siccome lo aveva annunciato Carlo VIII; ma la sanità di questo monarca cominciava di già a dare molestia a' suoi cortigiani e speranze al suo successore. I suoi figliuoli erano morti prima di lui in tenera età, ed il duca d'Orleans, che non aveva chi potesse contrastargli il trono, non voleva allontanarsi dalla corte. Credevasi dall'altro canto che Lodovico Sforza spedisse ragguardevoli somme al duca di Borbone e al cardinale di san Malo, per guadagnarli, onde facessero andare a nulla qualunque impresa diretta verso l'Italia. Sia che il loro tradimento assecondasse o no l'incostanza di Carlo, tutti i suoi progetti furono abbandonati appena concepiti, ed i suoi partigiani sagrificati un'altra volta[487].
Era di già cominciata qualche negoziazione tra Carlo VIII da una parte e Ferdinando ed Isabella dall'altra; il primo aveva sempre desiderato di rendere sicuri i suoi confini colla Spagna, il secondo non aveva più pretesti per continuare la guerra dopo che il loro cugino era risalito sul trono di Napoli. Pareva adunque che dovesse riuscire cara alle due parti una tregua; ma Carlo VIII voleva che questa lo mettesse in situazione di continuare la guerra in Italia, ed i monarchi spagnuoli non si facevano scrupolo d'abbandonare i loro alleati, tanto più che li supponevano in istato di difendersi da sè medesimi; ma volevano per altro risparmiarsi in parte la vergogna di quest'atto di mala fede, e richiedevano che la tregua fosse in principio comune anche ai loro alleati, perchè stipulandola apparisse che avessero pensato anche ai loro interessi. Il cattivo esito della spedizione di Genova consigliò Carlo VIII a moderare le sue pretese; e la tregua tra i monarchi francesi e spagnuoli, i sudditi e gli alleati cui nominerebbero le due parti, fu sottoscritta il 5 di marzo, per durare a tutto ottobre; tutti gli stati italiani vi furono compresi, cominciando dal 25 di aprile, ed in forza della medesima fu pure sospesa la guerra di Pisa con grandissimo rincrescimento de' Fiorentini, i quali per cinque soli mesi non potevano congedare la loro armata, e perciò trovavansi obbligati a sostenere le stesse spese come se continuate fossero le ostilità[488].
Fiorenza trovavasi più che in altri tempi sotto l'influenza di quei virtuosi cittadini, ma rigoristi ed entusiasti, ai quali Girolamo Savonarola aveva predicata la riforma. Il primo gonfaloniere di quest'anno era stato Francesco Valori, che poteva considerarsi come il capo di quel partito. La sua statura alta ed imponente, ed il suo nobile aspetto, accrescevano agli occhi del volgo l'alta opinione che gli davano i suoi talenti governativi e le sue pubbliche e private virtù. Sempre attento a fortificare più che poteva il partito popolare, fece ammettere nel maggiore consiglio tutti i giovani dai ventiquattro ai trent'anni, richiedendo in pari tempo con una nuova legge, che per prendere una decisione dovessero essere presenti in consiglio almeno mille individui[489].
La proibizione fatta ai consiglj di deliberare, quando non sono a numero, ha senza dubbio l'inconveniente di permettere alla minorità d'impedire colla sua assenza le deliberazioni della maggiorità; ed egualmente pericoloso riesce l'obbligo ingiunto ai consiglieri d'intervenire e di votare, perchè frequentemente gli sforza ad emettere un voto anche quando non hanno alcuna decisa opinione, e trasforma questo voto in legge. Nè sono minori gl'inconvenienti dell'opposta regola. Quando una parte de' membri d'un consiglio s'accostuma ad assentarsi, la sovrana volontà si trova cambiata secondo che assistono o no alle assemblee; la quale fluttuazione, dopo d'avere fatto prendere allo stato contraddittorie deliberazioni, può precipitarlo in violente rivoluzioni. Fiorenza di quei tempi sperimentava quest'inconveniente, che rendevasi tanto più sensibile in quanto che la suprema magistratura sedeva per un più breve tempo. Tosto che un partito aveva ottenuto qualche vantaggio, o fatta un'elezione di suo soddisfacimento, diventava meno vigilante, astenevasi dalle vicine successive deliberazioni, ed intanto la parte avversaria, meglio combinando le segrete sue pratiche, otteneva un'elezione in un affatto opposto senso. A Francesco Valori successe Bernardo del Nero, che aveva avuta intima famigliarità con Lorenzo de' Medici, che favoriva tutti i partigiani di quella casa, cui lo stesso Pietro soleva chiamare suo padre[490].
Durante la magistratura di Bernardo del Nero si pubblicò in Firenze la tregua conchiusa tra la Francia e la Spagna, e si cominciarono le negoziazioni per la pace generale. Lodovico Sforza, aombrato dai Veneziani, proponeva, per impedir loro di stabilirsi in Pisa, di restituire quella città ai Fiorentini, purchè a tal patto entrassero di buona fede nella lega d'Italia. Alessandro VI adottò quest'opinione, e spedì a Firenze il vescovo Pazzi per offrire la restituzione di Pisa, se i Fiorentini depositavano in mano de' confederati o Livorno, o Volterra, come pegno del loro attaccamento agl'interessi dell'indipendenza italiana. Ma nè i Veneziani volevano acconsentire all'evacuazione di Pisa, nè i Fiorentini a dare una fortezza in sua vece; di modo che per gli opposti loro sforzi la negoziazione si ruppe. Per altro in tempo delle negoziazioni, i Fiorentini, che avevano mostrata da principio tanta avversione e tanto disprezzo per il papa, si credettero nuovamente obbligati ad accarezzarlo[491].
Le negoziazioni con Roma diedero altresì opportunità a Pietro de' Medici di ricominciarne di più segrete co' suoi partigiani di Firenze. Gli alleati cominciavano a desiderare il suo ritorno in una città in cui il partito repubblicano sembrava troppo affezionato alla Francia. Incoraggiato da loro, credette di dover tentare un'altra volta la sua fortuna, prima che l'amico suo, Bernardo del Nero, uscisse d'impiego. Il 23 d'aprile recossi a Siena, dove Pandolfo Petrucci e suo fratello, che avevano acquistata sopra questa repubblica una quasi assoluta autorità, gli erano del tutto ligi. Colà venne a raggiugnerlo Bartolommeo d'Alviano con ottocento cavalli e tre mila fanti; dopo ciò avanzossi rapidamente, di notte e per rimote strade, fino alle porte di Firenze, ove si presentò la mattina del 29 aprile. Ma la porta Romana, che aveva sperato di sorprendere, si trovò custodita e difesa da Paolo Vitelli, giunto il precedente giorno da Mantova. Rannuccio da Marciano, che aveva il comando dell'armata fiorentina ai confini del Pisano, era stato richiamato all'istante in Firenze, onde Pietro de' Medici, dopo essersi trattenuto quattro ore in faccia alla porta senza avere il coraggio d'attaccarla, ritirossi quando vide che in città non facevasi, verun movimento. Suo fratello Giuliano, che nello stesso tempo era penetrato nella Romagna fiorentina, vide in pochi giorni disperdersi la sua piccola armata[492].
Ma questo imprudente attacco diventò bentosto non meno fatale ai partigiani de' Medici, che lo avevano provocato, che ai loro nemici, che lo punirono. Lamberto dell'Antella, esiliato da Firenze, venne arrestato sul territorio fiorentino, e sebbene deponesse ch'egli tornava in patria per manifestare la cospirazione, di cui aveva avuta contezza, fu posto alla tortura; perciocchè in allora non credevansi vere che quelle deposizioni che venivano riconfermate col mezzo di terribili supplicj. Costui incolpava i più riputati cittadini ed in particolare Bernardo del Nero, che usciva in allora dall'ufficio di gonfaloniere. Gli otto giudici del tribunal criminale non osarono prendere sopra di loro il giudizio d'una causa di tanta importanza, e furono invitati cento sessanta de' più ragguardevoli cittadini ad esaminare le risultanze del processo.