L'ultimo giorno di carnovale, volendo il Savonarola trasmutare quella festa mondana in un giorno di religiosa contrizione; persuase moltissimi fanciulli a dividersi per bande, ed a scorrere la città, gridando di casa in casa che loro si consegnassero tutti i libri disonesti, tutte le pitture indecenti[505], tutte le carte e dadi da giuocare, tutte le viole, arpe ed altri strumenti musicali, tutte le parrucche, il muschio, le acque nanfe, belletti ec.; i ragazzi chiedevano tutte queste cose sotto pena di scomunica; poi le portarono nella pubblica piazza, dove formarono un'immensa catasta, e le bruciarono, cantando intorno al fuoco salmi ed inni religiosi. Sotto la direzione del Savonarola avevano fatto lo stesso nel precedente anno, ed avevano ridotti in cenere la maggior parte degli esemplari del Boccaccio e del Morgante maggiore[506].
Ma in ragione che il Savonarola andava acquistando credito, cresceva ancora nel papa l'inquietudine e la collera, la quale veniva sempre eccitata da fra' Mariano di Ghinazzano, generale degli Agostiniani, uomo affezionato al Medici, e che in Firenze era stato mal accolto. Un predicatore, chiamato frate Francesco della Puglia, minore osservante, fu mandato per rivalizzare col Savonarola. Predicò nella chiesa di santa Croce di Firenze, ed accusò violentemente l'eresiarca che seduceva la repubblica; nello stesso tempo il papa con un nuovo breve ordinava alla signoria di far tacere il Savonarola, se non voleva esporre tutte le sostanze, che i mercanti fiorentini tenevano in esteri paesi, ad essere confiscate, lo stesso territorio della repubblica ad essere posto sotto l'interdetto, e forse invaso dalle truppe della Chiesa. I Fiorentini, abbandonati dalla Francia, non avevano verun altro alleato; e perchè inoltre tenevano bisogno del papa, ubbidirono, dando il 17 di marzo ordine al Savonarola d'astenersi dal predicare. Infatti costui si congedò da' suoi uditori con un eloquente ed ardito ragionamento[507].
In mezzo a questi movimenti il monaco Francesco della Puglia, che predicava a santa Croce, dichiarò in pulpito, che aveva udito dire, che il Savonarola parlava di provare le sue false dottrine con un miracolo; che offriva di scendere nel sepolcro con un monaco francescano, se tutto l'opposto partito si obbligava a riconoscere per vera la dottrina del primo dei due che risusciterebbe un morto[508]. Frate Francesco dichiarava di essere peccatore, e che non aveva la presunzione di contare sopra un miracolo; ma che per lo contrario proponeva al suo avversario d'entrare con lui in mezzo ad una catasta ardente. «Io sono certo di perirvi, diceva il francescano, ma la carità cristiana m'insegna a non risparmiare la mia vita, se a tale prezzo posso liberare la Chiesa da un eresiarca, che di già ha strascinato e strascinerà tante anime nell'eterna dannazione.»
Così strana proposizione fu subito riferita al Savonarola: essa non gli andava a sangue, non perchè diffidasse del suo potere di operare miracoli, ma perchè temeva che entro vi si nascondesse qualche laccio de' suoi nemici; ma il suo più fidato discepolo, fra Domenico Bonvicini da Pescia, più ardente e più entusiasta del maestro, dichiarò subito di essere apparecchiato ad assoggettarsi alla prova del fuoco in conferma delle verità enunciate ne' sermoni del suo maestro; egli punto non dubitava che per la di lui intercessione non lo dovesse salvare un miracolo di Dio. Nello stesso istante tutto il basso popolo accolse con insolito ardore così terribile sfida, voglioso di provare in un pubblico esperimento i ministri della nuova riforma. I divoti si rallegrarono di ottenere un luminoso trionfo contro di Roma pel miracolo che di già credevano di tenersi in pugno; i loro nemici non erano meno contenti di vedere un eresiarca condannarsi da sè medesimo alle fiamme, di cui lo credevano meritevole; tutta la gente desiderava uno spettacolo così straordinario, ed i magistrati abbracciavano con piacere un'occasione di liberarsi dalla critica situazione in cui si trovavano tra la Chiesa ed il riformatore. Dal canto suo il papa scrisse l'undici d'aprile ai Francescani di Firenze, ringraziandoli dello zelo con cui si apparecchiavano a sagrificare la loro vita per difendere l'autorità della santa sede; e dichiarando che la memoria di così gloriosa impresa non perirebbe in eterno[509].
Ma frate Francesco della Puglia protestò che non entrerebbe nelle fiamme che insieme a frate Savonarola medesimo, non volendosi esporre ad indubitata morte, che per avere compagno del suo eccidio il grande eresiarca. Frattanto si offrirono subito due altri monaci francescani per fare la prova con frate Domenico da Pescia; uno di costoro, frate Niccolò di Pilli, sentì subito venir meno il suo coraggio e si disdisse; ma l'altro, frate Andrea Rondinelli, converso dello stesso convento, stette fermo nella domanda della prova. Dall'altro canto i partigiani del Savonarola si offrirono con sorprendente gara ad entrare per lui nel fuoco. Frate Roberto Salviati fu quegli che fece pratiche per quest'onore colle più vive istanze; ma bentosto tutti i Domenicani della Toscana, molti preti e secolari, e perfino donne e fanciulli imploravano dalla signoria di essere preferiti, o almeno di permettere loro di entrare nello stesso tempo tra le fiamme, onde partecipare al favore di Dio, di cui tenevansi sicuri. Pure la signoria limitò lo sperimento a frate Domenico Bonvicini di Pescia, ed a frate Andrea Rondinelli. Nominò dieci cittadini, cinque per cadaun partito, per regolare tutto quanto abbisognava, e determinò che la prova si eseguirebbe il giorno 7 di aprile dei 1498 nella piazza del palazzo[510].
Era stato innalzato in mezzo alla piazza un palco, alto cinque piedi, largo dieci e lungo ottanta, coperto di terra e di mattoni crudi per preservarlo dalla violenza del fuoco. Furono poste su questo palco due cataste di grossi legni, tramischiati di fascine e di stoppie facili ad infiammarsi. Un viale, largo due piedi aprivasi longitudinalmente tra le due cataste di combustibili, che avevano ambidue quattro piedi di larghezza; quest'apparato era spaventoso. Vi si entrava per la loggia dei Lanzi, ch'era stata divisa in due parti con una tramezza per darne la metà al Francescani e l'altra ai Domenicani. I due monaci dovevano entrare insieme da questo portico ed attraversare in tutta la sua lunghezza il rogo infiammato; o piuttosto uno dei due dichiarava che in ogni caso era ben sicuro di perirvi, poichè quand'anche si dovesse operare un miracolo, non poteva essere che a suo danno. I Francescani arrivarono senza strepito nella parte della loggia loro assegnata, mentre che Girolamo Savonarola recossi alla sua colle vesti sacerdotali, colle quali aveva in allora celebrata la messa, e portando entro un tabernacolo di cristallo il sacramento. Frate Domenico da Pescia portava un crocifisso e tutti i loro monaci li seguivano salmodiando e portando in mano alcune croci rosse; indi venivano molti cittadini con fiaccole accese. Restavano ancora sei ore di giorno, e la piazza, le finestre, i tetti delle case erano pieni di spettatori. Non solo tutta la città, ma tutti gli abitanti del territorio fino ad una ragguardevole distanza, erano accorsi per essere testimonj di così strano spettacolo. La maggior parte delle aperture della piazza erano state chiuse, e gl'ingressi delle due strade lasciate aperte venivano custoditi da due numerose guardie. La parte della loggia occupata dai Domenicani era come un cappella, e per lo spazio di quattro ore mai non cessarono di cantare antifone.
Intanto il terribile sperimento veniva ritardato da sempre rinascenti difficoltà promosse dai Francescani. Forse, dicevano essi, il padre domenicano è un incantatore, e tiene sopra di sè qualche sortilegio; perciò chiesero che venisse spogliato delle sue vesti, e ne prendesse delle altre scelte da loro. Dopo lunghi contrasti frate Domenico si assoggettò a questa umiliante visita, ed a questo cambiamento di tonaca. Allora il Savonarola gli consegnò il tabernacolo che conteneva il sagramento, da lui risguardato come la sua salvaguardia; ma i Francescani gridarono essere un atto empio l'esporre l'ostia ad essere bruciata, e che questo probabilissimo avvenimento farebbe vacillare la fede de' più deboli fedeli. Ma su questo punto il Savonarola si mostrò inflessibile; rispose che, da questo solo Dio che portava, il suo compagno ed amico poteva sperare salvezza. La disputa si prolungò più ore; frattanto il popolo, che, per meglio vedere questo spettacolo, era venuto allo spuntare del giorno ad occupare i tetti delle case, e che soffriva la fame e la sete, più non sapeva contenere la sua impazienza, e sebbene i Francescani fossero veramente quelli che si opponevano all'esperimento, gli stessi seguaci del Savonarola convenivano, che, sicuro come egli era di un miracolo, avrebbe dovuto più facilmente piegarsi a tutte le inchieste del suo avversario. La maggior parte del popolo ignorava i motivi allegati dall'una e dall'altra parte; vedeva soltanto quello spaventoso rogo, cui avrebbe voluto che subito si appiccasse il fuoco, e ben sentiva che i due campioni ricusavano di entrarvi; il loro terrore, che pur troppo era ben fondato sembravagli ridicolo; la plebe si credeva delusa, e questo intero giorno di aspettazione cambiò in disprezzo o in indignazione tutto il suo entusiasmo. Finalmente avvicinandosi la notte, e le due fraterie non essendo ancora d'accordo, una violenta inaspettata pioggia bagnò la pira e gli spettatori, e consigliò la signoria a licenziare l'assemblea[511].
Girolamo Savonarola, rientrando nel suo convento di san Marco, salì immediatamente sul pulpito, e raccontò alla folla che lo aveva seguito tuttociò ch'era accaduto. Ma di già il basso popolo lo aveva insultato, quando egli si recava al convento. All'indomani, domenica delle Palme, predicò ancora con molta unzione, prendendo in certo qual modo congedo dai suoi uditori, ed annunciando che si offriva in sagrificio a Dio. Infatti i suoi nemici approfittavano della delusa aspettazione del popolo per ammutinarlo contro di lui. La società dei libertini, conosciuta sotto il nome di compagnacci, che l'aveva sempre trattato da ipocrita, invitava il popolo a non lasciarsi più oltre guidare da un falso profeta, che nell'istante del pericolo si era sottratto alla prova della sua missione, offerta da lui medesimo. Ella si attruppò nella cattedrale, ed in tempo del sermone dei vesperi fece risuonare la chiesa: «alle armi! a san Marco!» E di subito una plebe sfrenata la seguì al convento di san Marco e lo attaccò colle armi, colle scuri, colle torchie accese. Trovavasi colà adunata molta gente per assistere al divino servizio, la quale si difese per qualche tempo, sebbene fosse senz'armi; ma quando furono bruciate le porte, e che mancò ogni mezzo di trattenere gl'insorgenti, capitolò, e Girolamo Savonarola, Domenico Bonvicini e Silvestro Maruffi, tutti e tre arrestati nel convento, furono tratti in prigione in mezzo agli insulti della plebaglia[512].
Erano di già le sette ore della sera, quando cominciò l'assedio del convento di san Marco, e doveva supporsi che la notte calmerebbe i faziosi. Ma una fazione da gran tempo nemica, ed ora fieramente esasperata dal supplicio dei suoi capi, non voleva perdere quest'occasione di vendicarsi. Nella susseguente mattina la folla recossi alla casa di Francesco Valori: egli fu preso, e mentre si conduceva in prigione, Vincenzo Ridolfi, parente di quegli che pochi mesi prima era stato mandato sul patibolo, gli si gettò addosso e lo uccise: anche sua moglie venne uccisa nell'atto che affacciavasi alla finestra per implorare grazia, e la loro casa fu saccheggiata e bruciata, e la stessa sorte toccò alla casa del suo amico Andrea Cambini. Tutti coloro che si erano mostrati affezionati al Savonarola furono lasciati in balìa agl'insulti del popolaccio, il quale, chiamandoli ipocriti e penitenti, loro non permetteva di mostrarsi in pubblico. La signoria, ch'era entrata in carica in principio di marzo, avrebbe forse potuto frenare gl'insorgenti, ma era segretamente del loro partito; conciossiachè di nove membri ond'era formata, ve n'erano sei nemici del Savonarola. Nel supremo consiglio tutti coloro che gli erano affezionati non osarono recarsi al loro posto, di modo che il contrario partito si tenne sicuro di una grande maggiorità. Egli ne approfittò subito per nominare altri decemviri della guerra, altri giudici criminali, ossia gli otto di balìa, deponendo coloro che in allora occupavano quelle cariche, e ch'erano favorevoli al Savonarola. Per tal modo l'autorità della repubblica passò in altre mani; tutti coloro che l'avevano esercitata fin allora furono deposti o proscritti; ed i nuovi capi del governo, volendo far conoscere l'odio loro per l'austerità del riformatore, e per l'ipocrisia ond'era accusato, si fecero premura d'incoraggiare i giuochi, i passatempi ed anche i vizj, ch'egli aveva così severamente rampognati[513].
Lo stesso giorno dell'insurrezione, era stato spedito un corriere al papa per partecipargli la prigionia del Savonarola. Pareva che Alessandro VI sentisse che altro più non abbisognava al partito della riforma che un capo coraggioso per rovesciare un edificio scosso da tanto tempo: la sua sicurezza richiedeva la morte del Savonarola; egli domandò caldamente che gli si consegnasse quest'eretico, e nello stesso tempo, accordando varie indulgenze ai Fiorentini, ordinò che fossero riconciliati alla chiesa tutti coloro che per avere assistito ai sermoni del monaco avevano incorsa la scomunica[514]. Ma la signoria volle che il processo del Savonarola si facesse in Firenze, e soltanto domandò al papa di mandare dei giudici ecclesiastici per assistervi. Alessandro VI nominò infatti frate Gioachino Turriano di Venezia, generale dell'ordine dei Domenicani, e Francesco Romolini, dottore di legge Spagnuolo; e nell'atto che li faceva partire, pronunciò anticipatamente la condanna di frate Girolamo Savonarola, e lo dichiarò eretico, scismatico, persecutore della santa sede e seduttore dei popoli[515]. Il processo, formato nello stesso tempo avanti al nuovo tribunale degli otto nel quale non eranvi che nemici del Savonarola e davanti ai deputati del papa, cominciò colla tortura, che si diede in varie riprese al monaco. Quest'uomo, di debole costituzione e di fibra irritabilissima, non potè sostenere i dolori che gli si facevano soffrire. Confessò, perchè cessassero di tormentarlo, che le sue profezie non erano che semplici conghietture. Ma quando si vollero avere le sue deposizioni senza tormenti, sostenne nuovamente la verità delle sue rivelazioni e di tutta la sua predicazione. Quando gli si opposero le confessioni strappategli di bocca colla tortura, rispose che riconosceva o la sua poca costanza o la debolezza de' suoi organi per sostenere i tormenti; che qualunque volta verrebbe posto alla corda, sentiva che smentirebbe sè stesso; ma che la verità non si trovava che nelle parole ch'egli proferiva, quando il dolore o il terrore non turbavano il suo spirito. Gli si fecero realmente soffrire nuovi tormenti, che lo forzarono a nuove confessioni, sempre in appresso smentite; ed i giudici, non volendo esporsi al rischio di fargliele smentire un'altra volta, non gli fecero leggere la sua confessione, secondo la pratica, perchè, la riconoscesse pubblicamente[516].