I Fiorentini avevano in allora alla testa della loro repubblica una signoria che non inspirava nè rispetto nè confidenza, molti suoi membri si avevano sospetti di essere segretamente d'accordo coi Medici o col Borgia per sopprimere il gran consiglio, e per ritirare la sovranità dalle mani del popolo. Verun uomo di straordinario ingegno, veruno di grande riputazione si era acquistata una decisiva influenza sulle risoluzioni del governo; e perchè le circostanze erano realmente difficili, niuno osava prendere ardite misure per uscire d'imbarazzo. Vero è che la signoria armò una parte della milizia delle campagne, che pose alla loggia de' Pazzi, a Fiesole ed a Bello Sguardo per difendere Firenze; ma nello stesso tempo vietò qualunque ostilità, minacciò di punire severamente i contadini che opporrebbero qualche resistenza ai soldati del Borgia, ed accordò a costui di attraversare a piccole giornate il territorio fiorentino, saccheggiando e guastando tutto ciò che incontrava, sebbene pretendesse sempre di essere l'amico ed il confederato della repubblica.
Tra i capitani di Cesare Borgia eranvene due, che non parevano fatti per inspirare diffidenza ai Fiorentini. Raffaele dei Pazzi e Marco Salviati discendevano da due famiglie, rendute illustri dalla congiura del 1478, e poco doveva temersi che facessero causa comune coi Medici. Tuttavolta la vanità offesa delle grandi famiglie suole piuttosto riconciliarsi con ogni specie di tirannide che col governo popolare. I due figli di coloro che avevano congiurato a favore della libertà, congiurarono per l'assoluto potere; concertarono coi loro amici di Firenze, che i partigiani dei Medici si renderebbero padroni del palazzo, mentre ch'essi medesimi coi soldati dei Vitelli si presenterebbero alle porte della città[107]. Questa cospirazione era in sul punto di scoppiare, quando Cesare Borgia, che non aveva che pochi giorni da trattenersi in Toscana, e che, nell'istante in cui dovrebbe partire alla volta di Napoli, non potrebbe cavarne tutto quel partito che poteva sperarne in migliore congiuntura, preferì di protrarre i suoi progetti, e di approfittare del timore che aveva inspirato ai capi della repubblica per estorcere una grossa somma di danaro. Infatti si fece promettere per tre anni l'annuo soldo di 36,000 ducati, promettendo di tenere trecento uomini d'armi pronti a soccorrere la repubblica in ogni suo bisogno. Costrinse la signoria a rinunciare alla protezione del signore di Piombino, ma non si ostinò rispetto al domandato cambiamento della costituzione, o riguardo alla soddisfazione da darsi a Vitellozzo[108].
Non fu che il 4 luglio del 1501, che Cesare Borgia entrò finalmente nel territorio di Piombino. Il signore di quel piccolo stato, Giacomo IV di Appiano, aveva preventivamente guastato il proprio paese, bruciati i foraggi, tagliati gli alberi e le viti, e distrutte le poche fonti che somministravano acque salubri. Erasi in appresso chiuso nel castello di Piombino co' suoi più affezionati vassalli, e con alcuni Corsi che aveva preso al suo soldo. In pochi giorni Suvereto, Scarlino, l'isola d'Elba e quella di Pianosa si arresero al duca Valentino; ma il castello di Piombino richiedeva un regolare assedio; ed esso aveva di già resistito più giorni, quando il Borgia si vide forzato ad allontanarsi il 28 di giugno per seguire l'armata francese[109]. Nulladimeno lasciò ai suoi luogotenenti, Vitellozzo Vitelli e Gian Paolo Baglioni, l'ordine di stringere l'assedio. Giacomo d'Appiano, che vedevasi vicino a doversi arrendere, e che temeva di cadere in mano del crudele Borgia, passò il 17 di agosto a Livorno, ed in appresso a Genova, sperando di persuadere i Genovesi a comperare il suo piccolo feudo, e porlo così sotto la protezione della Francia; ma la guarnigione, che più non veniva incoraggiata dalla presenza del capo, si arrese il giorno 3 di settembre, ed il Borgia pose allora il primo fondamento della sua potenza in Toscana[110].
Il compimento degli ambiziosi disegni del Borgia veniva sospeso dal passaggio dell'armata francese a traverso all'Italia, e la politica di tutti i potentati della penisola era subordinata a quella della corte di Francia, la quale omai non risguardava la conquista del Milanese che come un passo necessario per far quella del regno di Napoli; l'imprudente intrapresa di Carlo VIII pareva diventata pel di lui successore di facile ed indubitata esecuzione. Le truppe francesi, quando avevano valicate le Alpi, trovavano in Lombardia abbondanti granai e fortissime città, di cui liberamente disponevano, e che loro assicuravano il cammino fino nel centro dell'Italia. La repubblica di Venezia, che aveva contrariati i progetti di Carlo VIII, era alleata di Lodovico XII; e trovavasi inoltre implicata in una pericolosa guerra coll'impero turco, onde non poteva temersi che volesse provocare ostilità sugli opposti confini. La Toscana divisa e debole dipendeva dagli ordini della Francia, e non erano meno ubbidienti i principi confinanti coi Veneziani. Il papa, non prendendo consiglio che dall'ambizione di suo figliuolo, era diventato egli stesso un affezionato servitore del re. Don Federico, riposto sul trono dall'affetto dei popoli, non aveva nè tesoro nè armate; il suo regno guastato, le fortezze atterrate, gli arsenali vuoti, non gli lasciavano quasi verun mezzo di resistenza; ed i suoi sudditi, ruinati da una guerra crudele, non potevano pagare le imposte necessarie per ristaurare tutto ciò ch'era stato distrutto.
Ma se Lodovico XII risguardava facile la conquista del regno di Napoli, non vedeva la stessa facilità di conservarlo; aveva timore dei re di Spagna, i quali dai porti della Catalogna e della Sicilia potevano con estrema facilità spedire rinforzi al re di Napoli, e nello stesso tempo fare una diversione dalla banda dei Pirenei; temeva Massimiliano, che, pubblicando in ogni dieta il proprio risentimento, poteva finalmente armare contro di lui la Germania; non si fidava degli Svizzeri, che, fatti più inquieti ed intrattabili dopo avere tradito Lodovico Sforza, mostravano di voler cancellare con qualche luminoso fatto la vergogna di cui si erano coperti, e che da Bellinzona, in cui si afforzavano, minacciavano tutta la Lombardia. All'ultimo Lodovico XII temeva che le proprie truppe cadessero vittime di quel clima meridionale, di cui avevano di già sperimentata la funesta influenza.
Dal canto suo don Federico tutta conosceva la propria debolezza, e non aveva risparmiate nè le preghiere, nè le più rispettose pratiche per ottenere la pace. Aveva offerto di riconoscersi feudatario del re di Francia, di pagargli un tributo, di dargli in mano le più forti sue piazze e di ricevervi guarnigione francese. Si era insomma fatto conoscere apparecchiato di cedere al re tutti i vantaggi di una conquista, senza esporre i soldati alle vicende della guerra, nè i paesi contestati ai loro guasti[111]. Per uno strano accecamento Lodovico XII rifiutò tutte queste offerte, e preferì di trattare a meno vantaggiose condizioni con un uomo, che doveva inspirargli maggiore diffidenza, e che, non potendo secondarlo senza commettere una perfidia, avrebbe dovuto farlo arrossire di così fatta alleanza.
Lodovico XII riaprì adunque con Ferdinando il cattolico le negoziazioni cominciate sotto Carlo VIII, e ch'egli aveva rotte, smentendo le facoltà de' suoi agenti, quando aveva creduto di non aver che temere da quel monarca. Pretendeva Ferdinando che Alfonso I non avesse avuto il diritto di disporre del regno di Napoli, da lui conquistato, a favore di suo figlio naturale; e, dichiarandosi egli medesimo erede di quel monarca, offriva a Lodovico XII di dividere quel regno, sul quale la casa di Francia pretendeva di avere legittimi diritti quale erede della casa d'Angiò, e la casa di Arragona quale erede di quella di Durazzo, senza venire nuovamente all'esperimento delle armi per cotali diritti controversi che avevano tanto tempo lordato di sangue l'Italia. Ferdinando facevasi garante verso Lodovico XII del buon successo dell'impresa; conciossiachè Federico aprirebbe egli medesimo le migliori sue piazze alle truppe spagnuole, che vi sarebbero ricevute per difenderle, ma che invece non vi entrerebbero che per darle alla Francia. L'undici di novembre del 1500 venne sottoscritto in Granata questo trattato d'Alleanza tra Lodovico XII e Ferdinando ed Isabella, ma si tenne gelosissimamente segreto. Le parti contraenti convennero di attaccare contemporaneamente il regno di Napoli, e di dividerselo in maniera, che a Lodovico restasse Napoli, la Terra di Lavoro e gli Abbruzzi coi titoli di re di Gerusalemme e di Napoli, ed al re Ferdinando toccasse la Puglia e la Calabria col titolo di duca di quelle due province. I due re non si obbligavano ad ajutarsi reciprocamente nell'acquisto delle province rispettive, ma soltanto a non nuocersi. In seguito dovevano ambidue ricevere l'investitura dal papa, riconoscendosi immediatamente dipendenti dalla Chiesa[112].
Nello stesso tempo in cui Ferdinando sottoscriveva questo trattato, prendeva le opportune misure per eseguirlo, senza nè risvegliare i sospetti di don Federico, nè di verun principe dell'Europa, ma per lo contrario affettando, secondo la consueta sua politica, di essere soltanto inteso ai vantaggi della Chiesa ed alla difesa della Cristianità. Erasi mostrato vivamente commosso dalle vittorie ottenute dai Turchi sopra i Veneziani nel Peloponneso e nell'Adriatico, ed aveva mandato in ajuto della repubblica il suo migliore generale, Gonsalvo di Cordova, con una flotta di quasi sessanta vascelli armati a Malaga, e montati da mille dugento cavalli e da otto mila fanti della miglior milizia. Quest'armata, di cui dovremo parlare in appresso, secondò valorosamente i Veneziani, poi svernò in Sicilia, per essere pronta ad eseguire i segreti disegni di Ferdinando il Cattolico[113].
Lodovico XII più svelatamente apparecchiavasi alla guerra per eseguire un trattato non meno imprudente che vergognoso, in forza del quale introduceva in quell'Italia, di cui era arbitro, un rivale che un giorno potrebbe scacciarnelo. Il suo esercito, comandato dal d'Aubignì, contava mille lance, quattro mila Svizzeri e sei mila tra Guasconi ed avventurieri. In pari tempo Filippo di Rabenstein, fratello del duca di Cleves, governatore di Genova, conduceva sulle coste del regno di Napoli sedici vascelli brettoni e provenzali, sei caracche genovesi e sei mila cinquecento uomini da sbarco[114].