Giammai non si erano vedute più illustri vittime delle politiche rivoluzioni, di quelle che allora si trovavano nell'isola d'Ischia. Eravi in quel castello Beatrice d'Arragona, sorella di don Federico, da prima consorte del gran Mattia Corvino, re d'Ungheria, poi di Uladislao, re di Boemia. Costei aveva col suo favore procurata ad Uladislao la corona d'Ungheria; e questi in contraccambio l'aveva ripudiata per isposare un'altra donna. Eravi pure Isabella, duchessa di Milano, nipote di don Federico, che aveva tutt'ad un tratto perduta la sua sovranità, quella di suo padre, il consorte e il figlio; finalmente lo stesso Federico, che trovavasi in quella rocca con sua moglie e quattro figliuoli in tenera età. Vero è che non istette lungamente in questo ritiro, dove avrebbe più prudentemente adoperato, aspettandovi qualche cambiamento di fortuna. Così violenta era la sua indignazione contro suo cugino, Ferdinando d'Arragona, che preferì di darsi in braccio ad un nemico che lo aveva sempre combattuto a forza aperta. Egli si attenne al consiglio di Filippo di Rabenstein ch'era giunto presso Ischia colla sua flotta: da quest'ammiraglio ebbe un salvacondotto per passare in Francia con cinque galere leggeri, mentre spedì la maggior parte de' suoi uomini d'armi a Taranto che si difendeva ancora a nome di suo figlio primogenito. Affidò il comando d'Ischia al marchese del Guasto ed alla contessa di Francavilla. Lasciò pure in quell'isola Fabrizio e Prospero Colonna, il primo de' quali era stato forzato a riscattarsi dai Francesi dopo la presa di Capoa. Lodovico XII, commosso dalla confidenza di don Federico, gli accordò infatti il ducato d'Angiò e trenta mila scudi di rendita, invece del regno che aveva perduto; ma a condizione che mai non uscirebbe dalla Francia: e sebbene non fosse suo prigioniere, e fosse venuto sotto la fede di un salvacondotto, Lodovico XII lo pose sotto la sopravveglianza del marchese di Rothelin, che con trecento uomini ebbe ordine di fare onorevole guardia alla sua persona, ma in fatto per tenerlo ubbidiente[124].

La conquista dell'altra metà del regno di Napoli che faceva Gonsalvo di Cordova non fu così rapida; l'aveva cominciata più tardi e con più deboli forze, ed inoltre aveva incontrato maggior resistenza negli abitanti. Vedevano questi con estremo dolore la loro patria divisa, e poichè dovevano cessare d'avere il proprio re, avrebbero almeno preferito di passare sotto il dominio francese. Pure, perchè il loro sovrano gli aveva abbandonati, e niun altro principe prendeva a difenderli, si andarono assoggettando di mano in mano che gli Spagnuoli intimavano loro di arrendersi. Le sole città di Manfredonia e di Taranto sostennero un assedio: breve fu quello di Manfredonia, ma quello di Taranto lunghissimo, sebbene diretto dallo stesso Gonsalvo. La città, posta in un'isola unita da due ponti al continente e abbondantemente provveduta di vittovaglie, era abbastanza forte per rendere lungamente vani tutti gli sforzi degli assedianti; e Giovanni di Guevara, conte di Potenza, governatore del giovanetto Ferdinando, che vi comandava, affidato alla naturale forza della piazza, evitava le sortite, le scaramucce ed ogni piccola zuffa che ad altro non avrebbero servito che ad indebolire la guarnigione. All'ultimo avendo Gonsalvo trasportato una ventina di navi armate entro al seno di diciotto miglia di circuito, detto dai Tarentini mare interno, il conte di Potenza, che non credeva di essere attaccato da quella banda, e non vi aveva fatte nuove opere di difesa, si mostrò disposto a capitolare, tanto più che il Gonsalvo gli aveva fatte offrire onoratissime e vantaggiose condizioni. Il generale del re cattolico giurò sull'ostia nella più solenne forma, che accorderebbe al giovane Ferdinando, duca di Calabria, la libertà di ritirarsi ove più gli piacesse. La città fu ceduta a tal patto, ed il giovane principe si affrettò, in conformità agli ordini avuti da suo padre, di prendere la strada di Bitonto per passare nella parte del regno occupata dai Francesi. Ma non era appena giunto in quella città, che fu arrestato per ordine di Gonsalvo, ricondotto a Taranto, e di là imbarcato e mandato prigioniero in Ispagna, malgrado le rimostranze sue e del governatore, che amaramente rimproveravasi d'averlo precipitato nella rete. Gonsalvo di Cordova era un uomo religioso fino alla superstizione ed al fanatismo; e non pertanto si rendeva per politica colpevole del più insigne spergiuro; ma non volendo illuminare la propria coscienza, rimettevasi in tutto al suo direttore, e trovò teologi che gli dissero e pubblicarono per sua difesa, che aveva giurato non per sè medesimo, ma pel suo padrone, onde non era personalmente vincolato, come non lo era pure il suo sovrano, poichè il Gonsalvo erasi per lui obbligato senza sua saputa[125].

Così cadde per non rialzarsi più questo ramo della casa d'Arragona, che aveva regnato a Napoli con tanto splendore per lo spazio di sessantacinque anni, e avuto tanta influenza nell'incremento delle lettere italiane. Federico colla troppo precipitosa sua ritirata si privò dei mezzi che poteva presentargli la mala intelligenza dei monarchi che si erano diviso il suo regno. Egli morì in Angiò il 9 di settembre del 1504. Suo figlio Ferdinando, duca di Calabria, morì in Ispagna soltanto nel 1550, dopo essersi ammogliato due volte, ma sempre, secondo le viste della politica spagnuola, con donne conosciute sterili. Alfonso, il secondogenito, che aveva seguito il padre in Francia, morì a Grenoble nel 1515 non senza sospetto di veleno, e l'ultimo, Cesare, morì a Ferrara in età di diciott'anni. Tra le figlie del re Federico, la sola Carlotta, maritata col conte di Laval, lasciò prole[126].

CAPITOLO CI.

Guerra nel regno di Napoli tra Lodovico XII e Ferdinando il cattolico; rivoluzione d'Arezzo; conquiste di Cesare Borgia; carnificina di Sinigaglia; battaglia di Cerignole; i Francesi scacciati dal regno di Napoli.

1501 = 1503.

Gli oltremontani, che in principio del sedicesimo secolo guerreggiavano in Italia, non dissimulavano in verun modo i sentimenti di diffidenza, di disprezzo, o di odio che nudrivano verso la nazione che venivano a combattere. Questi sentimenti mostravansi scopertamente nelle scritture de' contemporanei, e perchè i successivi avvenimenti più d'una volta li giustificarono, contribuirono a fondare in tutta l'Europa un pregiudizio svantaggioso alla nazione che all'ultimo soggiacque. Pure, almeno a quell'epoca, l'avversione degli oltremontani per gli Italiani altro non era che l'odio che nutrono tutti i barbari contro le nazioni ridotte a maggiore civiltà. Sentivano la superiorità dello spirito, del senno, delle cognizioni dei loro nemici, ma si esasperavano perciò contro la nazione. Essi rappresentavano questi vantaggi come necessariamente legati alla dissimulazione ed alla perfidia; si appropriavano invece la palma del valore e della lealtà, ed abbandonavano con dispregio agli Italiani il merito dell'astuzia e dell'avvedutezza. Ogni nazione, paragonandosi agli Italiani, si attribuiva qualità incompatibili con que' meschini artificj che sono proprj di un popolo giunto all'estrema civiltà; vantavano a vicenda la buona fede teutonica, la rozza franchezza elvetica, l'onore francese, la lealtà castigliana. Per altro ognuna di queste nazioni parve farsi carico di dare nel periodo di pochi mesi, in seno alla stessa Italia, tali prove di mala fede, che i più diffamati politici italiani non avrebbero mai pareggiate.

Massimiliano d'Austria, che ambiva di essere ancora più cavaliere che re, non aveva fino a tale epoca presa veruna importante parte negli affari d'Italia; soltanto più tardi ed in occasione delle sue contese con Venezia mostrò in particolar modo il suo disprezzo per le proprie promesse. Pure la sua inconseguenza aveva di già renduta la di lui alleanza fatale a coloro che l'avevano comperata: questa aveva ingannati i Pisani, cagionata la ruina di Lodovico Sforza, e contribuito a quella di Federico d'Arragona. Questo re di Napoli aveva prestati a Massimiliano quaranta mila fiorini, a condizione che non farebbe accordi colla Francia senza comprendervelo. Ma Massimiliano, che dalla sua insensata prodigalità veniva reso dipendente da tutti gli avvenimenti, e che durante tutto il suo regno altro non fece che dare parole a prezzo di danaro, e che mancare di fede per ricevere altre somme, acconsentì per un sussidio pagatogli dalla Francia a fare con questa una tregua di più mesi senza comprendervi don Federico, dando così tempo a Lodovico XII d'attaccare il re di Napoli e di precipitarlo dal trono[127].

Il tradimento degli Svizzeri a Novara, di cui fu vittima Lodovico Sforza, lasciava a quella nazione pochi titoli per vantare la sua lealtà; tanto più che quella transazione fu preceduta e seguita da molte altre, che, sebbene meno strepitose per l'importanza degli avvenimenti, e meno funeste nelle loro conseguenze, non perciò riuscivano meno contrarie alla fedeltà ed all'onore militare.