La condotta del governo francese era quasi sempre stata macchiata da un'eguale mala fede: aveva trafficate le sue alleanze coi Pisani, coi Fiorentini, col duca Valentino; aveva per una somma di danaro abbandonati ai suoi nemici coloro cui avevano più solennemente accordata protezione; e la costante sua alleanza con Cesare Borgia l'aveva fatto partecipe di tutti i delitti di quell'uomo perfido. Ad ogni modo la Spagna superava tutte le altre potenze per la impudenza della sua mala fede. Pareva che Ferdinando il Cattolico si recasse a merito di non promettere che per mancare, si facesse un trastullo de' giuramenti, come i fanciulli de' fantocci, e pigliasse diletto a moltiplicare gl'inganni anche più che non richiedeva il buon esito de' suoi disegni. I due spagnuoli, Alessandro VI e Cesare Borgia suo figlio, fondarono in certo qual modo col loro esempio la terribile scuola machiavellica; e lo stesso eroe della Spagna, Gonsalvo di Cordova, si espose più volte al rimprovero di perfidia.
Ma veruna transazione del secolo non portava l'impronta d'una violazione più perfida di tutti i diritti, di tutti i doveri, quanto il trattato di Granata per la divisione della monarchia di Napoli: verun'altra transazione disvelava in coloro che sottoscrissero un più alto disprezzo per le obbligazioni morali e per le leggi dell'onore. Bisognava essere accecati dalla cupidigia per isperare che l'una parte o l'altra eseguirebbe di buona fede una convenzione fondata sopra la sovversione di ogni fede, di ogni principio. Una tale convenzione non poteva produrre che la guerra e non la pace; ed infatti appena fu terminata la conquista del regno di Napoli dai due principi che avevano concertato tale tradimento, che cominciarono a contendersene le province.
Il trattato di divisione di Granata aveva avuto per base l'antica divisione del regno di Napoli in quattro province, attribuendosene due ogni potenza. La Campania comprendeva ciò che oggi chiamasi Terra di Lavoro ed i due principati; l'Abbruzzo comprendeva i due moderni Abbruzzi e la contea di Molise. Queste erano le province assegnate alla Francia. La Puglia comprendeva la Capitanata, la terra di Bari e quella di Otranto; la Calabria comprendeva la Basilicata e le due moderne Calabrie. Per altro quest'antica divisione di province era stata cambiata dal re Alfonso I. Le province della Capitanata e della Basilicata, staccate una dalla Puglia l'altra dalla Calabria, non erano state chiaramente indicate nel trattato di Granata siccome devolute al re di Spagna. Alcune città della prima erano state occupate, senza rimostranze in contrario, a nome del conte di Lignì, cui erano state accordate in feudo da Carlo VIII: altronde pareva che la Capitanata non si potesse separare dagli Abbruzzi; il quasi intero prodotto delle quali due province consisteva nelle gabelle delle mandre che in tempo d'estate pascolavano le erbe delle alte montagne dell'Abbruzzo e nell'inverno quelle delle aduste campagne della Puglia[128].
Le ostilità cominciarono ad Atripalda nella Basilicata; i Francesi vi si erano stabiliti, e gli Spagnuoli li sorpresero e li discacciarono. Pure nè gli uni, nè gli altri erano apparecchiati ad una nuova guerra. Luigi d'Armagnacco, duca di Nemours, vicerè di Napoli a nome di Lodovico XII, acconsentì di scontrarsi con Gonsalvo di Cordova nella chiesa di sant'Antonio tra Atella e Melfi, per regolare i punti intorno ai quali non andavano d'accordo. Convennero che in pendenza della decisione dei loro monarchi per la dilucidazione del trattato, le città controverse sarebbero governate in comune dai due vicerè, che vi spiegherebbero le insegne delle due nazioni, e che le gabelle pel pedaggio delle mandre, che davano cento mila ducati all'anno, e che formavano il reddito più depurato del regno, ma che sarebbe stato totalmente perduto pei Francesi se avessero rinunciata la Capitanata, verrebbe in eguali porzioni diviso fra loro e gli Spagnuoli[129].
Quest'accomodamento favorevole ai Francesi non era stato dal Gonsalvo accettato che per conoscersi più debole; egli diede il tempo di scrivere alle corti. Confessarono i due re di non conoscere il paese e di non avere prevedute le difficoltà che si affacciavano; ma sentendo ambidue l'impossibilità di conservare la pace, invece di commettere al rispettivo luogotenente di ultimare la controversia all'amichevole, l'invitarono ad approfittare il più che potesse delle presenti circostanze, ed a spiegare a suo vantaggio tutto ciò che fosse oscuro. L'uno e l'altro volevano la guerra, ma i Francesi trovaronsi apparecchiati a sostenerla prima degli altri. Perciò il 19 di giugno del 1502 il Nemours fece dichiarare al Gonsalvo, che se non gli veniva restituita la Capitanata, i Francesi si farebbero da sè giustizia colle armi; e subito dopo attaccò Atripalda, l'occupò di nuovo, e nello stesso tempo fece cominciare le ostilità su tutta la linea. Il Gonsalvo, sentendo che i principi di Salerno e di Bisignano eransi dichiarati a favore dei Francesi, e che tutto il paese era in fermentazione, fuggì di notte da Atella, e si ritirò successivamente verso Andria, Bitonto e Barletta, distribuendo tutte le truppe che gli restavano nelle fortezze, ed abbandonando la campagna alle incursioni de' Francesi[130].
Gonsalvo di Cordova aveva scelta Barletta per riunirvi la sua armata, aspettarvi i soccorsi della Spagna, e lasciar tempo ai Francesi di snervarsi in una guerra di avamposti. Questa città, fabbricata dall'imperatore Eraclio al sud-est della foce dell'Ofanto, era stata spesse volte la sede degli antichi re di Napoli: angusto era il suo porto e non sicuro per tutti i venti, e le vecchie sue mura non avevano terrapieni. Ma il Gonsalvo vi adunava i suoi più valorosi soldati, ed i baroni del regno che si erano dichiarati a favore della Spagna. Le era rimasto fedele l'antico partito arragonese, il quale non aveva preso parte al vivissimo sdegno di Federico, e mentre che questo re aveva preferito di porsi in mano della Francia, piuttosto che commettersi a suo cugino, quasi tutti coloro che l'avevano seguito nel suo esilio, e particolarmente Prospero Colonna trovavansi in allora presso Gonsalvo. Per lo contrario l'antica fazione d'Angiò si era ovunque dichiarata favorevole ai Francesi, ed era appunto più potente nelle province cedute alla Spagna.
Nel consiglio di guerra tenuto dal duca di Nemours intorno al suo piano di campagna, Andrea Matteo d'Acquaviva, duca d'Adria, il più riputato tra i baroni angiovini e come letterato e come guerriero, propose di assediare Bari, la più florida città ed il miglior porto che gli Spagnuoli avessero sull'Adriatico. Diceva che la sua conquista trarrebbe seco quella di Giovenazzo e di Bitonto, e la rivoluzione di tutta la provincia. Ma Isabella di Arragona, figlia di Alfonso II e vedova di Giovan Galeazzo Sforza, aveva il comando di Bari assegnatale per suo appannaggio; ed i generali francesi non sapevano senza ripugnanza risolversi ad attaccare una donna, il di cui padre e marito erano stati da loro privati del trono, e di cui ne tenevano in prigione il figliuolo; una donna fatta da loro tanto infelice, e di cui rispettavano il carattere. Ivone d'Allegre e la Palice dissero ch'essi credevano più conveniente al carattere de' cavalieri francesi ed in pari tempo alle regole dell'arte militare di attaccare lo stesso Gonsalvo nella città in cui si era chiuso, di non dargli tempo di accrescere le fortificazioni, e di approfittare dell'impeto francese per terminare la guerra sulle medesime brecce di Barletta[131].
Il duca di Nemours, che non aveva nè talenti distinti nè carattere, appigliossi, come il più delle volte sogliono fare gli uomini mediocri, ad un partito di mezzo tra i due che gli venivano proposti, e con una fallace prudenza rinunciò ai vantaggi dell'uno e dell'altro. Attaccando Bari, temeva di lasciare il Gonsalvo in libertà; temeva, assediando Barletta, di avere a lottare coi talenti di un grande generale e col vigore di una grossa armata, e risolse di bloccare soltanto Barletta. Luigi d'Ars, Chatillon de Formant, e Chandieu o Chandenier, comandante degli Svizzeri, furono dello stesso parere. Il d'Aubignì fu staccato con un terzo dell'armata francese per fare un'invasione nella Calabria. Egli si era fatto amare e rispettare in quella provincia in tempo della precedente guerra colla giustizia e colla dolcezza del suo governo; ed infatti non vi fu appena rientrato, che i principi di Salerno e di Bisignano, della casa di Sanseverino, ed il conte di Mileto, si posero sotto le sue bandiere; tutte le città, e la stessa Cosenza, capitale della provincia, aprirono le loro porte ai Francesi; e le guarnigioni ed i magistrati spagnuoli si ritirarono in Sicilia, lasciando che il d'Aubignì stendesse il suo dominio fino allo stretto di Messina[132].