Intanto il duca di Nemours andava prendendo varie posizioni intorno a Barletta, ed occupando tutti i vicini castelli; tentava di togliere al Gonsalvo i viveri e le comunicazioni colle altre parti del regno: egli non entrava colle sue truppe che in iscaramucce di poca importanza; e rinnovava l'errore in cui caddero diversi generali francesi, di lasciar languire il soldato, di annojarlo ed impazientarlo, dissipando in tal modo quell'ardore e quell'impeto nazionale, che gli avrebbero data la vittoria.
Mentre che i due generali scansavano le regolari battaglie e le azioni sanguinose, uno per prudenza l'altro per imperizia, le due armate, la di cui cavalleria era tutta formata di coraggiosa nobiltà, cambiava la guerra in tornei ed in duelli nelle forme. Gli uomini d'armi francesi, confessando il valore della fanteria spagnuola, sprezzavano la cavalleria, che risguardavano come formata nella scuola dei Mori, e più fatta per caracollare che per combattere. Loro rispondevano gli Spagnuoli, che con armi eguali ed in egual numero, non temevano i Francesi. Si convenne perciò che si proverebbero undici cavalieri contro undici. Erano i più distinti tra i campioni francesi, Bajardo, il cavaliere senza paura e senza macchia, e Francesco d'Urfè, signore d'Orose; tra gli Spagnuoli Diego de Vera e Diego Garcia de Paredes. I Veneziani, che comandavano a Trani, e che osservavano una perfetta neutralità fra le due armate, accordarono lo steccato e nominarono i giudici della zuffa. Doveva terminare al tramontare del sole, e coloro che verrebbero scavalcati, o cacciati fuori dell'aringo più non dovevano prendervi parte. Al primo urto furono rovesciati sette francesi o uccisi i loro cavalli; ma i quattro che rimanevano, cioè Bajardo, Orose, Torci, luogotenente de la Palice, e Montdragon, chiudendosi come in un baluardo dietro i cavalli de' loro compagni, stesi sul campo di battaglia, vi si difesero tanto valorosamente e con tanta costanza, che dopo sei ore d'inutili sforzi, essendo caduto il sole, i giudici della battaglia divisero i combattenti, e dichiararono la gloria fra di loro eguale[133].
Le due nazioni avevano fatto un accordo pei prigionieri, e si facevano un punto d'onore di trattarli con umanità. Don Alonzo de Sotomajor, il quale era stato prigioniere del cavaliere Bajardo, lagnavasi di essere stato trattato con soverchia severità. Protestava il Bajardo di non averlo ristretto che dopo che il Sotomajor aveva tentato di fuggire malgrado la data parola. I due cavalieri terminarono la loro lite in uno steccato, ove il Sotomajor fu ucciso; e gli stessi Spagnuoli fecero plauso alla vittoria del guerriero che rispettavano, risguardandola come un giudizio di Dio contro il loro compatriotta[134].
Queste battaglie in isteccato chiuso, questi cavallereschi riguardi tra i soldati delle due armate non avevano luogo che tra i gentiluomini; i pedoni ignobili non erano trattati con minore crudeltà che in addietro, nè i contadini spogliati meno barbaramente. Intanto il Gonsalvo andava ogni giorno afforzando Barletta con nuove opere, ed il Nemours, che aveva trascurato di attaccarlo vivamente nel primo istante, non avrebbe oramai potuto farlo con isperanza di riuscita. Si limitò quindi ad occupare le fortezze del vicinato, Cerignole, l'antica rocca di Gerione, che aveva resistito ad Annibale, e dove Zarate e d'Acunha comandavano agli Spagnuoli, e Canosa difesa da Pietro Navarro. Questi due assedj furono valorosamente sostenuti; ma conoscendo il Gonsalvo che finalmente quelle guarnigioni avrebbero dovuto cedere, e non volendo esporsi a perdere così buoni ufficiali e tanti valorosi soldati, ordinò loro di evacuare quelle due città e di ritirarsi a Barletta[135].
Erano di già più mesi passati da che Gonsalvo di Cordova teneva chiusa la sua armata entro le mura di una povera città, che gli offriva così pochi mezzi. La corte di Spagna colla consueta sua lentezza nulla aveva fatto per soccorrerlo. Egli più non aveva nè danaro, nè vesti; ed ai suoi soldati cominciavano pure a mancare le vittovaglie e le armi, ma loro aveva saputo inspirare tanto amore, aveva così profondamente penetrato il carattere spagnuolo, e approfittato così destramente dell'orgoglio, della costanza e della sobrietà nazionali, che in mezzo a tante privazioni i suoi soldati non diedero verun indizio d'impazienza, d'indisciplina, o di scoraggiamento. Finalmente una nave siciliana portò a Gonsalvo il frumento di cui aveva urgentissimo bisogno; un'altra gli recò da Venezia armi, vesti, scarpe, che affatto mancavano alla sua truppa; comperò tutti questi oggetti sul credito di Isabella di Arragona e de' più ricchi mercanti di Bari, e mentre trovavasi affatto senza danaro, fece credere ai suoi soldati che un forziere, che loro mostrava, fosse tuttavia pieno d'oro, e che lo teneva in serbo per pagare il loro soldo il giorno dopo la battaglia[136].
In tal modo si consumò tutta la campagna del 1502. Frattanto il duca di Nemours, avanti di distribuire le sue truppe ne' quartieri d'inverno, le condusse sotto le mura di Barletta, ed invitò il Gonsalvo per mezzo di un araldo d'armi a misurarsi con lui in aperta campagna. Il Gonsalvo lo ringraziò della sua offerta, ma gli fece dire che gli sarebbe ancora più tenuto, se da lui otteneva di aspettare la propria convenienza, tanto più ch'egli non aveva costume di ricevere consiglio dal suo nemico circa al tempo di combattere o no. Il Nemours, contento di avere terminata la campagna con questa braveria, si ritirò verso Canosa, e senza temere un nemico che ricusava di venire a battaglia, non camminava ordinatamente, lasciando che i suoi battaglioni si sbandassero a molta distanza gli uni dagli altri. Tutt'ad un tratto Diego di Mendoza, che gli teneva dietro con Prospero Colonna, piombò sulla retroguardia, l'avviluppò cogli uomini d'armi italiani, e gli fece moltissimi prigionieri[137].
Trovavasi tra costoro Carlo Hennuyer de la Mothe, illustre ufficiale francese, che co' suoi compagni di sventura, fu il giorno susseguente invitato ad un banchetto in casa del Mendosa, di cui era prigioniero. Il capitano spagnuolo, rendendo giustizia al valore francese, attribuì tutta la riuscita della vigilia all'intrepidezza ed alla precisione dei movimenti della cavalleria italiana comandata da Prospero Colonna. I Francesi erano ben contenti di dividere la palma del valore cogli Spagnuoli, ma risguardavano come un insoffribile affronto il paragone cogl'Italiani. Il La Mothe sostenne caldamente che gl'Italiani, tante volte vinti, non potevano con verun'arme, in veruna sorta di zuffa essere eguali ai Francesi. Non si astenne nel susseguente giorno di ripetere a sangue freddo le stesse ingiuriose parole in faccia a Prospero Colonna, che lo aveva interpellato appostatamente, e che in risposta gli diede una mentita. L'onore delle due nazioni parve interessato in questa privata contesa; e i due generali furono contenti che si venisse solennemente all'esperimento delle armi. Tredici Italiani e tredici Francesi armati di tutto punto dovettero trovarsi in campo chiuso per battersi fino all'ultimo sangue. Il campo venne scelto ad eguale distanza tra Barletta, Quadrata e Andria; gli fu dato l'estensione di un ottavo di miglio quadrato, e segnato con semplice solco d'aratro: e fu convenuto che chiunque verrebbe spinto fuori di questo recinto, si riconoscerebbe per vinto, nè più potrebbe rientrare nella pugna. I due generali in capo, che avevano acconsentito ad una tregua, eransi avanzati colle loro armate in ordine di battaglia per la guardia del campo. I campioni erano stati diligentemente scelti, ed in particolare dal lato degl'Italiani, il di cui onore sembrava più gagliardamente compromesso. In conformità della disfida di La Mothe ogni parte doveva armarsi a piacere, e come troverebbe più vantaggioso di fare; sicchè le armi non erano eguali. Gl'Italiani usavano lance più lunghe di un piede, ed avevano inoltre piantato sul campo di battaglia due spiedi di riserva per uso de' cavalieri che si troverebbero scavalcati. I vinti dovevano restar prigionieri dei vincitori, a meno che non si riscattassero con cento scudi d'oro per cadauno.
Questo conflitto, cui gl'Italiani diedero maggiore importanza che ad una formale battaglia, ebbe luogo il 13 di febbrajo del 1503. I loro campioni erano stati scelti tra gli uomini d'armi di Prospero Colonna, il quale per altro aveva avuto l'avvedutezza di prenderne qualcuno di ogni provincia d'Italia. I voti dei generali, dell'armata, del popolo, gli accompagnarono; e non dobbiamo maravigliarci, che una nazione oppressa, assai più divisa che vinta, e che versava il proprio sangue per gli stranieri, senza trovare occasione di spargerlo per la propria indipendenza, cogliesse avidamente l'occasione di salvare il proprio onore, quando aveva perduta ogni altra cosa, e che accogliesse poi con trasporti di gioja e con entusiasmo i campioni che lo difesero. Questi campioni furono vittoriosi. Invece di mettere in piena corsa i loro cavalli, come fecero i loro avversarj, gli aspettarono di piè fermo, ed ingannandoli rispetto allo spazio che dovevano percorrere, li disordinarono. Alcuni cavalli francesi oltrepassarono il solco, ed i loro cavalieri rimasero esclusi dalla pugna. Altri cavalieri furono rovesciati dalle più lunghe lance degl'Italiani, senza che potessero raggiugnerli colle loro. Due cavalieri italiani, caduti nel primo urto, diedero di mano agli spiedi posti in serbo, ed atterrarono varj cavalli francesi. Un solo francese fu ucciso; i suoi camerata, scavalcati gli uni dopo gli altri, s'arresero successivamente agl'Italiani che li fecero prigionieri, e dopo un'ostinata lotta si diedero per vinti e furono condotti in trionfo a Barletta: niuno di loro aveva portati i cento scudi pel suo riscatto, perchè niuno aveva creduta possibile la loro sconfitta[138][139].
Mentre che i generali francesi conservavano la loro superiorità nel regno di Napoli, piuttosto pel vantaggio del numero, che per quello de' talenti, i loro commilitoni non erano senza qualche inquietudine nel ducato di Milano. I figli di Lodovico il Moro si erano rifugiati alla corte di Massimiliano, re de' Romani. Questo principe, che aveva sposata una loro cugina, ed era vincolato col loro genitore non meno dall'amicizia che dai trattati, nudriva da gran tempo tanta gelosia contro la Francia, che non aspettava che l'istante propizio di manifestarsi. Egli non aveva riconosciuti i pretesi diritti della casa d'Orleans; rifiutava a Lodovico XII l'investitura del ducato di Milano, e con tale rifiuto annullava, secondo il diritto feudale, la di lui conquista. Il ministero francese mai non aveva potuto ottenere da Massimiliano che tregue di pochi mesi, e le aveva tutte comperate col danaro. Temeva ad ogni istante che l'imperatore invadesse la Lombardia, e con ciò mettesse in pericolo il regno di Napoli. Il cardinale d'Amboise, primo ministro di Lodovico XII, risoluto di non risparmiare alcuna cosa per conservare la pace con Massimiliano, recossi a Trento per avere con lui un abboccamento. Lodovico XII non aveva figli maschi, ed il cardinale offrì la figlia del suo re, madama Claudia di Francia, in matrimonio al nipote di Massimiliano, Carlo, figliuolo di Filippo e di Giovanna di Castiglia, il quale trovavasi ancora in fasce. Questi due sposi fanciulli dovevano avere per loro appannaggio il ducato di Milano, di cui Massimiliano darebbe loro l'investitura. Filippo, sovrano de' Paesi Bassi, era stato illuminato dall'interesse de' suoi industri sudditi; desiderava conservare la pace colla Francia, ed incaricavasi con zelo delle parti di mediatore tra Massimiliano, suo padre, e Lodovico XII, suo formidabile vicino. Perciò la negoziazione, cominciata molto prima dell'abboccamento di Trento, pareva portata a buon termine: il cardinale d'Amboise vi aveva aggiunto il progetto della riforma della Chiesa nel suo capo e nelle sue membra, credendo con ciò di farsi strada al papato. Si mostrò quindi facile rispetto alle condizioni accessorie, e tra le altre cose promise di porre in libertà Lodovico Sforza, il cardinale Ascanio e gli altri prigionieri milanesi. Ma non era facile a regolarsi la quistione principale. Lodovico XII poteva ancora avere un figlio, e non voleva preventivamente diseredarlo a favore di sua figlia: e l'imperatore non volle mai acconsentire alla riserva che Lodovico avrebbe voluto fare di questo diritto contingente, onde si ruppe la conferenza di Trento, senz'altro risultamento che quello di aver prolungata di pochi mesi la tregua[140].