Cosimo de' Pazzi, vescovo d'Arezzo e figlio del commissario, essendosi chiuso nella rocca, fece frettolosamente chiedere soccorsi a Firenze: ma quelli de' ribelli erano più vicini, e Vitellozzo Vitelli entrò quasi subito in Arezzo cogli uomini d'armi di Città di Castello. Gian Paolo Baglioni, signore di Perugia lo seguì immediatamente, seco conducendo Fabio, figliuolo di Paolo Orsini, ed i due Medici, Pietro e suo fratello cardinale, sempre apparecchiati ad unirsi a tutti i nemici della loro patria. Pandolfo Petrucci loro mandò da Siena danaro ed artiglieria, ed il 18 di giugno la rocca d'Arezzo, che i Fiorentini non avevano potuto soccorrere, dovette arrendersi[153].

Tutti i capitani che avevano preso parte nella rivoluzione d'Arezzo, Vitellozzo, gli Orsini, Baglioni e Petrucci erano al soldo del duca Valentino; e se questi non erasi immischiato nella trama, almeno sembrava tenersi pronto a coglierne i frutti; ma quando era in sul punto di entrare in Toscana, ebbe comunicazione del trattato di protezione soscritto il 16 di aprile tra il re di Francia e la repubblica fiorentina, ed un formale divieto di Lodovico XII di molestare i Fiorentini. Egli si vide costretto ad ubbidire, almeno in apparenza, e si accontentò di far passare segretamente a Vitellozzo tutti gli uomini d'armi di cui poteva disporre[154]. Nello stesso tempo rivolse le sue forze dalla banda di Camerino, entrò in quella città per sorpresa, si assicurò della persona di Giulio Cesare di Varano e di due de' suoi figliuoli, e li fece subito strozzare[155].

Intanto Vitellozzo teneva sotto i suoi ordini ottocento uomini d'armi e tre mila fanti; assumeva il titolo di generale dell'armata della Chiesa, e continuava la guerra contro Firenze. E perchè tutto il raccolto era ancora ne' campi, i contadini, temendo di esporli ad essere bruciati, non osavano fare resistenza; onde Vitellozzo non incontrò difficoltà alcuna ad impadronirsi di Monte Sansovino, di Castiglione Aretino, di Cortona e di tutte le terre murate di Val di Chiana[156]. Se si fosse immediatamente avanzato nel Casentino sarebbe giunto fino alle mura di Firenze, non vi essendo armata apparecchiata a resistergli; perchè la fanteria adunata a Quarata nell'istante della ribellione d'Arezzo, era stata compresa da tale terrore per l'occupazione de' Castelli di Val di Chiana, che si era tutta dispersa. Ma Vitellozzo non si prendeva verun pensiero di rimettere i Medici in Firenze, finchè poteva sperare di tenere in suo dominio le conquiste che farebbe ne' contorni del suo piccolo stato di Città di Castello. Invece adunque di passare avanti, piantò le sue batterie da principio contro Anghiari, in appresso sotto Borgo san Sepolcro, e prese quelle due terre. D'altra parte i Fiorentini avevano ricorso in principio di questa guerra a Chaumont d'Amboise, governatore del Milanese, per avere i soccorsi cui Lodovico XII si era obbligato. Di già dugento lance francesi, comandate dal capitano Imbault, erano giunte a Firenze, ed altre dugento si avvicinavano. Vitellozzo, che aveva fatto intimare la resa al castello di Poppi, quand'ebbe avviso della loro venuta, si ritirò immediatamente e si chiuse in Arezzo[157].

Il Vitellozzo non era entrato in quest'intrapresa senza l'assenso del duca Valentino; ma tosto che il duca vide che realmente eccitava la collera del re di Francia, che le lagnanze di tutta l'Italia contro di lui avevano scosso Lodovico XII al suo arrivo in Asti, e l'avevano finalmente persuaso a tarpare le ali alla di lui ambizione; che il re aveva mandato a Parma Lodovico della Tremouille con dugento lance e con grosso treno d'artiglieria; che vi faceva andare tre mila Svizzeri, e che si apparecchiava a frenare i troppo turbolenti capitani dello stato della Chiesa, si affrettò di negare le commissioni date al suo luogotenente; anzi minacciò di attaccarlo a forza aperta, e Vitellozzo, che ben sapeva che dal suo padrone non aveva a sperare nè pietà nè buona fede, che ne' freschi esempi del duca d'Urbino e del signore di Camerino vedeva fin dove poteva giugnere la sua crudeltà e la sua perfidia, temeva di essere da lui sagrificato. Per tirarsi con qualche onore dalla sua spedizione si affrettò di trattare col capitano Imbault; il 1º di agosto gli consegnò Arezzo, e tutto ciò che aveva conquistato in Toscana, assoggettandosi al giudizio del re di Francia intorno alla sorte di quella provincia[158].

La collera di Lodovico XII contro Cesare Borgia pareva essere foriera di una rapida rivoluzione nello stato della Chiesa: tutti i nemici di quest'uomo crudele e perfido, tutte le vittime che si erano sottratte ai precedenti suoi tradimenti, tutti coloro che temevano di esserne in breve le vittime, eransi riuniti in Asti presso il re di Francia per affrettarlo a liberare dal padre e dal figlio la Chiesa e l'umanità. Ma dal canto loro Alessandro e Cesare Borgia non si tenevano inattivi, ed avevano spediti presso Lodovico e presso il cardinale; d'Amboise i loro più destri negoziatori. Sapevano che quel cardinale aspirava alla tiara, e che per giugnervi aveva bisogno di far entrare alcune sue creature nel sacro collegio; perciò Alessandro VI gli promise di fare una promozione di sua scelta, gli riconfermò per diciotto mesi il titolo di legato a latere in Francia, e lusingò la sua vanità facendolo figurare quale protettore della Chiesa. Il cardinale d'Amboise, guadagnato dai Borgia, rappresentò allora a Lodovico XII che non poteva riporre veruna confidenza nelle sue negoziazioni con Massimiliano; che le pretese dei quattro cantoni sopra Bellinzona potevano essere cagione di dissapori con tutto il corpo elvetico; che la guerra di Napoli coi re di Spagna poteva riuscire molesta; che i Veneziani, sempre occupati nella guerra coi Turchi, vedevano con occhio geloso i progressi della Francia; che il papa e suo figlio erano alla fine le sole potenze d'Italia che avessero un'armata, un tesoro ed una posizione degna di essere comperata. Tosto che fu noto a Cesare Borgia che Lodovico XII erasi lasciato calmare da tali considerazioni politiche, partì in posta da Roma il 3 agosto del 1502 e recossi a Milano alla corte del re[159]. Lodovico XII lo accolse con tali onorificenze e testimonianze di affetto, che ridussero alla disperazione coloro che avevano contro di lui implorata giustizia. Si confermò l'alleanza tra la Francia e la casa Borgia; le truppe francesi mandate in Toscana furono richiamate; la repubblica di Siena e Pandolfo Petrucci, pagando quaranta mila ducati, vennero nuovamente ricevuti sotto la protezione della Francia; due mila Svizzeri e due mila Guasconi ebbero ordine di passare nel regno di Napoli per raggiugnervi il duca di Nemours; e Lodovico XII, contento di avere così regolati gli affari d'Italia, ripartì in settembre per tornare in Francia[160].

Le condizioni della nuova alleanza del Valentino col re non si conobbero che dopo la partenza di questi, ed eccitarono l'universale indignazione. Lodovico XII, associandosi alle sue perfidie, gli prestava trecento lance francesi per continuarle impunemente. Egli non avea riclamato a favore del principe di Piombino e del duca d'Urbino, ambidue suoi alleati, e che avevano somministrati i piccoli loro contingenti alle sue armate. Era pure alleato di Giovanni Bentivoglio, ed aveva ricevuto in danaro il prezzo della protezione che gli aveva promessa, pure lo sagrificava egualmente al Valentino. Le trecento lance che prestava a costui dovevano impiegarsi contro Bologna, Perugia e Città di Castello, per cacciarne il Bentivoglio, Gian Paolo Baglioni e Vitellozzo Vitelli[161].

Non sapevasi se la repubblica fiorentina fosse stata egualmente abbandonata dal re alla cupidigia di Cesare Borgia, ma il trattato che la univa a Lodovico XII, e ch'essa aveva fin allora risguardato come la sua guarenzia, non era nè più chiaro, nè più sacro che quelli del principe di Piombino, del duca d'Urbino, del Bentivoglio, che vedevansi posti in non cale. Altronde sapevasi che Alessandro VI e suo figlio si erano accusati di pusillanimità per non avere spinti più vivamente i vantaggi che ottenuti avevano contro i Fiorentini, resi sicuri dalla conoscenza che fatta avevano della corte di Francia, che questa perdonerebbe sempre le cose fatte, e che se avessero aspettato a trattare colla medesima dopo essersi impadroniti di Firenze, non avrebbero trovate maggiori difficoltà a fare la loro pace, di quello che ne avessero incontrate rispettando quella città[162].

Ai Fiorentini erano state restituite in agosto tutte le città e castelli che Vitellozzo loro aveva tolti; ma essi non andavano debitori di tale restituzione che ad una protezione straniera, mentre che le loro perdite facevano conoscere la loro debolezza. Spossati da otto anni di guerra con Pisa, questa interna piaga rodeva continuamente le loro finanze, mentre che con tutto il restante dell'Italia erano partecipi de' mali dell'invasione straniera e di tutte le pubbliche calamità. Avendo il re fatto conoscere che gl'increscerebbe che prendessero al loro soldo il duca di Mantova, ch'egli risguardava come suo nemico, essi nè avevano preso questo capitano, nè verun altro per rispettare tale insinuazione, e si trovavano quasi disarmati[163].

A questi esterni pericoli aggiugnevansi pei Fiorentini quelli che dipendevano dall'instabilità del proprio governo. Dopo che non avevano più la balìa, non più elezioni fatte alla mano, non più fazioni estranee all'amministrazione, che segretamente governassero i magistrati; dopo che questi venivano scelti ogni due mesi dai suffragi del gran consiglio, si sentiva più gagliardamente l'inconvenienza di non avere nello stato una stabile autorità. La politica esterna aveva tutt'affatto mutata natura: trovavasi presentemente concentrata nel gabinetto di pochi principi assoluti; richiedeva segreto, accortezza, ed una personale conoscenza degli uomini e de' ministri; richiedeva l'impiego non de' buoni cittadini, ma de' diplomatici. Le potenze straniere non cessavano mai di rinfacciare ai Fiorentini quel continuo rinnovamento della loro amministrazione, che non permetteva di penetrare per entro ai misterj della politica. Il duca Borgia ed il re di Francia, nelle loro negoziazioni colla signoria, avevano più volte osservato, che il confidarle i loro segreti era lo stesso che pubblicarli. I partigiani dei Medici non avevano verun altro pretesto da mettere in campo pel ristabilimento della tirannide, e dal canto loro gli amici della libertà sentirono che in una così pericolosa crisi dovevano dare alquanto più di stabilità al loro governo. Alamanno Salviati, uno de' priori, propose alla signoria di porre alla testa della repubblica un gonfaloniere a vita, quale era il doge di Venezia; d'alloggiare questo gonfaloniere in palazzo, assegnandogli pel suo mantenimento dugento ducati al mese; d'accordargli il diritto d'intervenire a tutti i consiglj e tribunali, e metà dell'iniziativa col proposto giornaliero della signoria; ma in pari tempo di dichiarare che queste eminenti incumbenze non lo assolvevano da un giudizio capitale se venisse contro di lui pronunciato dal supremo tribunale degli otto di balìa. Questa proposizione, approvata da principio dalla signoria e dai collegi, venne sanzionata il 16 agosto del 1502 dal gran consiglio[164].