Nell'istante in cui si portò questa legge, i voti del popolo non si erano per anco riuniti a favore di verun individuo; ma il gran consiglio in cui si adunarono più di due mila cittadini, consultato da uno scrutinio segreto, presentò per questa sublime dignità tre candidati, il giudice Antonio Malegonnelle, Giovachino Guascone e Piero Soderini. L'ultimo in un secondo giro di scrutinio riunì la pluralità assoluta, e fu proclamato il 22 di settembre, sebbene non dovesse entrare in carica che il primo di novembre. Era questi un uomo di matura età, d'una indipendente fortuna, d'una illustre famiglia, d'una riputazione intangibile. E perchè non aveva figli, non si aveva ragione di temere che l'ambizione di famiglia nuocesse ai suoi sforzi pel bene di tutti[165]. Poco tempo prima era stato in Firenze riformato anche l'ordine giudiziario. Una legge del 15 aprile del 1502 aveva soppressi gli uffici di podestà e di capitano di giustizia, e fondata la ruota fiorentina, composta di cinque giudici, quattro dei quali dovevano essere d'accordo per portare una sentenza. Si era per altro conservato pel presidente del tribunale il titolo di podestà. Ogni membro esercitava per turno quest'incumbenza sei mesi; e fu appunto questa rotazione, che in Italia fece dare ai tribunali il titolo di ruota[166].

Dopo di avere con queste interne riforme consolidata la stabilità del loro governo, i Fiorentini si posero in istato di difendersi: ottennero da Lodovico XII cento cinquanta lance francesi, cui pagavano essi il soldo, e nello stesso tempo spedirono Gio. Vittore Soderini ambasciatore a Roma, e Niccolò Machiavelli, lo storico, ad Imola presso al duca Valentino per sapere fino a qual punto potevano contare sulla durata della pace[167].

I vicarj pontificj ed i condottieri, contro i quali il duca Valentino aveva dichiarato di voler condurre la sua armata e le genti sovvenutegli dalla Francia, erano tutti segreti o dichiarati nemici della repubblica fiorentina: tutti dall'altro canto si trovavano ancora in principio di quest'anno medesimo al soldo dei Borgia, ed avevano lungo tempo servito d'istrumenti alla sua politica. I Fiorentini potevano adunque temere, o che l'apparente loro discordia non fosse che una astuzia destinata ad ingannare i loro vicini, o che la loro riconciliazione non si facesse a spese della repubblica. Ma que' capitani conoscevano essi meglio degli altri il pericolo che loro sovrastava. Il Borgia aveva dichiarato di volere ricondurre all'ubbidienza della Chiesa Bologna, Perugia e Città di Castello: con ciò veniva a dire ch'egli voleva occupare quelle città, e far perire le famiglie de' loro signori come aveva fatto rispetto a quelle dei Varani e dei Manfredi. Gli Orsini, strettamente uniti ai Vitelli, ben sentivano che verrebbe presto la volta loro. Pandolfo Petrucci vedevasi stretto da ogni banda dalle conquiste del Valentino, il quale, padrone della Romagna, dell'Ombria e del Patrimonio, afforzava ancora Piombino. Tutti e due avevano, siccome Vitellozzo, i medesimi diritti alla riconoscenza di Borgia, e tutti due più non potevano dubitare che la sua riconoscenza non avesse alcuna influenza sulla sua anima. Questi capitani, che vedevano il turbine vicino a cadere sopra di loro, si riunirono segretamente alla Magione, nello stato di Perugia, per concertare i comuni mezzi di difesa. I più di loro trovavansi tuttavia al soldo di Cesare Borgia, ma avevano avuta la precauzione di far ritirare in luogo sicuro i loro uomini d'armi; e, secondo i calcoli loro, trovarono di potere adunare all'istante settecento uomini d'armi, quattrocento alabardieri a cavallo e nove mila fanti. Altronde occupavano tutto il paese posto tra la Romagna e Roma, e speravano di potere impedire ogni comunicazione tra Cesare Borgia e suo padre[168].

Trovavansi alla dieta della Magione il cardinale Orsini, che aveva sprezzato il divieto del papa di passare a Milano presso Lodovico XII, e che più non ardiva di tornare a Roma; Paolo Orsini suo fratello, il quale era padrone di molta parte del Patrimonio di san Pietro; Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello; Giovan Paolo Baglioni, signore di Perugia; Ermes Bentivoglio, che rappresentava suo padre Giovanni, signore di Bologna; Antonio di Venafro, ministro e confidente di Pandolfo Petrucci, signore di Siena; e per ultimo Oliverotto, che con esecrabile perfidia si era fatto padrone della signoria di Fermo e della sua Marca[169]. Rimasto questi orfano in tenera età, era stato allevato da Giovanni Fogliano, suo zio materno, e trattato con tutta la tenerezza di un padre verso un prediletto figlio. Volendo il Fogliani farlo entrare nella carriera militare, l'aveva posto presso Paolo Vitelli, sotto il quale Oliverotto si distinse. Dopo la morte di Paolo venne annoverato tra i più bravi ed intraprendenti luogotenenti di Vitellozzo, e finalmente la spedizione del Borgia contro Camerino lo ricondusse ai confini della sua patria. Scrisse in allora al Fogliani, che desiderava di rivedere la casa paterna, e mostrarvisi cogli onori acquistati in guerra, facendosi accompagnare da cento de' suoi cavalieri. Il Fogliani ottenne per lui la licenza d'introdurli in città; gli procurò il più lusinghiero accoglimento; lo alloggiò in sua casa con tutta la truppa, e pochi giorni dopo, per onorarlo, diede un banchetto a tutta la magistratura di Fermo. A mezzo il pranzo Oliverotto fece entrare i soldati che l'avevano seguito, fece assassinare il Fogliani e tutti i commensali, indi, assediata la signoria ch'era rimasta in palazzo, la costrinse a riconoscerlo per principe di Fermo e del suo territorio[170].

I nemici di Cesare Borgia non erano quindi nè meno perfidi, nè meno di lui macchiati di delitti; e non potevano avere confidenza gli uni negli altri, nè ispirarne ai loro vicini. Invano cercarono che i Fiorentini prendessero parte nella loro associazione; questi vi si rifiutarono costantemente[171]. I Veneziani, sia per lo stesso motivo, sia a motivo dell'imbarazzo e dell'inquietudine che loro dava continuamente la guerra coi Turchi, ricusarono egualmente di entrare nella loro lega; ma scrissero a Lodovico XII per dissuaderlo dall'assecondare per lo innanzi le intraprese del duca Valentino. Gli rappresentavano quanto torto facesse alla sua riputazione ed al nome di Cristianissimo ch'egli portava, spalleggiando un mostro, la di cui ambizione non era frenata da verun pudore, da verun sentimento d'umanità; un tiranno che non risparmiava nè donne, nè fanciulli, nè i proprj fratelli; che faceva perire i prigionieri ricevuti sotto la fede del giuramento; che raggiugneva col ferro o col veleno coloro che cercavano di sottrarsi alla sua potenza, e che aveva dati al mondo esempj di ferocia fin allora sconosciuti: Lodovico XII rispose alle rimostranze de' Veneziani, come sogliono fare i potenti il di cui orgoglio si offende trovandosi colto in fallo: dichiarò che niuno poteva vietare al pontefice di disporre come più gli piaceva delle terre della Chiesa, che niuno poteva dargli colpa ch'egli ajutasse il papa in così legittima impresa, e che, se i Veneziani tentassero di porvi ostacolo, li tratterebbe come nemici. Non contento di avere così risposto, mandò copia della sua lettera al duca Valentino, che la fece leggere al Machiavelli[172].

I confederati della Magione invitarono pure il duca d'Urbino, allora rifugiato in Venezia, ad entrare nella loro lega. Questi, che, tutto avendo già perduto, non correva verun rischio, accettò avidamente l'offerta. Sbarcò a Sinigaglia, dove una congiura gli diede in mano il forte san Leo, e tutti i popoli del ducato di Urbino che lo amavano, prendendo subito le armi in favor suo, gli diedero modo di ricuperare i proprj stati colla stessa rapidità con cui gli aveva perduti[173]. In tal guisa scoppiò in principio di ottobre la sommossa de' capitani di Cesare Borgia contro di lui: a ciò egli non era apparecchiato; molti di loro facevano ancora parte della sua armata, ed egli aveva calcolato di assicurarsi de' soldati di tutti gli altri prima di attaccare il Bentivoglio, il solo ch'egli avesse scopertamente minacciato. Nel momento in cui ebbe notizia della rivoluzione del ducato d'Urbino, trovavasi in Imola con poche truppe; ed il Bentivoglio, che aveva alcune compagnie a Castel san Pietro, ordinò loro di battere il paese fino a Doccia a breve distanza da Imola. Il Valentino scrisse frettolosamente a don Ugo di Cardone ed a don Michele, due de' suoi capitani ch'erano nel ducato d'Urbino, di schivare ogni zuffa, di piegare in faccia al nemico, e di condurgli a Rimini cento uomini d'armi, dugento cavaleggieri e cinquecento fanti da loro comandati. Ma i due luogotenenti non ubbidirono ai suoi ordini: tentati da un'occasione che si presentò loro d'impadronirsi della Pergola e di Fossombrone, rientrarono nel ducato d'Urbino, e si lasciarono sorprendere presso Cagli da Paolo Orsini e dal duca di Gravina, suo cugino, che avevano con loro seicento fanti di Vitellozzo. Le truppe del Borgia furono battute, Ugo di Cardone fatto prigioniere, ucciso il suo luogotenente, e don Michele, rifugiatosi a Fano, si ritirò poscia a Pesaro[174].

Il Valentino trovavasi in Imola in grandissimo pericolo, e vi ragunava quanti più soldati poteva; ma quelli che gli erano stati promessi dal re di Francia non erano ancora arrivati, e gl'Italiani che prendeva al suo soldo non avevano meno ragione di diffidare di lui che quelli che avevano allora prese contro di lui le armi. Un subito impetuoso attacco de' confederati l'avrebbe probabilmente sgominato; ma questi temevano particolarmente di provocare lo sdegno del re di Francia, cui avevano fatto dichiarare che ben lungi dal voler combattere contro i suoi soldati, erano apparecchiati ad eseguire i suoi ordini. Avevano pure ricusato di ricevere i Colonna nella loro lega pel solo motivo che erano aperti nemici della Francia. Questi vani riguardi diedero tempo a Cesare Borgia ed a suo padre di negoziare, tanto per riconciliarsi coi capi nemici, quanto per seminare tra loro la discordia. In particolare Alessandro VI cercava di riacquistare la confidenza del cardinale Orsini per mezzo di suo fratello, Giulio Orsini, che si era trattenuto in Roma[175].

Cesare Borgia era dotato di singolari talenti per le negoziazioni, e di una straordinaria facilità di guadagnarsi l'affetto di coloro che lo avvicinavano. Questo così falso e perfido tiranno sapeva sopra tutto prendere a voglia sua il linguaggio della franchezza e della confidenza. Trovasi nelle lettere che il Machiavelli scriveva alla signoria in tempo della sua legazione presso il Valentino l'impronta di quel tuono di bonomia che prendeva nelle sue negoziazioni. Spesso il segretario fiorentino riferisce le precise parole dell'abboccamento avuto col duca. «Quando tu sei venuto per la prima volta, gli diceva il Borgia, il 23 di ottobre, io non ti ho parlato così apertamente (del mio intero soddisfacimento della condotta tenuta dalla repubblica, e del mio desiderio di servirla), perchè io mi trovava allora in difficilissima situazione; Urbino si era ribellato, e non sapevo su quale appoggio contasse presso di me tutto era disordine, e nulla poteva parere stabile con quei nuovi stati; perciò io non voleva che i tuoi signori si dessero a credere che la paura che io aveva mi facesse abbondare in promesse. Presentemente che ho meno da temere, ti prometto assai più; e quando non temerò più nulla, i fatti, ove fia d'uopo, terranno dietro alle promesse». Il Machiavelli dopo di avere nella sua lettera dello stesso giorno riferita circostanziatamente questa conversazione soggiugne: «Voi vedete, o signori, di quali parole si serve questo signore, sebbene io non ne scriva che la metà; le loro signorie considereranno d'altra parte la persona che parla, e giudicheranno secondo la consueta loro prudenza»[176].

L'immobilità del Borgia, che dopo il cominciamento della guerra si tenne dieci settimane in Imola senza nè avanzare, nè retrocedere, fece credere ai confederati che sentisse la propria debolezza, e che a qualunque patto si riconcilierebbe; entrarono perciò di buon animo in negoziazioni con lui, tanto più che nello stesso tempo le loro truppe andavano facendo nuovi acquisti. Il popolo di Camerino si era ribellato ed aveva richiamato dal suo esilio all'Aquila Giovan Maria di Varano, figlio dell'ultimo signore; Vitellozzo aveva presa la fortezza di Fossombrone, poscia le rocche di Urbino, Cagli ed Agobbio; di modo che nel ducato d'Urbino agli ufficiali di Borgia non restava che sant'Agata; Fano e tutta la provincia erano stati egualmente occupati dai confederati. Intanto il Valentino chiamava da ogni banda al suo soldo lance spezzate; che così si chiamavano que' piccoli gentiluomini, che non avendo sotto i loro ordini che cinque o sei cavalli, pure prendevano soldo separatamente. Siccome non si presentavano per compagnie da sè, e che non erano comandati da un riputato capitano, pareva che non formassero corpo[177].