Non pertanto l'armata francese continuava ad acquistar terre nell'interno del regno. Da una parte il Nemours aveva ridotte alla sua ubbidienza tutte le città della Puglia, che formavano un circolo intorno a Barletta; cioè Canosa, Altamura, Cerignole, Quadrata, Robio, Foggia e Siponto: dall'altra erasi avanzato fino all'estremità della terra d'Otranto, ed aveva costretto Lecce, san Piero, Nardo, Rodea, Oria e Matula ad arrendersi. Vero è che non aveva potuto occupare Gallipoli, nè Taranto, ma bensì costretto aveva il conte di Conversano a passare al suo partito, ed aveva lasciata guarnigione in Castellaneta, onde reprimere le incursioni delle truppe spagnuole che Pietro Navarra comandava a Taranto[202].
Il Nemours era di già tornato sotto Barletta, quando seppe che gli abitanti di Castellaneta, più soffrire non potendo l'insolenza de' soldati francesi alloggiati nella loro città, aveano aperte le loro porte agli Spagnuoli di Taranto, e dati prigionieri i loro ospiti. Accecato dalla sua collera, il Nemours non volle dare orecchio alle rimostranze dell'Acquaviva, che gli dava avviso che il Gonsalvo uscirebbe presto in campagna. Partì coll'armata alla volta di Castellaneta, e, non ascoltando che il caldo suo desiderio di vendetta, non volle ricevere gli abitanti alle condizioni da loro offerte. Ma Gonsalvo di Cordova, approfittando della sua lontananza, uscì di notte da Barletta con tutte le sue genti, e lasciò pure quella città così sguarnita, che per essere sicuro della sua fedeltà trovò necessario di condurre con sè i magistrati in ostaggio, e passò a sorprendere Rubio, dove comandava La Palice. Colle prime scariche la sua artiglieria aprì varie brecce nelle mura; i suoi soldati volarono intrepidamente all'assalto, e sebbene i Francesi si difendessero per sette ore con non minor valore, fu fatto prigioniere La Palice ferito, e la città di Rubio presa e saccheggiata. Il Gonsalvo non cercò pure di conservarla; trasportò frettolosamente tutto il bottino a Barletta, dov'era rientrato avanti che il Nemours, che per opporsi al Gonsalvo aveva abbandonato l'assedio di Castellaneta, fosse tornato a Rubio colla sua armata[203].
Intanto Ugone di Cardone aveva ragunati in Sicilia tre mila fanti e tre mila cavalli che trasportò a Reggio. Incontrò prima Giacomo di Sanseverino, conte di Mileto, che sconfisse, poi liberò Diego Ramirez assediato nella fortezza di Terranuova, saccheggiò e bruciò quella città, fugò il principe di Rossano e fece prigioniere il signor d'Humbercourt. In quest'ultima zuffa Antonio di Leyva, che era di fresco giunto dalla Spagna, e che serviva ancora in qualità di semplice soldato, fece le sue prime prove in Italia; egli doveva in appresso passare per tutti i gradi della milizia prima di comandare in capo le armate, e di essere annoverato tra i primi generali di Carlo V[204].
Mentre il Cardone sbarcava le sue genti, il d'Aubignì trovavasi occupato in un'altra parte della Calabria; ma si affrettò di accorrere per attraversare i di lui disegni; ed i principi di Salerno e di Bisignano, della casa Sanseverino, si unirono a lui a Cosenza con molti baroni angioini. Don Ugone di Cardone, avvisato della loro marcia, ebbe prima pensiero di ritirarsi verso le montagne, ma fu ritenuto dall'arrivo di don Emmanuele di Benavides, che gli conduceva quattrocento cavalli e quattro battaglioni d'infanteria siciliana; altronde le sue spie gli avevano dato motivo di credere che al d'Aubignì abbisognavano ancora due giorni per raggiugnerlo, allorchè lo vide sboccare nel piano dalla banda di mezzodì di Terranuova. I cavalieri siciliani e spagnuoli non sostennero l'impeto degli uomini d'armi del d'Aubignì, ed in particolare degli Scozzesi; la fanteria venne egualmente maltrattata dagli Svizzeri e dai Guasconi; l'armata di Ugone di Cardone fu sgominata e dispersa, ed egli medesimo si salvò a piedi tra le montagne, dopo avere tagliata la corda magna al suo cavallo. Il signore di Grignan, luogotenente del d'Aubignì, che aveva più d'ogni altro contribuito a questa vittoria, fu ucciso mentre inseguiva il nemico[205].
La battaglia di Terranuova non bastava a consolidare il dominio de' Francesi nella Calabria, tanto più che in quel tempo la nuova flotta che Ferdinando aveva armata a Cartagena era giunta in Sicilia e poco dopo a Reggio. Eranvi su questa seicento cavalli, comandati da Alfonso Carvajale, e cinque mila fanti di Galizia, di Biscaglia e delle Asturie, sotto gli ordini di Ferdinando d'Andrades. Il re di Spagna aveva dato il generale comando di questa spedizione a Porto Carrero, della casa Boccanegra di Genova, scelto dal re, perchè egli ed il Gonsalvo avevano sposate due sorelle, e che perciò doveva sperarsi che agirebbero di perfetto accordo. Ma passò lungo tempo avanti che quest'armata fosse in istato di combattere; prima perchè la flotta fu contrariata dai venti nel suo tragitto, poi perchè Porto Carrero, appena giunto in Reggio, fu preso da grave malattia in conseguenza della quale morì, dopo d'avere nominato d'Andrades suo successore[206].
Inquietanti notizie intorno agli affari di Napoli circolavano di già in tutte le altre province d'Italia, quando i tre piccoli cantoni svizzeri che si erano fatti padroni di Bellinzona, non potendo soffrire che la Francia loro contrastasse il possedimento di quella città, attaccarono impetuosamente Locarno sul lago maggiore, e la Murata. Dopo parecchj assalti s'impadronirono dell'ultima, che altro non era che una lunga muraglia fatta per frenare le loro incursioni; ma non poterono conquistare Locarno, e bentosto trovaronsi bloccati dai Francesi ed esposti a crudeli privazioni. Frattanto Lodovico XII, che sentiva quanto gl'importasse di evitare una guerra nel Milanese, mentre che aveva così gravi affari nel regno di Napoli, e che aveva più di tutto bisogno di mettere a numero le sue armate colla fanteria svizzera per opporla a quella dei Tedeschi e degli Spagnuoli, ordinò ai suoi commissarj di contentare gli Svizzeri a qualunque condizione. Dietro ciò l'undici aprile del 1503 fu sottoscritto un nuovo trattato di pace fra la Francia e la lega elvetica nel campo sotto Locarno, e Lodovico XII accordò ai tre piccoli cantoni la contea di Bellinzona in piena sovranità[207].
Mentre la guerra tra la Francia e la Spagna si faceva nel regno di Napoli con maggior vigore, l'arciduca Filippo d'Austria, figlio di Massimiliano e genero di Ferdinando e d'Isabella, attraversava la Francia per tornare nella sua sovranità de' Paesi Bassi. Pochi mesi prima aveva accompagnata sua moglie per la prima volta alla corte di Spagna, e l'aveva colà abbandonata bruscamente il 22 dicembre del 1502, lasciando Ferdinando di lui geloso, Isabella scontenta de' pochi riguardi che aveva per sua figlia, e Giovanna, la di cui seconda gravidanza era avanzata, in uno stato di disperazione che turbò la sua mente. Filippo venne in Francia ricevuto con quel rispetto ond'era stato onorato in occasione del suo primo passaggio. Egli desiderava la pace pel vantaggio de' suoi stati de' Paesi Bassi, la desiderava ancora per accrescere il suo credito alla corte di Castiglia, e se ne fece con premura il mediatore. L'accompagnavano due ambasciatori del re d'Arragona e di Castiglia, i quali intervennero alle conferenze che Filippo tenne con Lodovico XII, ed il 5 d'aprile sottoscrissero con loro a Lione un trattato di pace fra le due monarchie. Tutti i diritti della Francia sul regno di Napoli dovevano darsi per dote a madama Claudia di Francia, figlia di Lodovico XII, che Carlo, figlio di Filippo, poi Carlo V, doveva sposare. I due sposi fanciulli dovevano essere dichiarati re e regina di Napoli; ma fino alla consumazione di questo matrimonio, il trattato di divisione di Granata doveva avere piena esecuzione[208].