Pareva che questa convenzione terminasse la guerra a condizioni d'equità, sebbene tutto il vantaggio fosse per la Spagna, poichè l'oggetto in disputa era ceduto interamente all'erede di quella monarchia. Perciò Filippo aveva mostrata molta premura di conchiuderla; e perchè erano illimitate le facoltà da lui prodotte, Lodovico XII non dubitò punto che il trattato di Lione non venisse ratificato; onde più non si prese cura di spedire soccorsi ai suoi luogotenenti in Italia, ai quali solamente raccomandò di schivare ogni fatto d'armi, finchè il cambio delle ratifiche facesse interamente cessare le ostilità. Ma Gonsalvo di Cordova, dopo essere stato lungamente confinato in un angolo del regno di Napoli, cominciava a travedere la possibilità di conquistarlo interamente. Egli non volle andare debitore ad un trattato di ciò che poteva ottenere a forza aperta; ed i suoi padroni, quando meglio conobbero lo stato degli affari, ebbero la stessa ambizione, e ricusarono di ratificare il trattato di Lione.
Ferdinando d'Andrades prese il comando dell'armata di Calabria; egli avea riunito alle sue truppe, condotte da Porto Carrero, gli avanzi di quelle di Ugone di Cardone, e, dopo aver loro pagati i soldi arretrati, le condusse attraverso alla Calabria fino presso a Seminara. In questo stesso luogo sette anni prima Ferdinando II e Gonsalvo erano stati battuti dal d'Aubignì, e Terranuova, dove lo stesso d'Aubignì aveva ottenuta una più fresca vittoria sugli Spagnuoli, trovatasi pure a breve distanza; perciò questo generale francese avanzavasi pieno di confidenza, punto non dubitando di liberare la Calabria dai nemici con una terza vittoria. Sebbene le sue forze fossero alquanto inferiori a quelle d'Andrades, egli lo sfidò a battaglia. Le due armate s'incontrarono il 21 d'aprile al passo di Fiume Secco tra Gioja e Seminara. Emmanuele Benavides, che aveva il comando della vanguardia spagnuola, si trattenne sopra una delle rive del fiume per parlamentare col d'Aubignì, che trovavasi sulla riva opposta. Mentre che l'ultimo era distratto da tale conferenza, il Carvajale, che comandava la retroguardia spagnuola, passò il fiume un miglio al di sopra, e venne a piombare alle spalle dell'armata francese nello stesso tempo che veniva attaccata di fronte. Un istante di confusione e di disordine bastò a perderla; gli uomini d'armi sgominati dovettero fuggire, ed il d'Aubignì con loro: Onorato ed Alfonso di Sanseverino, che comandavano il secondo ed il terzo corpo d'armata, composti di Calabresi, non opposero lunga resistenza; ambidue furono fatti prigionieri; ed in mezz'ora di tempo quasi tutta la fanteria francese fu passata a fil di spada. Il d'Aubignì era fuggito a Gioja, dove trovò il capitano della sua fanteria Mallerbe; essi continuarono a ritirarsi assieme, ma, giunti al forte d'Angitula, furono costretti a chiudervisi, perchè gli Spagnuoli stavano loro alla coda; e questi, non volendo lasciarsi fuggire di mano il più temuto di tutti i generali francesi, lo assediarono appena entrato in Angitula[209].
Press'a poco nel tempo in cui d'Andrades sbaragliava l'armata di d'Aubignì a Seminara, Gonsalvo di Cordova vide giugnere a Barletta un corpo di due mila Tedeschi che gli conduceva Ottaviano Colonna, e che dopo essere uscito dalle montagne della Carniola si era imbarcato a Trieste. Erano sette mesi che il Gonsalvo si trovava chiuso in Barletta, ed aveva ottenuto colla forza del suo carattere e colla sua accortezza nel guidare a voglia sua gli animi di sostenervi la costanza de' soldati in mezzo a tutte le privazioni. Tutte le città di quel vicinato erano in potere de' Francesi, ad eccezione di quella di Andria, ma non ebbe appena ricevute le truppe tedesche che aveva così lungamente aspettate; che risolse di porsi in campagna, e fece passare a Pietro Navarra ed a don Lodovico di Errera l'ordine di condurgli da Taranto tutti que' soldati che potrebbero. Dal canto suo il Nemours, avvisato dei movimenti che si facevano in Barletta, volle pure adunare in un solo corpo i suoi migliori ufficiali. Scrisse ad Andrea Matteo d'Acquaviva che stava a Conversano di recarsi ad Altamura, per incontrarvi Lodovico d'Ars, e ritornare con lui. Questi due ufficiali ebbero qualche corrispondenza insieme per concertare il loro cammino; ma una delle lettere dell'Ars essendo caduta in mano di Pietro Navarra, questi venne a conoscere la strada dell'Acquaviva, e gli tese una imboscata. L'Acquaviva, attaccato all'impensata, fu gravemente ferito e fatto prigioniere, ucciso suo fratello Giovanni, e tutta la sua cavalleria presa o dispersa[210].
L'arrivo a Barletta di Navarra e di Errera, che conducevano prigioniere il più savio e più rispettato barone angiovino e varj capitani dell'armata nemica, parve a Gonsalvo ed a' suoi soldati di buon augurio. Onde non vollero frapporre ulteriore ritardo a rompere il blocco nel quale erano stati così lungamente chiusi. Il 28 di aprile l'armata spagnuola uscì di Barletta, passò l'Ofanto, e dirigendosi verso ponente giunse nello stesso giorno sotto Cerignole. Il calore era di già estremo nelle pianure della Puglia; il soldato non trovava acqua in quelle arse campagne, e soffriva crudelmente la sete, sebbene Gonsalvo, nel passaggio dell'Ofanto, avesse fatte riempire d'acqua molte otri che faceva portare dietro l'armata. Per sollevare i pedoni oppressi dal caldo ordinò ancora ad ogni cavaliere di prenderne uno in groppa, ed egli stesso ne diede agli altri l'esempio facendo dietro di sè montare sul suo cavallo un porta insegne tedesco. Cerignole, lontana soltanto dieci miglia da Barletta, è un castello posto sulla sommità di un colle, i di cui fianchi sono tutti coperti di viti. Il fondo di queste vigne è separato dalla pianura da una fossa. Prospero e Fabricio Colonna, che vi erano giunti prima degli altri, disegnarono di accampare l'armata dietro questa fossa; la allargarono, e colla terra che avevano levata innalzarono sulla sponda interna un piccolo parapetto. Il Gonsalvo diresse in persona questi lavori, e vi fece immediatamente collocare i cannoni in batteria[211].
Il Nemours, partito da Canosa, era giunto presso Cerignole, quasi nello stesso tempo che il Gonsalvo. Nel consiglio di guerra da lui tenuto il Chatillon e Lodovico d'Ars insistevano perchè si differisse la battaglia fino al susseguente giorno, onde meglio conoscere la posizione del nemico, e dar tempo ai soldati di riposarsi. Per lo contrario il Chandieu, che aveva il comando degli Svizzeri, ed Ivone d'Allegre volevano che si approfittasse dell'ardore francese per attaccare in quell'istante. La disputa tra i capitani si protrasse oltre il dovere e fece perdere un tempo prezioso. Per inconsiderata vivacità d'Allegre disse che la lentezza del generale gli rendeva sospetto o il suo coraggio o la sua abilità. Il Nemours, ferito nell'onore, ebbe la debolezza di risolversi contro la propria opinione a venire a battaglia per purgarsi da questo rimprovero: ma prese questa risoluzione così tardi, che nell'istante in cui cominciò la battaglia non restava che mezza ora di giorno. Nell'armata francese eranvi cinquecento lance, mille cinquecento cavaleggeri e quattro mila pedoni[212]. L'armata spagnuola contava mille ottocento uomini di cavalleria pesante, cinquecento cavaleggeri, due mila fanti spagnuoli ed altrettanti Tedeschi[213]. Il Nemours condusse le sue truppe contro il nemico nell'ordine obbliquo, nascondendo la sua sinistra. Egli era con Lodovico d'Ars alla testa dell'ala destra che doveva cominciare la pugna; il Chandieu cogli Svizzeri stava nel centro alquanto a dietro, ed il d'Allegre col resto della cavalleria era alla sinistra ed ancora più a dietro[214].
Il Gonsalvo, che aveva divisa la sua armata in sei battaglioni, aveva mandata avanti tutta la sua cavalleria leggiera sotto gli ordini di Fabrizio Colonna e di don Diego di Mendoza per ritardare il nemico. Nelle arse campagne della Puglia i piedi de' cavalli sollevavano un così denso polverìo, che ai Francesi impedì totalmente di vedere le posizioni degli Spagnuoli. I finocchj, che in que' campi sono d'una smisurata grandezza, occultavano affatto la fossa ed il parapetto che chiudevano il campo; e l'artiglieria col suo fumo accrebbe maggiormente l'oscurità. Una delle prime scariche appiccò il fuoco al magazzino della polvere degli Spagnuoli. Il Gonsalvo, lungi dal mostrarsene spaventato, gridò: «Gli è questo un felice presagio; noi non abbiamo bisogno di polvere perchè nostra è la vittoria.» Frattanto il Nemours, che si avanzava contro i Tedeschi e contro la cavalleria della loro sinistra, fu improvvisamente trattenuto dalla fossa, di cui non sospettava l'esistenza, e mentre cercava un passaggio rivolgendosi di fianco, fu colpito da una palla e cadde morto alla testa delle sue truppe. In quell'istante il Chandieu giugneva in riva al fosso cogli Svizzeri. Ma i Tedeschi, che tenevano l'opposta riva li rispingevano colle loro alabarde, mentre che gli archibugeri spagnuoli li prendevano di fianco, ond'essi si disordinarono e perdettero molta gente. Il Chandieu, che si faceva conoscere in mezzo a loro a motivo delle penne bianche che ornavano il suo caschetto, e che si batteva a piedi alla loro testa, fu ucciso mentre era sceso nella fossa per attraversarla. Vedendo il d'Ars ed il d'Allegre rotti i loro compagni, si posero in fuga; ed il Chatillon, che fuggiva dietro di loro, fu preso e ricondotto prigioniero dalla cavalleria spagnuola. Nello spazio di mezz'ora l'armata francese era stata dispersa, ed aveva perduti tre in quattro mila uomini. Tutti i suoi equipaggi e tutti i viveri vennero in potere del nemico[215].
Il Gonsalvo fece conoscere i suoi singolari talenti col profitto che seppe trarre da questa vittoria. L'oscurità della notte, che era sopraggiunta quando appena cominciava ad essere decisa la sconfitta de' Francesi, aveva salvati i fuggiaschi; ma Lodovico d'Ars ed Ivone d'Allegre non avevano presa la medesima strada; il primo si era posto su quella di Venosa, l'altro su quella che conduce al ducato di Benevento. Il Gonsalvo li fece rapidamente inseguire per impedirne la riunione. Garzia de Paredes inseguì Lodovico d'Ars, e don Fedro de Paz il d'Allegre. Questi nella sua fuga si era riunito a Trajano Caraccioli, conte di Melfi; ma per quanto cercassero di affrettare la loro fuga, erano sempre preceduti dalla notizia del loro disastro; onde tutte le città, tutte le fortezze chiudevano loro le porte in faccia; ed appena a forza di preghiere e di danaro potevan essi ottenere che loro si calassero giù dalle mura colle corde pochi viveri entro le ceste. Ivone d'Allegre, dopo essersi trattenuto un solo giorno ad Atripalda, prese la strada di Napoli; ma nell'avvicinarsi a quella città seppe bentosto che il popolo si era sollevato, e che la guarnigione lasciatavi erasi chiusa ne' castelli coi tesori del re, coi magistrati francesi e coi più dichiarati partigiani della Francia. Piegò a tale notizia verso Capoa e Suessa, e senza trattenersi in quelle città andò fino a Gaeta, dove ragunò gli avanzi dell'armata francese tra quella fortezza e Tragitto[216].
Gli Spagnuoli vincitori si avanzavano da tutte le bande dietro i fuggiaschi, ed occupavano tutte le province del regno. Fabrizio Colonna si portò verso l'Aquila, e soggiogò gli Abbruzzi; Prospero Colonna si fece aprire le porte di Capoa e di Suessa, ed occupò tutta la Campagna Felice, cacciando i Francesi al di là del Garigliano. Tutte le città della Puglia e della Capitanata, informate prima delle altre della vittoria, si erano ancora per le prime sottomesse al vincitore. Le Calabrie aveano preso lo stesso partito, quando aveano avuta notizia della battaglia di Seminara. Il d'Aubignì difendevasi tuttavia nella rocca d'Angitula; ma quando fu pienamente infirmato del rovescio de' suoi commilitoni, capitolò, sagrificandosi solo ad essere prigioniere, mentre che tutti i soldati che servivano sotto di lui ebbero la libertà di tornare in Francia[217].
Gonsalvo di Cordova accolse ad Acerra i deputati di Napoli, che gli portavano le chiavi della città, e gli chiedevano la conferma de' privilegj della capitale; egli lo promise a nome de' suoi padroni, e fecevi il suo solenne ingresso il 14 di maggio. Nel susseguente giorno ricevette a nome di Ferdinando il giuramento de' sei seggi, che rappresentavano la nobiltà ed il popolo di Napoli. I due castelli, in cui si erano ritirati i Francesi, e che d'ordinario opponevano alle armate che gli assediavano una lunga resistenza, soggiacquero in pochi giorni agli attacchi di Pietro Navarra, il quale aveva il primo introdotto nella guerra l'arte di far giuocare le mine colla polvere, e che colle sue inaspettate esplosioni aveva inspirato ai soldati nemici tanto terrore, che i loro capi non avevano ancora potuto vincere. Quando il giorno 11 di giugno le mine del Navarra rovesciarono una metà delle mura di Castel Nuovo sopra i difensori, ed aprirono agli Spagnuoli una spaventosa breccia per la quale montarono all'assalto, Gonsalvo di Cordova cedette a' suoi soldati tutto il saccheggio de' ricchi magazzini che vi erano stati adunati, e de' tesori che vi si erano posti colla fede di metterli in luogo sicurissimo. Pure non era appena terminato questo saccheggio che molti soldati vennero al Gonsalvo, lagnandosi di non avere avuta la parte loro. «Per indennizzarvi andate a saccheggiare il mio palazzo, disse loro ridendo il generale;» ed infatti quello in cui era stato alloggiato, ed apparteneva al principe di Salerno, fu dagli Spagnuoli immediatamente svaligiato[218].