La flotta ottomana, di cui Bajazette aveva dato il comando al sangiacco di Gallipoli, e che gli storici veneziani pretendono che fosse composta di dugento settanta vele, si avanzò in traccia de' Cristiani verso le coste della Morea, nelle acque della Sapienza e di Modone. Dal canto suo il senato di Venezia diede il comando di una flotta di cento quaranta vele, con cui sperava di difendere i suoi possedimenti del Levante, ad Antonio Grimani, gentiluomo che, fino all'età di sessantaquattro anni cui era allora pervenuto, aveva goduta una costante felicità. La sua famiglia, sebbene nobile, era assai povera; ma egli aveva in poco tempo ammassate immense ricchezze. Sapevasi che possedeva più di cento mila ducati in capitali o in numerario, oltre i poderi ch'erano considerabili. Aveva costui esercitato il commercio con tanta prosperità, che tutti gli altri mercadanti prendevano il di lui esempio per norma delle loro speculazioni, comperando quando lo vedevano comperare e vendendo quando lo vedevano vendere. Era stato ammesso in senato, e dopo tale epoca aveva occupate le più luminose cariche della repubblica, ed erasene mostrato degno colla sua eloquenza, colla sua prudenza, col suo coraggio. Aveva maritate le sue figlie nelle principali case di Venezia; aveva ottenuto da Alessandro VI, pel prezzo di trenta mila ducati il cappello cardinalizio pel suo figliuolo primogenito, ed in appresso dal senato il patriarcato d'Aquilea. Gli altri suoi figli avevano ottenuto dalla repubblica onoratissimi impieghi, ed egli stesso era rivestito della dignità di procuratore di S. Marco; la prima dello stato dopo quella del doge. Aveva comandate non senza gloria le flotte della repubblica nella guerra di Carlo VIII, e conquistato Monopoli; e il suo ritorno da quella spedizione era stato un trionfo. Pure aveva ricusato con non so quale spavento il comando che gli veniva affidato contro i Turchi, quasi prevedesse che la lunga sua prosperità stava per abbandonarlo; ma quando era stato forzato ad addossarsi tanta responsabilità aveva mandato al tesoro pubblico, come un dono patriottico, venti mila ducati per concorrere alle spese dell'armamento della flotta ch'egli doveva comandare[224].

La flotta veneziana incontrò in agosto presso Modone la flotta turca. La prima aveva poco più che la metà meno delle vele dell'altra; anzi tra le sue cento quaranta navi non vi erano che quarantasei galere; e tutti gli altri bastimenti erano poco proprj ai movimenti militari. Dalla banda dei Turchi non vedevasi che un prodigioso numero di navi male armate, male governate, ed i di cui equipaggi, ignoranti e tolti di fresco all'aratro, non sentivano veruna disciplina; e perciò i musulmani temevano la battaglia non meno di quello che i cristiani la desiderassero, nella ferma fiducia di uscirne vittoriosi.

Le due flotte manovrarono parecchi giorni l'una in faccia all'altra, ma qualunque volta pareva che il Grimani si disponesse all'attacco, i Turchi si ritiravano in Porto Longo. Nella loro flotta trovavasi un vascello di enorme grandezza, della portata di quattro mila tonnellate, il quale pareva sollevarsi in mezzo agli altri come una rocca. Era comandato da Barach Raiz. Il 22 di agosto del 1599 questo vascello si trovava in faccia a Chiarenta, alquanto lontano dagli altri, e fu subito investito dalle due galere d'Andrea Loredano, e dell'Albanese d'Armier, che attaccatesi a lui coi ramponi, vennero all'abordaggio. La zuffa fu accanita, e senza che gli altri equipaggi vi prendessero parte, o perchè tenuti distanti da una subita perfetta calma, come dicono alcuni, o perchè il Grimani, invidiando la gloria del Loredano, come fu creduto dai più, fosse contento di vederlo perire. Più di mille soldati difendevano il vascello turco, e la battaglia pendeva ancora indecisa, quando il fuoco s'appiccò ad uno de' tre bastimenti, e rapidamente comunicossi agli altri due senza che potessero separarsi; così perirono tutti e tre in mezzo alle acque. Quando il Loredano vide affatto perduto il suo, taluno gli propose di salvarsi a nuoto; egli prese per tutta risposta lo stendardo di San Marco che volteggiava sul ponte; È sotto quest'insegna, egli disse, che io sono nato, che ho vissuto e che voglio morire; e dicendo queste parole entrò tra le fiamme. Varie lance turche circondavano i combattenti e raccoglievano le loro genti che si gittavano in mare; ma i Veneziani, abbandonati dai loro compatriotti, perirono quasi tutti[225].

Finchè durò questa zuffa le due flotte si erano cannonate senza troppo accostarsi; ma l'incendio delle navi del Loredano e del Darmier scoraggiò tutti i Veneziani, i quali invece di desiderare la battaglia come avevano fatto fin allora, cominciarono a temerla, ed il Grimani, cedendo alle circostanze, si ritirò sulla Costa del Peloponneso. Colà ebbe avviso che una flotta francese di ventidue galere, che Lodovico XII aveva fatta armare a Genova per soccorrere i cavalieri di Rodi, e che in appresso aveva offerta al senato quando seppe che Rodi non era minacciata, stava ancorata a Zante. Il Grimani andò subito a raggiugnerla e tornò colla medesima in cerca de' Musulmani. Pure allorchè fu a vista della loro flotta, la stessa irrisoluzione, o la stessa pusillanimità, ond'era stato incolpato precedentemente, lo dissuase dall'attaccarli. Le due flotte si limitarono a ricambiarsi alcune cannonate, ed i Francesi, soffrire non potendo questa timida maniera di combattere, si congedarono dall'ammiraglio veneziano, e si ritirarono[226].

Nello stesso tempo i Turchi avevano assediato Lepanto; ed il Grimani non osò soccorrere quella città che si arrese quando vide allontanarsi la flotta veneziana[227]. Il Grimani per ristabilire il suo nome fece dal canto suo un tentativo sopra Cefalonia, ma senza successo. Allora ricondusse la sua flotta a Corfù, e vi trovò Melchiorre Trevisani, che il consiglio dei Dieci gli aveva mandato per successore, e che aveva ordine di spedirlo a Venezia carico di catene per dare conto della sua condotta. La bella flotta da lui comandata pareva ai Veneziani bastante per distruggere quella dei Turchi, e fare in appresso la conquista del Peloponneso e dell'Eubea; ed in ragione delle alte speranze che avevano concepite, erano più inclinati a dare colpa della cattiva riuscita a viltà, o a tradimento. Forse peraltro non calcolavano abbastanza i progressi fatti dai Turchi nell'arte della guerra marittima, ed il Grimani accostandosi ad una flotta di lunga mano superiore alla sua di navi e di equipaggi, aveva conosciuto che più non trattavasi di una moltitudine disordinata come supponevasi a Venezia. I pochi vantaggi ottenuti dagli ammiragli che succedettero al Grimani, ed il trionfo ch'era a lui riservato, quando nell'estrema sua vecchiezza di ottantasette anni fu eletto doge di quella medesima repubblica che lo aveva condannato, sono indizj della sua innocenza. Ma quando arrivò a Venezia, troppo gagliarda era la prevenzione contro di lui perchè potesse resistervi. Invano suo figliuolo, il cardinale Grimani, accorse da Roma per riceverlo, e vestito pontificalmente portò le catene di suo padre, e quando questi attraversò il ponte, e quando fu tradotto innanzi al gran consiglio; la severità di quell'assemblea non si lasciò addolcire. Ella aveva a sè richiamato questo giudizio, temendo che il prevenuto non adoperasse un'illecita influenza sul consiglio dei Dieci, sia colle sue ricchezze che colle aderenze della sua famiglia. Il Grimani venne condannato alla relegazione nelle isole di Cherso e di Ozero nel golfo del Quarnero: dopo alcun tempo fuggì da questo luogo di esilio, e rifugiossi a Roma presso suo figlio cardinale[228].

Le truppe di terra non si comportarono meglio di quelle di mare. Il Zancagno aveva avuto ordine di adunare le milizie dei confini della Carniola, di porre in istato di difesa le rive dell'Isonzo, e di stabilire il suo campo a Gradisca. Ma Scander bassà, sangiacco di Bosnia, avendo condotti sull'Isonzo sette mila cavalli, il 29 di settembre ne mandò due mila al di là del fiume. Il Zancagno non oppose loro veruna resistenza, e tenne i suoi soldati chiusi in Gradisca. I contadini, che vivevano in piena sicurezza dietro l'armata della repubblica, furono presi da estremo terrore quando videro vicine quelle barbare truppe; le rive della Piave e del Tagliamento furono abbandonate, sebbene capaci di difesa. Numerose bande di fuggiaschi lasciarono il Friuli; Treviso e la stessa Padova si salvarono in Venezia, e la campagna fu ruinata fin presso alle Lagune. I Turchi, dopo aver fatto un grosso numero di prigionieri, parte de' quali furono uccisi prima di ripassare il Tagliamento, rientrarono ne' loro paesi, senza aver trovato occasione di combattere[229].

In principio del 1500 i Veneziani, scoraggiati dalla cattiva riuscita dell'ultima campagna, e desiderando di poter volgere tutta la loro attenzione agli affari dell'Italia, le di cui rivoluzioni facevansi ogni di sempre più importanti, spedirono a Costantinopoli per lagnarsi col gran signore di essere stati attaccati senza precedente provocazione, e per ripetere i loro mercanti fatti prigionieri in tutta l'estensione dell'impero turco, e la restituzione di Lepanto; ma Bajazette rispose loro che non accorderebbe la pace alla repubblica che a condizione che questa gli cedesse Modone, Corone e Napoli di Malvasia, e si obbligasse a pagargli l'annuo tributo di dieci mila ducati[230].

Durante l'inverno la flotta turca si era divisa ne' due golfi d'Ambracia e di Lepanto. Melchiorre Trevisani, che aveva preso il comando della flotta veneziana, voleva impedire ai Turchi di riunirsi, ed a tal fine occupava le acque di Corfù e di Cefalonia; ma i nemici ingannarono la sua vigilanza e si riunirono presso al promontorio di Leucade; dopo di che trovandosi più forti fecero dar a dietro i Veneziani. Daüth pascià entrava nel Peloponneso con una formidabile armata, mentre che la flotta turca attaccava dalla banda del mare le città di cui Bajazette aveva chiesta la cessione. I Turchi furono respinti sotto Napoli di Malvasia e sotto Zonchio, l'antico Pilos di Nestore; ma occuparono il sobborgo di Modone, ed all'istante cominciarono l'assedio di quella città di tanta importanza[231].

Girolamo Contarini fu sostituito nel comando della flotta veneziana a Melchiorre Trevisani morto di malattia naturale sotto Cefalonia. Il nuovo ammiraglio volle soccorrere Modone, ma avendo incontrata la flotta turca presso Pilos l'attaccò con isvantaggio, perdette alcune galere, e fu forzato a rifugiarsi a Zanto[232]. Pure perchè non sapeva risolversi ad abbandonare gli assediati, si presentò per la seconda volta il nove di agosto sotto Modone, non con intenzione di venir a battaglia, ma per distrarre l'attenzione de' nemici, mentre che cinque galere, le più leggieri al corso, entrerebbero in porto coi rinforzi e colle munizioni destinate agli assediati. Parve che il suo disegno riuscisse, perciocchè quattro delle cinque galere, attraversando la flotta turca, arrivarono fino allo steccato che chiudeva il porto. Tutti gli abitanti di Modone si affollavano verso le galere per iscaricarle più presto, e la stessa guardia scese dalle mura in riva al mare. Del che avvedutisi i Turchi, dierono in quell'istante l'assalto e superarono le mura. Invano gli abitanti vollero fare resistenza; ma troppo tardi, essendo i musulmani già scesi nelle strade. Pure nè i Greci nè i Veneziani, sebbene perduta avessero ogni speranza, tentarono di fuggire, e, continuando a combattere, furono quasi tutti uccisi sulla piazza, mentre che il fuoco, appiccato dagli assalitori alle prime case, andava rapidamente dilatandosi per tutta la città; ed in breve tempo l'incendio si fece universale come la carnificina. Modone cadde in potere degli Ottomani; ma omai più non vi erano nè edificj, nè abitanti[233].