Il comando di quest'armata fu dato a Lodovico della Tremouille; e sotto di lui doveva servire Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, quello stesso che si era opposto ai Francesi a Fornovo, e che aveva comandata l'armata veneziana spedita contro di loro nella Puglia. Il Balivo di Bissì aveva avuta la commissione di levare e condurre gli Svizzeri. I Fiorentini, i Sienesi, i principi di Ferrara, di Mantova e di Bologna avevano promessi i loro contingenti; l'armata di La Tremouille doveva contare mille ottocento lance, e circa diciotto mila fanti; doveva secondarla una potente flotta, e non si erano mai veduti in Francia più formidabili apparecchi[249]. Pure La Tremouille, prima d'ingolfarsi nel regno di Napoli, voleva essere sicuro della condotta del papa e di suo figliuolo. Ai timori renduti tanto legittimi dal loro carattere aggiugnevasi da qualche tempo la diffidenza che ispirar dovevano le loro contraddittorie negoziazioni; le insolenti pretese del papa, che voleva perseguitare e spogliare de' suoi feudi Gian Giordano Orsini, sebbene fosse sotto l'immediata protezione del re[250]; la licenza data agli Spagnuoli di reclutare in Roma, e le non ignote pratiche del Valentino con Gonsalvo di Cordova. Il Valentino, che aveva sotto i suoi ordini cinquecento uomini d'armi, offriva di unirli all'armata francese, purchè Lodovico XII gli sagrificasse non solo Gian Giordano Orsini, ma ancora lo stato di Siena; ed i Francesi erano in procinto di sottoscrivere così vergognoso trattato allorchè il Borgia ne propose uno meno ignominioso, ma più pericoloso. Egli offriva il passo per lo stato della Chiesa, conservando egli stesso una neutralità armata. Facilmente si comprendeva, che sua intenzione era quella di dichiararsi a seconda delle circostanze per opprimere i vinti; o pure che, malgrado le sue promesse, mentre i Francesi sarebbero nel regno di Napoli, attaccherebbe la Toscana da loro lasciata senza truppe[251]. Ma in mezzo a tali progetti ed a tali speranze, il 18 di agosto, papa Alessandro VI fu colpito da quasi improvvisa morte: il duca Cesare Borgia, suo figlio, ed il cardinale di Corneto furono nello stesso tempo portati a Roma quasi moribondi da una vigna in cui dovevano cenare con lui, ed il corpo di Alessandro VI, copertosi di subito da negra spaventosa gangrena, diede motivo a tutto il pubblico di sospettare, che il papa, il figliuolo ed il commensale fossero vittime di un veleno apparecchiato dallo stesso papa per un altro[252].

L'intera vita d'Alessandro Borgia era stata contraddistinta da tanti delitti, ed egli si era per tanti titoli meritato l'odio di Roma, dell'Italia e di tutta la Cristianità, che non è maraviglia che la di lui morte si attribuisse a quegli stessi delitti cui aveva accostumata la sua corte, e che si cercasse di trovare nel rapidissimo rovesciamento della sua famiglia, e nel giusto gastigo della sua malvagità, una conseguenza degli scellerati mezzi da lui praticati per accrescere la sua fortuna. In tutto il corso del suo pontificato erasi veduto Alessandro VI ricavare molto danaro dalle promozioni al sacro collegio, che in forza delle costituzioni ecclesiastiche aveva il diritto di fare. In undici promozioni aveva creati quarantatrè cardinali[253], e quasi niuna di tali promozioni era stata gratuita. Da ognuna aveva ricavato almeno dieci mila fiorini; quella di Francesco Soderini, fratello del gonfaloniere di Firenze, era stata pagata ventimila: trentamila quella di Domenico Grimani, figliuolo del procuratore di san Marco; ed altre probabilmente un prezzo ancora maggiore. Ma pel papa non era gran cosa la vendita di questa principalissima dignità ecclesiastica. I cardinali da lui adoperati nell'amministrazione si arricchivano rapidamente; ed il papa fu accusato di averne fatti perire moltissimi per usurpare le loro eredità, e disporre nuovamente de' loro beneficj, che ricadevano alla santa Sede. Questi erano, si diceva, i criminosi mezzi con cui il papa suppliva alle enormi spese che richiedevano il mantenimento delle armate del duca Valentino, il lusso della corte pontificia, le prodigalità di Lugrezia Borgia, e il collocamento degli altri figli e nipoti di Alessandro. Fu raccontato e creduto in tutta l'Italia, che il papa aveva invitato il cardinale Adriano di Corneto ad un convito nella sua vigna di Belvedere presso al Vaticano con intenzione di avvelenarlo, come aveva altra volta avvelenati i cardinali di sant'Angelo, di Capoa e di Modena, prima suoi zelantissimi ministri, poi vittime della sua cupidigia; che il duca Valentino aveva mandato una bottiglia di vino avvelenato al coppiere del papa, senza palesargli il mistero, facendogli soltanto dire di non mandarla in tavola senza suo espresso ordine; che nella momentanea assenza di questo coppiere, il suo sostituto avea dato per errore di questo vino al papa, a Cesare Borgia ed al cardinale di Corneto. Quest'ultimo disse egli medesimo molto tempo dopo a Paolo Giovio, che, appena inghiottita tale bevanda, avea sentito nelle sue viscere un ardente fuoco, che subito avea perduta la vista, ed in appresso l'uso di tutti i sensi, e che dopo una lunga malattia, la sua guarigione era stata preceduta dalla totale escoriazione della sua pelle[254].

Gli scrittori contemporanei meglio informati e che più minutamente parlarono di tale avvenimento, convengono rispetto alle circostanze. Pure un giornale della corte di Roma e le lettere dell'ambasciatore della casa d'Este sembrano provare che la malattia del papa durasse otto giorni, che fosse giudicata febbre perniciosa e come tale medicata[255]. Inoltre non sappiamo con precisione l'epoca del banchetto nella vigna di Belvedere: è probabile che avesse luogo il 10 di agosto; che la malattia, prodotta dal veleno diviso in tre invece di essere preso da un solo, abbia durato otto giorni, e che in tale tempo non gli si desse il suo vero nome, per non accusare il papa e suo figlio ancora vivi ed onnipotenti[256].

Alessandro VI, il di cui solo nome ricorda tanti delitti e tante infamie, dovette in tempo del suo pontificato pronunciare a nome della Chiesa Romana molte decisioni che hanno ancora presentemente forza di leggi. Perciò gli scrittori ecclesiastici cercano di provare, che a fronte degli enormi suoi vizj egli non si slontanò mai un solo istante dalla purità della fede[257]. Alessandro VI fu uno degl'istitutori dell'ordine de' Minimi di san Francesco di Paola, ch'egli ratificò colla sua bolla del 1.º di maggio del 1501, e di quello delle sorelle di Maria Vergine, fondato da Giovanna di Valois, moglie divorziata di Lodovico XII[258]. La Chiesa romana gli deve inoltre un'istituzione, che forse più d'ogni altra contribuì a conservare la sua autorità contro gli assalti della filosofia ed i progressi dello spirito, quella della censura ecclesiastica dei libri. Alessandro VI, con suo breve del nove di giugno del 1501, ordinò agli stampatori sotto pena di scomunica di non istampare verun libro senza l'assenso degli arcivescovi o de' loro vicarj ed ufficiali, ed ordinò a questi di far sequestrare e bruciare ogni libro contenente dottrine eretiche, contrarie alla fede cattolica, empie e malsonanti[259].

Il duca Valentino diceva al Machiavelli, che credeva di avere pensato a tuttociò che potrebbe accadere nella circostanza della morte di suo padre, e che a tutto aveva trovato rimedio; ma che mai non aveva pensato che nella circostanza di tale avvenimento potrebbe egli medesimo trovarsi mortalmente infermo[260]. Aveva contato che l'elezione del nuovo pontefice sarebbe in gran parte del voler suo, dovendo, a suo credere, conservarsi da lui dipendenti i cardinali nominati da suo padre, ed in particolare gli otto Spagnuoli ch'egli aveva fatti entrare nel sacro collegio. Aveva ridotta sotto la sua clientela quasi tutta la piccola nobiltà degli stati romani, ed aveva in modo oppressata l'altra nobiltà, che credeva di non aver che temere dalla medesima. Tutte le fortezze tanto in Roma che nel suo territorio erano guardate dai suoi soldati, e l'armata con cui faceva la guerra agli Orsini trovavasi acquartierata ne' contorni di Roma. Ma d'altra parte egli si trovava colpito appunto nell'istante in cui, incerto di decidersi per la corte di Francia o per quella di Spagna, non poteva far capitale del favore dell'una o dell'altra; anzi sentivasi nello stesso tempo stretto dalle due armate nemiche: pure per quanto travagliato fosse dalla malattia, non si lasciò scoraggiare. Mentre che il popolo affollavasi a San Pietro con indicibile gioja per saziare la sua vista sul cadavere di Alessandro VI, ed esprimere tutto l'orrore ond'era verso di lui compreso, Cesare Borgia si tenne nel palazzo del Vaticano; entrò in trattato coi Colonna che suo padre aveva spogliati de' loro feudi; loro restituì Chiazzano, Capo d'Anzo, Frascati, Rocca di Papa e Nettuno, che Alessandro VI aveva notabilmente fortificato, ed a tal prezzo comperò la loro neutralità[261].

Il duca Valentino non aveva abbastanza soldati per potere vietare ai suoi nemici l'ingresso in Roma, e contenere nello stesso tempo il popolo che lo detestava. Era tornato in patria Prospero Colonna alla testa di tutto il suo partito. Dal canto suo Fabio Orsini era rientrato in possesso dei palazzi della sua famiglia a Monte Giordano; aveva fatte saccheggiare le case e le botteghe de' cortigiani e de' mercanti spagnuoli, così favoreggiati sotto il regno dell'ultimo papa, ed altamente domandava la testa dello stesso Cesare Borgia in espiazione del sangue di suo padre e de' suoi parenti che questo tiranno avea versato. Le truppe del Valentino erano tutte acquartierate in Borgo e ne' contorni del Vaticano; di modo che i cardinali, per non cadere nelle loro mani, si adunarono nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva; ma non si affrettarono di cominciare l'esequie del papa, che dovevano durare nove giorni, e terminarsi prima del conclave[262].

Fuori delle porte di Roma, e negli stati fin allora occupati dal Valentino, le convulsioni politiche erano ancora più rapide. Gian Paolo Baglioni si era associato a Bartolommeo d'Alviano, capitano della casa Orsini, al servigio de' Veneziani. Col di lui ajuto era rientrato in Perugia, aveva cacciata da Viterbo la fazione dei Gatti; da Todi quella di Chiaravalle; ed aveva uccisi o svaligiati tutti que' cittadini addetti ai due partiti, che gli erano venuti in mano. Fabio Orsini, perseguitando in compagnia de' Savelli nel patrimonio di San Pietro tutti i partigiani del Valentino, ed avendo ucciso un individuo della famiglia Borgia, si lavò le mani e la bocca col di lui sangue[263]. Tutti i baroni romani avevano ricuperate le rocche loro tolte dal papa; i Vitelli erano tornati in Città di Castello, Giacomo d'Appiano in Piombino, il duca d'Urbino, ed i signori di Pesaro, di Camerino e di Sinigaglia negli stati che avevano perduti[264]. Soltanto la Romagna non si mosse, e si mantenne ubbidiente al duca Valentino. Le altre sue conquiste erano più fresche; in quella di Romagna aveva avuto tempo di far gustare i vantaggi del suo governo. Quest'uomo, tanto crudele e di così perversi principj politici, ottimamente conosceva ciò che poteva formare la felicità de' suoi sudditi; egli faceva fare tra di loro rigorosa giustizia, e manteneva inviolabile la pubblica sicurezza. Tutte le fazioni erano compresse; tutti i furti de' magistrati e de' principi erano cessati; tutti gli uomini più distinti avevano nel Borgia un illuminato protettore; i militari trovavano avanzamento nelle armate, o nel comando delle rocche del duca; i letterati venivano riccamente provveduti di benefici ecclesiastici: finalmente lo stato prosperava, e verun Romagnuolo poteva senza timore figurarsi il ritorno de' piccoli antichi signori[265].

Lodovico de La Tremouille, che doveva avere il comando dell'armata francese, era trattenuto in Parma da una malattia che più non gli acconsentì di aver parte nell'impresa di Napoli. Gli era succeduto nel comando il Marchese di Mantova come luogotenente del re; ma in fatto quasi tutta l'autorità era nelle mani del balivo d'Occan e di Sandricourt, perchè i Francesi sdegnavano di ubbidire ad un principe straniero. Era quest'armata entrata in Toscana per la via di Pontremoli, avanzando lentamente a motivo degli Svizzeri, che di mal animo prendevano parte nelle disastrose spedizioni del regno di Napoli. Finalmente attraversò lo stato di Siena, ed arrivò tra Nepi e l'Isola nell'istante in cui i cardinali stavano per entrare in conclave. Il primo ministro della Francia ed il favorito del re, il cardinale d'Amboise, giugneva nello stesso tempo frettolosamente col cardinale d'Arragona e col cardinale Ascanio Sforza, ai quali aveva renduta la libertà, nella ferma fiducia che i loro suffragj sarebbero regolati dal suo. Appoggiato da tutta la protezione del suo padrone, dalla libertà di valersi a voglia sua de' tesori del re, e di una potente armata, giunta presso le mura di Roma, credeva d'avere in pugno la tiara pontificia, e subordinò alle sue personali viste le negoziazioni del gabinetto, ed i movimenti dell'esercito francese. In particolar modo cercò il duca Valentino, che dicevasi arbitro di tutti i voti de' cardinali spagnuoli; e per guadagnarlo al suo partito non temette di scontentare gli Orsini fin allora affezionati alla Francia. Il Borgia dal canto suo sentì che l'armata francese era a lui più vicina che non quella di Spagna, e che poteva fargli più bene e più male; onde troncò le negoziazioni intavolate con Gonsalvo di Cordova per mezzo dei Colonna, ed il primo di settembre sottoscrisse cogli ambasciatori francesi un nuovo trattato, in forza del quale si obbligava a servire Lodovico XII con tutte le sue forze nella guerra di Napoli; a condizione che quel monarca si rendesse garante degli stati che ancora possedeva, e gli promettesse il suo ajuto per riconquistare i perduti[266]. Gonsalvo di Cordova, quand'ebbe avviso di questo trattato, ordinò a tutti i capitani spagnuoli che militavano nell'armata del Borgia, di abbandonarlo per servire sotto le insegne della Spagna, se non volevano farsi colpevoli di alto tradimento. Quest'ordine privò il duca di Ugo di Moncade, di Girolamo Olorico, di Pietro de Castro, di Diego Chignones, e di altri riputatissimi ufficiali[267].

La cessione dei suffragj de' cardinali dipendenti dalla casa Borgia, non formava un'esplicita condizione del trattato del Valentino, sebbene fosse questo il principale motivo che aveva consigliato il cardinale d'Amboise a sottoscriverlo. Ma questi cardinali, di cui si credevano disponibili i voti, miravano assai più ai futuri loro vantaggi che a mostrarsi riconoscenti de' passati beneficj. Desideravano in particolar modo la propria libertà e quella della loro elezione; perciò non acconsentirono di chiudersi in conclave finchè il cardinale d'Amboise non ebbe promesso che l'armata francese non si avanzerebbe oltre Nepi, e finchè Cesare Borgia non fu partito da Roma con dugento uomini d'armi e trecento cavaleggieri per raggiugnere l'armata[268].

I cardinali non avevano ancora presi fra di loro gli opportuni concerti per procedere ad una definitiva elezione. Giorgio d'Amboise non aveva presso il conclave tutta l'influenza che si era ripromessa, ma sperava di guadagnare col tempo nuovi partigiani; invece i suoi avversarj non dubitavano che non perdesse qualche suffragio tosto che l'armata francese sarebbesi allontanata da Roma: d'altra parte tutti i partiti conoscevano egualmente quanto sarebbe pericolosa cosa per la libertà loro e per l'indipendenza della Chiesa il protrarre il conclave in mezzo a tanti militari movimenti. Tutti adunque convennero di scegliere per papa un cardinale, di cui l'estenuate forze, e la conosciuta infermità facevano prevedere vicina la morte. Fu questi Francesco Piccolomini, nipote di papa Pio II, dal quale era stato fatto arcivescovo di Siena ed in appresso cardinale. Questo decano del sacro collegio, che veniva da tutti risguardato come uomo assai virtuoso, riunì i suffragj di trentasette de' suoi fratelli, su trent'otto che si trovavano in conclave. Fu proclamato il 22 di settembre, e coronato l'8 di ottobre sotto il nome di Pio III[269].