Dopo quest'elezione, l'armata francese, che non aveva più motivo di trattenersi, passò il Tevere e proseguì il suo cammino verso il regno di Napoli: ed il duca Valentino, che sempre era ammalato, e che si era fatto portare in lettica a Nepi, si fece nello stesso modo riportare a Roma, dove si afforzò nel Borgo con dugento cinquanta uomini d'armi, altrettanti cavaleggeri, ed ottocento fanti. Gli Orsini, che sospiravano l'istante di potersi vendicare di lui erano essi pure tornati in città colle loro truppe, e si afforzavano in un altro quartiere. Avevano essi chiamati Gian Paolo Baglioni e Bartolommeo d'Alviano, ed ogni giorno venivano alle mani colla gente del Valentino. Nel momento in cui la guerra andava a ricominciare, trattavano come condottieri per mettersi al soldo dell'una o dell'altra potenza. La loro inclinazione li piegava verso la Francia, e quest'inclinazione veniva accresciuta dalla loro rivalità coi Colonna, che servivano nell'esercito spagnuolo. Ma il cardinale d'Amboise gli aveva vivamente offesi col favore accordato al Valentino: aveva in appresso mercanteggiati i loro servigj, come se non facesse gran conto della loro assistenza, o credesse che per difendersi dai Colonna gli Orsini sarebbero sempre obbligati a porsi anche senza soldo sotto le insegne francesi. Bartolommeo d'Alviano, che aveva lasciato il servigio della repubblica di Venezia per venire a Roma a riunirsi alla sua famiglia, si sentì offeso da questa mancanza di riguardi, e trattò con Gonsalvo di Cordova a nome di tutti gli Orsini, promettendo di condurre ai servigj della Spagna cinquecento uomini d'armi per sessanta mila ducati all'anno. Ma volle in contraccambio che il Gonsalvo promettesse di rimettere i Medici in Firenze dopo finita la guerra[270].

L'ambasciatore di Venezia in Roma si adoperava per questa riconciliazione degli Orsini cogli Spagnuoli, ed aveva prestato agli ultimi il danaro necessario per fare il primo pagamento: in appresso gli ajutò ancora a rappattumarsi coi Colonna, che militavano nella medesima armata. Il Valentino, spaventato da questa coalizione, che suppose diretta contro di lui, volle in allora uscire da Roma. Gian Giordano Orsini non aveva fatto causa comune co' suoi parenti, ed aveva promesso al cardinale di Roano che condurrebbe il Borgia sicuro fino all'armata francese; onde il Borgia si mosse per andare a trovarlo a Bracciano; ma nello stesso tempo Fabio Orsini e Gian Paolo Baglioni avevano attaccata la porta del Torrione e l'avevano bruciata, indi erano entrati nel quartiere del Valentino ed aveano caricati i di lui soldati con forze molto superiori. Quando Cesare Borgia vide che la sua cavalleria cominciava a fuggire, si riparò col principe di Squillace suo fratello ed alcuni cardinali spagnuoli nel palazzo del Vaticano, di dove coll'assenso del papa passò in castel Sant'Angelo. Il comandante del castello era una creatura d'Alessandro VI, e non solo promise di difendere il Borgia contro i suoi nemici, ma ancora di lasciare che si ritirasse qualunque volta lo vorrebbe. Intanto l'armata del duca, inseguita dagli Orsini e dal Baglioni, si dissipò interamente, ed i brillanti sogni dell'ambizioso Borgia si dissiparono coll'armata[271].

Pio III non ingannò l'aspettazione de' cardinali, che avevano calcolato sopra un brevissimo papato; dopo ventisei soli giorni di regno, morì il 18 di ottobre in età di sessantaquattro anni e cinque mesi. Fin da quando era stato eletto aveva in una gamba una piaga che poteva farsi pericolosa; non pertanto si sospettò che fosse stata avvelenata per commissione di Pandolfo Petrucci, tiranno di Siena, che temeva di trovare in lui i risentimenti di un gentiluomo sienese, e quindi nemico dell'ordine dei Nove, col di cui appoggio regnava Pandolfo[272].

Durante il breve regno di Pio III i cardinali avevano prese migliori misure; le diverse fazioni avevano conosciute le proprie forze; e quelle che non isperavano di trionfare, avevano se non altro ottenuto di vendere a più alto prezzo la loro adesione. Giorgio d'Amboise pel primo era stato forzato di conoscere ch'egli non otterrebbe mai più la tiara, ed in conseguenza impiegò i suffragj di cui poteva disporre a favore di quel cardinale che al tempo della spedizione di Carlo VIII si era totalmente dedicato agl'interessi della Francia. Era costui il cardinale di San Pietro ad vincula, Giuliano della Rovere, nipote di Sisto IV, il quale, per vendicarsi di Alessandro VI, suo personale nemico, aveva chiamate le armi de' Francesi in Italia, ed, esigliato da Roma, era quasi sempre vissuto alla corte di Francia. Possedeva questo cardinale immense ricchezze e molti beneficj ecclesiastici de' quali poteva disporre a favore de' suoi partigiani.

Alessandro VI, che lo detestava, aveva contribuito a procacciargli riputazione di sincerità, replicatamente dichiarando di conoscere in lui questa sola virtù in mezzo a vizj senza numero; e Giuliano approfittò dell'universale confidenza che ispirava la sua sincerità per meglio ingannare. Ognuno credeva così implicitamente alla sua parola ed alle sue promesse, che moltissimi amici gli affidarono ogni loro sostanza e tutti i loro beneficj ecclesiastici, ond'egli se ne valesse per comperare partigiani. Il cardinale Ascanio Sforza, conoscendo assai meglio che Giorgio d'Amboise lo spirito ambizioso ed inquieto del La Rovere, vide che questo preteso partigiano della Francia era di tutto il sacro collegio l'uomo più disposto a strappare il ducato di Milano dalle mani de' Francesi per restituirlo alla sua famiglia. Finalmente il Valentino, ridotto in così pericolosa situazione da non poter più seguire le regole della consueta sua politica, prestò facile orecchio alle promesse che aveva costume di sprezzare: suppose o volle supporre che freschi beneficj potrebbero far dimenticare le vecchie ingiurie, e il 29 di ottobre sottoscrisse col La Rovere un compromesso confermato con giuramento, in forza del quale assicurò al cardinale i suffragj di tutti i cardinali spagnuoli, mediante la promessa del gonfalone della Chiesa, della conservazione di tutti i suoi stati, e del matrimonio di sua figlia con Francesco Maria della Rovere, nipote del futuro papa. Con questi varj trattati e con tutte queste pratiche l'elezione di San Pietro ad vincula era così bene concertata, che lo stesso giorno 31 di ottobre in cui i cardinali entrarono in conclave, senza che si avesse avuto il tempo di rinchiuderveli, proclamarono Giuliano della Rovere, che prese il nome di Giulio II[273].

Ben furono necessarie grandi sventure per determinare il Valentino a dare le voci di cui disponeva al suo più antico nemico. Ma in fatti dopo la sconfitta della sua piccola armata intorno al Vaticano, la sua potenza era quasi venuta al nulla. Le città della Romagna, che si erano lusingate del suo ritorno, vedendo caduta la sua fortuna, avevano voluto acquistarsi merito presso gli antichi loro padroni, dandosi spontaneamente nelle loro mani. Cesena era tornata sotto l'immediato dominio della Chiesa: a Imola era stato ucciso il comandante della rocca, e la città era divisa tra i partigiani dei Riarj e quelli della Chiesa. Forlì aveva aperte le porte ad Antonio Ordelaffi, erede della famiglia che aveva regnato in quel piccolo stato prima che se ne impadronisse Girolamo Riario. Giovanni Sforza era rientrato in Pesaro, Pandolfo Malatesta in Rimini, di dove fu ben tosto scacciato da Dionigi Naldo, soldato di Cesare Borgia. Faenza aspettò più lungamente il Valentino che niun'altra città di Romagna; ma all'ultimo, perdendo la speranza di vederlo ricuperare l'antica potenza, si diede a Francesco, figliuolo naturale di Galeotto di Manfredi, il solo erede di una famiglia, della quale tutti i legittimi discendenti erano stati uccisi dal Borgia. Le rocche di tutte queste città non presero parte a queste rivoluzioni e furono fedelmente custodite dai loro capitani a nome del duca Valentino[274].

Ma ormai sembrava che la sorte della Romagna dovesse assai meno dipendere dai voti del popolo, dai mezzi del duca Valentino, o dai maneggi dello stesso papa, che dalle armi della potente repubblica, la quale aveva sempre risguardata questa provincia come più particolarmente sommessa alla sua influenza; la quale già da gran tempo dava pensioni ai suoi piccoli principi, ed aveva pure conquistata qualche città. In primavera di questo stesso anno Venezia aveva sottoscritto il suo trattato di pace coi Turchi; Andrea Gritti, che lo aveva negoziato non era peranco tornato da Costantinopoli, e di già la repubblica faceva sentire a' suoi vicini, che le di lei forze più non erano compresse dal terrore degli Ottomani; che i suoi consiglj più non erano esclusivamente occupati intorno ai costanti progressi degl'infedeli, e che trovavasi nuovamente in istato di farsi rispettare e temere. Giacomo Venieri, che comandava a Ravenna, vi adunava ragguardevoli forze; si procurava intelligenze in Cesena, ed all'ultimo tentò di sorprenderla; ma ne fu respinto. Poco dopo Dionigi Naldo, più non isperando di vedere il duca Valentino, e non si volendo assoggettare ai Manfredi, contro i quali si era precedentemente ribellato, consegnò ai Veneziani le fortezze di Val di Lamone, e persuase il comandante della rocca di Faenza a venderla ai medesimi a prezzo d'oro. Queste due vendite non si trassero però dietro la sommissione della capitale, perchè i suoi abitanti, irritati di vedere che il comandante della rocca ed i contadini di Val di Lamone pretendevano di disporre della sorte loro, si difesero ostinatamente, e fecero in pari tempo domandare ajuto a Giulio II ed ai Fiorentini[275].

Tutti gli altri piccoli principati di Romagna erano simultaneamente attaccati dai Veneziani, ai quali aprirono le porte Forlimpopoli ed altre diverse fortezze. Fano, che volevano sorprendere, si difese; Rimini venne loro volontariamente abbandonato da Pandolfo Malatesta, che loro chiese soltanto in cambio la signoria di Cittadella nello stato di Padova, ed il grado di gentiluomo veneziano[276].