Giulio II, di fresco salito sulla cattedra di san Pietro, non ancora abbastanza conosceva quali erano le sue forze, e non voleva affrettarsi a dispiegarle. Pure non poteva vedere senza sdegno occuparsi dai Veneziani le città dipendenti dalla Chiesa. I vicarj, che le possedevano in addietro, ed il duca Valentino stesso, erano dalla loro debolezza e dai giornalieri loro bisogni ricondotti alla dipendenza della santa sede; ma la repubblica di Venezia, sempre potente e sempre ugualmente formidabile, più non restituiva ciò che una volta aveva preso. Giulio II che ancora non ardiva romperla con lei tentò le vie della persuasione. Spedì il vescovo di Tivoli a Venezia, per lagnarsi degli affronti che il senato gli faceva sul bel principio del suo pontificato, attaccando una città della Chiesa, quando egli aveva sperato di potere far capitale dell'amicizia della repubblica, che d'altronde credeva essersi meritata col suo attaccamento ai di lei interessi quand'era ancora cardinale[277].

I Veneziani erano allora traviati da quella medesima ambizione, che loro aveva fatta accettare la protezione di Pisa, la divisione del ducato di Milano ed i porti del regno di Napoli: cercavano di dilatare il loro dominio in Toscana, in Lombardia, e lungo le coste dell'Adriatico, senza pensare che ogni conquista provocava contro di loro un nuovo nemico; e non li trattenne il timore di aggiugnere agli altri anche il papa. Perciò risposero con vaghe proteste d'amicizia, e coll'offerta di pagare per Faenza lo stesso tributo che pagavano i precedenti vicarj; rappresentavano nello stesso tempo, che da più secoli quella città più non era sotto l'immediato dominio della Chiesa, e promettevano di essere così fedeli vassalli quanto lo erano stato i Manfredi o il duca Valentino. Mentre che in apparenza tenevano questo moderato linguaggio le loro truppe andavano gagliardamente stringendo l'assedio di Faenza: si erano accampate presso la Chiesa dell'osservanza, e cominciavano a battere in breccia le mura della città. I Fiorentini, che in sulle prime avevano mandato a Faenza un piccolo soccorro di dugento uomini, quando non si videro assecondati dal papa non vollero entrar soli in così pericolosa guerra; onde gli assediati abitanti, più non isperando di potersi difendere, capitolarono il 19 di novembre a condizione che i Veneziani corrisponderebbero al giovane Francesco Manfredi una pensione annua di trecento ducati[278].

In allora i Veneziani avevano acquistato in Romagna, oltre i due principati di Faenza e di Rimini, Monte fiore, sant'Arcangelo, Verucchio, Porto Cesenatico e sei altre terre murate. Loro non sarebbe stato difficile di occupare ancora Imola e Forlì, ma si rattennero per non irritare soverchiamente il papa. Il duca Valentino altro omai non possedeva che le rocche di Forlì, Cesena, Forlimpopoli e Bertinoro. Le offrì al papa in deposito, affinchè non venissero in mano dei Veneziani; ma questi, dice il Guicciardini, la di cui sincerità non era peranco affatto corrotta dall'abitudine del potere, le ricusò per non esporsi in appresso alla tentazione di mancare di parola[279].

Giulio II aveva fatte al Valentino onorate accoglienze, mostrando esternamente una sincera riconciliazione; il 3 di novembre gli aveva dato alloggio nel Vaticano, dove il duca era circondato da una quarantina de' suoi ufficiali, e gli andava promettendo che nel primo concistoro lo dichiarerebbe Gonfaloniere della Chiesa[280]. Cesare Borgia, avvezzo alla prosperità, non aveva trovato nel suo spirito le necessarie forze per giudicare le circostanze del suo presente stato. Quest'uomo, che mai non aveva con chicchessia mantenute le sue promesse, dava piena fede alla parola del suo più antico nemico, ed aspettava con intera confidenza il gonfalone della Chiesa, che Giulio II aveva promesso di dargli, protraendo fin dopo tale nomina la sua partenza alla volta della Romagna. Pensava in allora di ragunare alcuni uomini d'armi che lo aspettavano, di attraversare la Toscana, o forse di passare per mare a Genova, di là in Lombardia, indi coll'ajuto de' suoi partigiani soccorrere i castellani che avevano fedelmente custodite le fortezze. Quando il Machiavelli, che in allora trovavasi in legazione a Roma, andò il 5 di novembre a partecipargli l'intrapresa de' Veneziani contro Faenza, il Borgia si alterò contro i Fiorentini, i quali con soli cento uomini d'armi avrebbero potuto, volendolo, salvare tutti i di lui possedimenti. Giurò che non dissiperebbe tra le mani de' banchieri di Genova i danari che gli restavano, i quali ammontavano a più di dugento mila fiorini, per difendere invano una città che stava per perdere; che piuttosto darebbe egli stesso le sue fortezze ai Veneziani per avere la soddisfazione di vederli in appresso attaccare Firenze e ruinarla. Pochi mesi prima tali minacce avrebbero potuto fare una profonda impressione; ma più non si conveniva al Borgia questo modo di parlare; e lo stesso cardinale d'Amboise, che sempre lo proteggeva, e che lo risguardava come un utile alleato della Francia, quando il Machiavelli gli riferì questo discorso, si fece a dire: «Dio mai non lasciò verun peccato impunito, e nemmeno perdonerà quelli di quest'uomo[281]».

Il papa ancora non voleva mancare di parola al Valentino, pure desiderava di sbarazzarsi presto di lui; e sebbene cercasse di approfittare di quell'avanzo di credito che ancora gli restava per difendere la Romagna contro i Veneziani, si rallegrava di vederlo abbandonato da tutti i suoi amici. Egli, non meno che il cardinale d'Amboise, lo aveva incoraggiato a chiedere un salvacondotto ai Fiorentini per mandare la sua piccola armata ai confini della Romagna[282]; ma non ebbe dispiacere che questo salvacondotto gli fosse rifiutato; cercò soltanto di trattenere il duca con fallaci speranze di un accomodamento coi Fiorentini per ridurlo a partire[283].

Finalmente il Valentino si pose in viaggio il 19 di novembre circa la mezza notte con intenzione d'imbarcarsi ad Ostia e di farsi trasportare con quattrocento o cinquecento uomini alla Spezia. Aveva ordinato di trovarsi colà a settecento cavalli, che vi mandava per la strada della Toscana[284]. Era questo precisamente l'istante in cui Faenza, stretta dai Veneziani, stava in procinto di capitolare. Giulio II, spaventato dai loro progressi, si persuase che il solo mezzo di farvi argine fosse quello di farsi rilasciare le fortezze che tuttavia il Valentino possedeva in Romagna. Il duca partendo aveva lasciata la corte di Roma in potere de' suoi nemici, i quali tutti incoraggiavano Giulio II a mancargli di fede, ed anticipatamente facevano plauso al gastigo d'un uomo perfido dal papa detestato. Questi non oppose lunga resistenza alle loro insinuazioni. Fece partire alla volta di Ostia il cardinale di Volterra, fratello del gonfaloniere Pietro Soderini, per domandare al Valentino la consegna di tutte le sue fortezze. I venti contrarj ritardavano la partenza del duca, ed il Volterra lo trovò tuttavia in Ostia il 22 di novembre; ma il Borgia, nell'istante medesimo in cui intraprendeva un viaggio per tentare di riconquistare la Romagna, non poteva rinunciare al suo titolo su quella sovranità, nè alle rocche che ancora vi possedeva, e ricusò di prestarsi all'inchiesta del pontefice. Giulio II, troppo orgoglioso e troppo irascibile per sopportare un rifiuto, fece subito arrestare il Valentino, che rimase prigioniero in faccia ad Ostia sopra una galera francese[285]. Si sparse ben tosto voce che il papa l'aveva fatto gettare nel Tevere. Tutti applaudirono anticipatamente a quest'atto di perfidia, e mostraronsi in seguito dolenti, sentendo che non erasi eseguito[286]. Nello stesso tempo la piccola armata del Valentino, comandata da Michele di Coreglia, era giunta ai confini di Perugia e di Firenze, dove fu attaccata dalla gente di Giovanni Paolo Baglioni, e svaligiata. Don Michele restò prigioniere dei Fiorentini, che cedendo alle calde preghiere del papa glielo consegnarono; e Giulio II si mostrò soddisfattissimo, che gli ultimi mezzi che restavano a colui, al quale aveva promesso di perdonare, fossero finalmente distrutti[287].

Per grande che fosse l'odio che Giulio II nutriva in fondo al cuore contro il Valentino, mai del tutto non dimenticò che gli andava debitore della tiara, e che gli aveva promessa la sua riconoscenza. Lo fece condurre al palazzo del Vaticano, e sempre insistendo per avere un ordine diretto ai suoi castellani, di consegnargli le loro rocche, gli mostrò tali riguardi, che da lui non si aspettavano. E con tali mezzi almeno apparentemente vi riuscì. Il 2 di dicembre il Valentino sottoscrisse l'ordine che gli si chiedeva, e Pietro d'Oviedo, uno de' suoi luogotenenti, incaricato di recarlo, partì alla volta della Romagna, onde farlo eseguire. Dopo ciò il Borgia ebbe maggiore libertà, ed il papa promise di lasciarlo partire per la Francia, tostocchè avesse notizia dell'ingresso delle truppe pontificie nelle rocche della Romagna[288].

Nelli stesso tempo, e quasi in su le porte di Roma una più importante lite decideva del destini dell'Italia ed in qualche modo di quelli dell'Europa. Le due potenti armate dei Francesi e di Gonsalvo di Cordova trovavansi in faccia l'una all'altra su le rive del Garigliano; si aspettava ad ogni istante una battaglia generale, che le continue piogge facevano di giorno in giorno differire; la fortuna tenevasi in bilico, ed in tale stato di ansiosa incertezza, nè il papa, nè i Fiorentini osavano di fare novità. Su gli altri punti la guerra tra le due monarchie non aveva prodotto verun grande avvenimento. L'armata francese che si avanzava a traverso della Guascogna si era tosto dispersa per mancanza di danaro e per l'imprudenza di colui che ne aveva il comando; la flotta, dopo avere minacciate senz'effetto le coste della Catalogna, erasi chiusa nel porto di Marsiglia; l'armata del Rossiglione erasi trattenuta all'assedio di Salses, posto alle falde de' Pirenei, e dopo di avere consumati quaranta giorni sotto quella piazza, che valorosamente si difese, erasi ritirata all'avvicinarsi dell'armata di Spagna comandata dallo stesso re. Frattanto Federico, titolare re di Napoli, cui Lodovico XII e Ferdinando promettevano egualmente di riporre in trono, aveva tra di loro negoziata una tregua di cinque mesi, nella quale non era compresa l'Italia intera; egli dava fede alle loro parole, e non si accorgeva che ambidue i re cercavano di cancellare la vergogna del precedente tradimento, senza rinunciare ai frutti che ne avevano raccolti[289].