Ma l'armata francese, che il cardinale d'Amboise aveva così lungamente tenuta presso di Roma per esercitare maggiore influenza sul sacro collegio, aveva in appresso presa la via di Napoli, sotto gli ordini del marchese di Mantova. Quest'armata, in numero superiore d'assai a quella che poteva opporle il Gonsalvo, era stata abbondantemente provveduta di danaro e di vittovaglie dalla antiveggenza del re; e soltanto la fanteria svizzera, che ne formava una parte essenziale, non era stata scelta con tanta cura come nelle precedenti spedizioni, e perciò era più debole assai di quella che aveva servito nelle precedenti armate. Gli uomini d'armi francesi più non volevano assoggettarsi a verun ordine o disciplina dopo che più non erano comandati da La Tremouille; il loro orgoglio si trovava offeso dell'averla il re assoggettata ad un generale italiano; ed il marchese di Saluzzo, il balivo d'Occan, e Sandricourt, suoi luogotenenti generali, erano poco d'accordo tanto tra di loro quanto col loro capo[290].

In tempo delle affrettate marcie e nel caldo delle battaglie, l'indisciplina francese era difficilmente osservabile; ma diventava particolarmente pericolosa nelle zuffe degli avamposti, e qualunque volta le operazioni si traevano in lungo. Perciò la lenta marcia dell'armata francese a traverso all'Italia, ed il suo lungo soggiorno presso Roma, avevano avuta la più fatale influenza sulle disposizioni de' combattenti. Pure non fu che quando si videro cominciare le piogge dell'autunno, che in quest'anno furono assai più lunghe e più ostinate che all'ordinario, che si potè conoscere quanto la personale ambizione del cardinale d'Amboise, e le sue pratiche per salire sul trono pontificio fossero riuscite pregiudicevoli alla Francia. La campagna aveva cominciato con abbastanza felici auspicj. Il marchese di Saluzzo, dopo avere valorosamente difesa Gaeta cogli avanzi dell'armata che in primavera era stata sconfitta a Cerignole, aveva riconquistato il ducato di Trajetto, e la Contea di Fondi fino alle rive del Garigliano, ed indi aveva raggiunta l'armata del marchese di Mantova tra Pontecorvo e Cepperano.

Gonsalvo di Cordova aveva stabilito il suo quartier generale a san Germano con intenzione di difenderne il passaggio, protetto dalle due fortezze di Rocca-Secca e di Monte Casino. Un capitano spagnuolo, chiamato Vitalba, erasi chiuso in Rocca-Secca, ed avendo valorosamente respinti due assalti dati dall'armata francese, tenne a cagione della sua resistenza sette giorni i Francesi nelle vicinanze di Pontecorvo. Il paese era ruinato, nè bastava a provvederli di vittovaglie, e le continue piogge inondavano i loro quartieri. All'ultimo, dopo avere sofferta la fame e l'umidità, abbandonarono l'assedio di Rocca-Secca, ed il progetto di forzare il passo di san Germano, e ripiegando sulla loro destra a scirocco delle montagne di Fondi, tentarono d'entrare nel regno per la strada che costeggia il mare; e s'inoltrarono così fino alla torre posta al passo del Garigliano, dove credesi che anticamente fosse fabbricata la città di Minturno. La sponda del fiume, più alta dal canto loro che dall'opposta parte, riusciva vantaggiosa per gettare un ponte; e mentre stavano costruendolo si trovavano in un paese amico. Essi possedevano le città di Gaeta, Itri, Fondi e Trajetto, e la loro flotta, padrona del mare, poteva tenerli provveduti di vittovaglie fino alla foce del fiume. Gonsalvo di Cordova, a dir vero, senza lasciarsi scoraggiare da queste sfavorevoli circostanze, venne immediatamente ad occupare l'opposta sponda del Garigliano, ed a contrastare il terreno ai lavoratori francesi; ma questi, coperti dalle loro batterie, il 5 di novembre terminarono il ponte a fronte dell'opposizione del Gonsalvo[291].

Quando ebbero stabilito il loro ponte, i Francesi attraversarono il Garigliano senza incontrare gagliardi ostacoli, e s'impadronirono di alcuni pezzi d'artiglieria abbandonati dagli Spagnuoli sull'opposta riva. Ma il Cordova non si era ritirato che un miglio a dietro, e, tagliando il basso piano alla sinistra del fiume con una profonda fossa, che ben tosto si trovò piena di acqua, aveva innalzato in riva alla medesima assai migliori fortificazioni che non erano quelle che aveva dovute abbandonare al Garigliano. Non potendo i Francesi passare oltre, lasciarono soltanto una guardia avanzata sulla sinistra del Garigliano e tornarono al consueto loro quartiere. Don Pietro de Paz, il più fortunato cavaliere dell'armata spagnuola, sebbene la sua piccola e contraffatta presenza non annunciasse verun vigore nè di animo nè di corpo, tentò di sorprendere il barone di Sandricourt, che aveva il comando della guardia avanzata: egli è senza dubbio a questo attacco che devesi riferire l'impresa alquanto romanzesca che il leale servitore racconta del suo padrone Bajardo, allorchè dice, che questi tutto solo fece testa a dugento cavalli spagnuoli, e difese contro di loro il ponte del Garigliano[292]. Comunque andasse la bisogna, in questa sanguinosissima scaramuccia, Fabio figlio di Paolo Orsini, giovane capitano che degnamente si avanzava sulle orme di suo padre, fu ucciso; i Francesi rimasero padroni del ponte, ma conobbero la necessità di afforzarvisi, onde porsi al coperto dagli attacchi del nemico[293].

Il paese che stendesi al sud-est del Garigliano è pantanoso e quasi deserto; i soldati del Cordova erano perciò ridotti a starvi quasi allo scoperto in mezzo al fango mentre che le continue piogge inondavano il paese. L'opposta riva era più coperta assai di abitazioni e per conseguenza il quartiere de' Francesi assai migliore; ma in cambio i loro corpi sembravano meno proprj a soffrire le intemperie del clima e i loro animi meno tolleranti. Mentre il Gonsalvo riteneva tutte le sue truppe con inalterabile costanza entro un miglio di raggio intorno alla testa del ponte de' Francesi, questi, che avevano le loro truppe sparse fino a Fondi ed Itri ad otto miglia di distanza, sostenevano con pena la pioggia, le privazioni, e le cattive stazioni[294].

Forse un più rischioso e più ubbidito generale, che non era il marchese di Mantova, avrebbe attaccati gli Spagnuoli per uscire da così difficile situazione; forse avrebbe cercato di cambiare il teatro della guerra, e di uscire da que' pantani renduti dalle piogge impraticabili. Ma la sua superiorità stava tutta negli uomini d'armi francesi e nell'artiglieria, mentre che la sua fanteria era di lunga mano inferiore a quella degli Spagnuoli; la sua cavalleria non avrebbe potuto liberamente muoversi nelle inondate pianure al di là del Garigliano, ed i suoi cavalli d'attiraglio non avrebbero potuto trarre dal fango l'artiglieria; altronde se il tempo tornava sereno, questo stesso piano gli offriva il più vantaggioso campo di battaglia per agire contro gli Spagnuoli; ed aveva pochi giorni prima sperimentati gl'inconvenienti della guerra tra le montagne. Quanto più le piogge avevano continuato, tanto più lusingavasi il marchese di Mantova di vederle bentosto terminare. I suoi quartieri erano migliori, le sue truppe meglio alimentate, ricco il suo tesoro, mentre che al Gonsalvo mancava ogni cosa; credeva perciò di poter aspettare più pazientemente che gli Spagnuoli; e pareva dimostrato, che colui che più lungamente sosterrebbe gl'inconvenienti di questa situazione sarebbe vittorioso[295].

Ma i Francesi, tormentati dall'umidità da cui non si potevano salvare, dal deperimento de' loro cavalli, dalle malattie e più di tutto dalla noja, attribuivano ai loro generali tutte le intemperie del clima. Sandricourt accusava il marchese di Mantova di timidità e di lentezza; ed in una numerosa adunanza aveva detto, ch'era ben cosa strana che in tutta la nobiltà francese il re non avesse trovato un solo uomo che sapesse guidarla, invece di assoggettarla ad uno di quegli Italiani, ch'egli additò coll'ingiurioso epiteto dato abitualmente dai soldati a tutta la nazione. Questo motto così offensivo pel Gonzaga venne applaudito da tutti i Francesi. Il marchese di Mantova più non otteneva ubbidienza nè regolarità di servizio; i commissarj dei viveri, credendosi tutto permesso sotto un capo così poco rispettato, rubavano al soldato con impudenza e lo lasciavano esposto a tutti i bisogni. Il marchese di Mantova, più nulla sperando da un'armata da cui non poteva farsi temere, sentendo offeso l'onor suo, e non volendo addossarsi la responsabilità de' funesti avvenimenti che prevedeva, colse il pretesto di una leggiera febbre quartana, che lo travagliava, per abbandonare il 1.º di dicembre il comando dell'armata e ritirarsi ne' suoi stati[296].

Le piogge, le nevi, i perversi tempi continuavano sempre con una costanza che non pareva doversi supporre nel clima della Campania felice. L'armata francese si andava indebolendo per le malattie e per le diserzioni; molti cavalieri, molti soldati, che tollerare non sapevano tanti patimenti e tanto ozio, si allontanavano dal campo con congedo, o senza; ed i ladronecci dei commissarj de' viveri andavano raddoppiando le privazioni di coloro che restavano al campo. Gonsalvo di Cordova, sebbene la sua situazione sembrasse ancora peggiore, aveva saputo farla dimenticare ai suoi soldati colla confidenza che loro aveva inspirata; altronde egli aveva ricevuti i rinforzi condottigli da Bartolommeo d'Alviano con tutti gli Orsini, mentre che Giampaolo Baglioni, che nella stessa epoca si era posto al soldo de' Francesi, mai non aveva loro condotta la sua compagnia. Il Gonsalvo contava nel suo esercito novecento uomini d'armi, mille cavaleggeri e novemila fanti spagnuoli. Con queste forze si dispose finalmente ad offrire la battaglia invece di aspettare che i Francesi lo attaccassero; e dopo essere rimasto cinquanta giorni nello stesso luogo in faccia al nemico, incaricò Bartolommeo d'Alviano di gettare durante la notte un ponte di barche a Sugio quattro miglia al di sopra del campo francese.

Il ponte degli Spagnuoli si fece senza incontrare opposizione nella notte del 27 di dicembre, e Bartolommeo d'Alviano occupò il villaggio di Sugio. Ne fu però subito portato l'avviso al quartier generale de' Francesi; ed Ivone d'Allegre tentò invano con un impetuoso attacco di cacciare l'Alviano al di là del fiume, mentre che la cavalleria francese, sparsa in tutto il vicino paese, adunavasi tumultuariamente intorno al marchese di Saluzzo. Questi non tardò ad avvedersi che il Gonsalvo aveva passato il fiume sul ponte dell'Alviano col suo corpo di battaglia, e che una retroguardia, lasciata in faccia ai Francesi, attaccava la testa del loro ponte. Vedendo di non potersi mantenere nella sua posizione, nè difendere lungamente il passaggio del fiume colla poca gente che aveva ragunata, abbandonò prima che facesse giorno la torre del Garigliano per ripiegare sopra Gaeta dopo di avere rotto il ponte, lasciando nel suo campo nove grossi pezzi d'artiglieria, la maggior parte delle munizioni e moltissimi soldati ammalati o feriti[297].

Il Gonsalvo, avvisato della ritirata dei Francesi, mandò loro dietro Prospero Colonna, per ritardare la loro marcia. I Francesi camminavano in buon ordine, avevano mandata innanzi l'artiglieria, cui teneva dietro la fanteria, ed in coda stava la cavalleria, che quasi sempre era alle mani col nemico che la inseguiva. Tenevano con quest'ordine la strada lungo la riva del mare, facendo alto a tutti i ponti, a tutti i passi angusti per dar tempo all'armata di sfilare. Ma la retroguardia di Gonsalvo, lasciata alla torre del Garigliano, avendo raggiunte le barche che i Francesi avevano abbandonate alla corrente dopo tagliato il ponte di battelli, rifece ben tosto questo ponte; passò immediatamente il fiume, prendendo via più retta verso il Molo di Gaeta, e trovossi ben tosto in sul fianco ed ancora più avanzata dei Francesi. L'armata degli ultimi, giunta al ponte che trovasi a poca distanza di Molo, si fermò di nuovo per dar tempo di sfilare all'artiglieria, che cominciava a cagionare del disordine sulla strada. La zuffa fu ostinata; ma vedendo i Francesi che alcuni corpi spagnuoli li soverchiavano di fianco, essi abbandonarono la loro posizione con qualche disordine, e quando giunsero al bivio delle due strade, una delle quali conduce ad Itri l'altra a Gaeta, si posero apertamente in fuga. La loro artiglieria e tutti gli equipaggi vennero in potere dei vincitori; molti Francesi rimasero sul campo di battaglia, altri in assai maggior numero, coloro cioè che si erano dispersi per le campagne, o che, alloggiati a qualche distanza dall'armata, non avevano potuto raggiugnerla, furono spogliati dai contadini e fatti prigionieri; i più fortunati si salvarono in Gaeta, e furono inseguiti fino ai piedi delle mura[298].