Pietro de' Medici, che seguiva il campo francese, erasi imbarcato sul Garigliano con quattro pezzi d'artiglieria che sperava di condurre a Gaeta; ma una folla di fuggiaschi gettandosi nella sua barca la travolsero, ed il Medici si annegò con tutti quelli che si trovavano a bordo[299].

Gonsalvo di Cordova si acquartierò quella notte a Castellone ed a Molo; ed all'indomani, avvicinandosi a Gaeta, occupò senza difficoltà i borghi e la Montagna d'Orlando, che i Francesi nella confusione cagionata dalla loro sconfitta non avevano pensato a porre in istato di difesa. Essi avevano in città assai più gente che non abbisognava per sostenere un lungo assedio, ed essendo libero il mare, non potevano temere che loro mancassero le vittovaglie. Ma la loro costanza era venuta meno; ad altro non pensavano che a tornare subito in Francia e domandarono immediatamente di capitolare. Convennero che il d'Aubignì e tutti gli altri loro prigionieri sarebbero posti in libertà senza taglia, e potrebbero ritirarsi in Francia con tutti i loro effetti; ed il primo giorno di gennajo del 1504 consegnarono la fortezza di Gaeta a Gonsalvo di Cordova. La loro capitolazione era stata fatta con così poca precisione, oppure l'uomo con cui trattavano aveva così poca buona fede, che gli Spagnuoli non vollero comprendere i baroni napolitani tra i prigionieri che si era convenuto di porre in libertà; e Andrea Matteo Acquaviva, Alfonso ed Onorato di Sanseverino, furono gettati in un fondo di torre in Castel nuovo di Napoli. Del resto i Francesi, ai quali il Gonsalvo diede la libertà non furono quasi più fortunati. La maggior parte di coloro che partirono da Gaeta perirono per istrada di freddo, di miseria, e delle malattie che contratte avevano ne' cinquanta giorni di accampamento in mezzo al fango. Alcuni giunsero in Francia, tra i quali il marchese di Saluzzo, Sandricourt ed il balivo di Bissì; ma la morte gli aspettava al loro arrivo. Di tutta quella fiorente armata, che la Tremouille aveva condotta in Italia, e che sembrava bastante a condurre a fine in pochi mesi la conquista del regno di Napoli, quasi non sopravanzò alcun uomo in istato di servire ancora la patria, sebbene pochissimi fossero periti sotto il ferro de' nemici[300].

La sconfitta del Garigliano coprì la Francia di lutto; immerse Lodovico XII nel più profondo dolore; decise la sorte del regno di Napoli, e fece temere che il restante dell'Italia non cadesse in pochi giorni in mano agli Spagnuoli. I Francesi più non avevano forze in Lombardia; i loro soldati, disgustati delle guerre d'Italia, ricusavano di passare le Alpi; ed i Fiorentini, i soli alleati che avesse il re, non erano in istato di far testa a tutti i suoi nemici. Pure contro l'universale aspettazione questa sconfitta fu seguita da un riposo generale. Gonsalvo di Cordova, che il re Cattolico aveva lasciato senza danaro, doveva alle sue truppe più di un anno di soldi arretrati; non poteva senza pagarle tentare di condurle nell'alta Italia; e per soddisfarle, fu ridotto ad alloggiarle a discrezione nelle provincie del regno di Napoli, ove le loro ruberie ed i loro oltraggi terminarono di ruinare gl'infelici abitanti.

Lodovico d'Ars, capitano francese, mantenevasi solo nel regno di Napoli: dopo la sconfitta di Cerignole occupava sempre Venosa, Troja e Sanseverino. Il Cordova ristrinse le sue imprese a cacciarlo da quelle città; e Lodovico d'Ars, dopo di averle valorosamente difese, sdegnò di capitolare, e si aprì la strada colla lancia sulla coscia per ricondurre i suoi uomini d'armi in Francia[301].

Giulio II, allegando per pretesto gl'imbarazzi della sua situazione mentre saliva sul trono, seppe mantenersi neutrale tra la Francia e la Spagna, sebbene tutti i suoi voti fossero per i Francesi; di modo che la disfatta del Garigliano non lo compromise personalmente col vincitore. La sua condotta verso i Francesi non cambiò a seconda de' rovesci che avevano provati; egli soccorse generosamente tutti gli sventurati che attraversarono lo stato della Chiesa. La sua politica limitavasi interamente a difendere la Romagna contro i Veneziani, e sebbene più non potesse per quest'oggetto valersi dell'appoggio della Francia, non si ostinava perciò meno a stringere il Valentino perchè gli cedesse le sue fortezze. Pietro d'Oviedo era stato mandato con un ordine del Borgia per consegnarle al papa; ma quando era entrato nella rocca di Cesena, Diego di Chignones, che ne teneva il comando, lo aveva fatto appiccare, dichiarando di risguardare come un traditore colui che assumevasi il carico di eseguire ordini così pregiudicevoli al suo padrone, quando ben sapeva che gli erano stati estorti a forza, e mentre stava in prigione[302].

Quest'atto di rigore riuscì vantaggioso a Cesare Borgia, il quale l'aveva forse segretamente ordinato. Vedendo Giulio II che la violenza riusciva inutile, acconsentì a consegnare il suo prigioniero nella fortezza d'Ostia a Bernardino Carvajale cardinale spagnuolo. Questi si obbligò a porlo in libertà all'istante che le rocche di Cesena, Bertinoro e Forlì sarebbero consegnate al pontefice, ed inoltre sottoscrisse una polizza di quindici mila ducati per guarenzia della sua promessa. In allora Cesare Borgia diede ai suoi luogotenenti ordini senza restrizioni, e colla ferma volontà che si eseguissero. Frattanto sospirava l'istante di uscire dalle mani del papa, e fece segretamente chiedere a Gonsalvo di Cordova un asilo, che questi gli promise mandandogli un salvacondotto. Poco dopo il cardinale Carvajale ebbe avviso che le rocche della Romagna erano state consegnate alle genti del papa, e senza aspettare gli ordini di Giulio II, di cui egli diffidava non senza ragione, il 19 di aprile del 1504, pose il duca Valentino in libertà[303].

Cesare Borgia, caduto da così alte speranze, ed altro non conservando della passata sua fortuna che il danaro che aveva deposto presso i banchieri di Genova, si riputava ancora felice d'avere ricuperata la libertà; s'imbarcò a Nettuno sopra una felucca, che lo trasportò a Mondragone, di dove passò per terra a Napoli. Il Cordova lo accolse con tutte le dimostrazioni di affetto e di rispetto, che avrebbe potuto prodigare ai più grandi personaggi. Cominciò subito a trattare con lui intorno agli affari d'Italia, ed in particolare rispetto al progetto del Valentino di gettarsi in Pisa. Gli promise per quest'impresa sei galere e gli diede licenza di assoldar gente nel regno. Non pertanto scrisse a Ferdinando il cattolico per sapere quale condotta doveva tenere col Borgia, e quand'ebbe ricevuti i suoi ordini lo fece arrestare il giorno 26 o 27 di maggio nell'atto che usciva da una conferenza, nella quale gli aveva rinnovate le proteste della più perfetta confidenza, e del più vivo affetto, e dopo averlo più volte abbracciato. Le fece trasportare sopra una galera, dove non gli lasciò che un solo paggio per servirlo, e lo fece immediatamente partire per la Spagna. Quest'uomo, colpevole di tanti tradimenti, e vittima a vicenda di non meno neri tradimenti, fu gettato al suo arrivo nella fortezza di Medina del Campo, che Ferdinando il Cattolico, dal Valentino non offeso giammai, destinava a servirgli di sepolcro[304].

Alcun tempo prima della caduta di questo principe, che aveva così lungamente turbata l'Italia colla sua ambizione e co' suoi delitti, si seppe che le negoziazioni tra il re di Francia e di Spagna, che si erano sempre continuate anche nel tempo in cui la guerra pareva più viva, avevano prodotta una tregua sottoscritta il 31 di marzo del 1504, nella quale era compresa l'Italia come tutti gli altri loro stati. Questa tregua doveva durare tre anni, e ciascuno contraente aveva tempo tre mesi a nominare i suoi confederati ed a farveli comprendere. Soltanto le fortezze che Lodovico d'Ars teneva ancora a nome della Francia nel regno di Napoli, non furono comprese; ma questo capitano, avendo perduta ogni speranza di difenderle, non tardò ad evacuarle. Il restante dell'Italia si riposò con timore, non potendo darsi a credere che la tregua, segnata all'abbazia di nostra signora della Misericordia, ponesse fine a così violenti nimicizie, e non vedendo nella divisione degli stati, che aveva stabilita la forza, una bilancia di potere che lungamente mantenere potesse la tranquillità[305].