CAPITOLO CIII.
Riposo e servitù dell'Italia; piccole guerre in Romagna ed in Toscana; Giulio II sottomette alla Chiesa le città di Perugia e di Bologna.
1504 = 1506.
La tregua, conchiusa tra i re di Francia e di Spagna in febbrajo del 1504, aveva restituito il riposo all'Italia, poichè que' due potenti monarchi potevano dopo tale epoca decidere a posta loro della sorte della penisola, ed i piccoli stati italiani, oramai subordinati alla politica oltremontana, aspettavano la licenza dai loro alleati per prendere o per deporre le armi. Per quanto umiliante, triste e precaria fosse cotal pace, fu dai popoli ricevuta con gioja, perchè renduta necessaria dal loro spossamento e dalla stanchezza dei sovrani. Per ragunare nuove forze di cui valersi in altre guerre, essi abbisognavano di tempo, e bisognava inoltre alcun tempo perchè si potessero dimenticare i funesti mali della guerra, e perchè si osasse ricorrere a questo terribile ma passaggero rimedio de' mali permanenti. I primi mesi di pace ritornano alle forze vitali di una nazione l'azione loro lungamente sospesa: l'agricoltura, le manifatture, il commercio rigermogliano spontaneamente, il potere passa dai comandanti militari ai magistrati ed ai tribunali civili, il di cui giogo sembra più leggiero. Se tuttavia soffresi ancora qualche vessazione, si risguarda come necessaria conseguenza dello stato di guerra di cui si esce, e non di quello in cui si entra; il ritorno delle abitudini lungamente sospese rammenta ad ogni uomo la sua infanzia, la sua gioventù o più felici tempi. Si crede di entrare in una nuova epoca di prosperità; e, l'immaginazione oltrepassando gli stessi confini del possibile, il popolo chiede alla pace la restituzione di tuttociò che gli rapì la guerra; vuole che si realizzino tutti i suoi sogni e tutte le sue non meno fantastiche rimembranze. Intanto scorrono i mesi, e l'età matura più non trova i piaceri della giovinezza; le ricchezze, dissipate dalla guerra, non rinascono all'istante; le imposte, che la guerra rendette più pesanti, non vengono soppresse, mentre che gli abusi della pace risorgono assai più rapidamente che le utili istituzioni. I potenti lasciano trapelare i loro disegni d'usurpazione, e la cabala va acquistando favore ed importanza; la forza, che dovrebb'essere protettrice, diventa ostile per la società, ed il popolo finalmente, sentendo diventare le sue catene sempre più pesanti, desidera nuovamente di romperle col mezzo della guerra, per quanto ella sia terribile e dolorosa.
Veruno stato d'Italia aveva ottenuto colla tregua, nè poteva sperare che si negoziasse in tempo di pace, ciò che senza dubbio era stato lo scopo de' suoi desiderj prima che si cominciassero le ostilità: ciò era un governo conforme agl'interessi del popolo. Il regno di Napoli, perduta la sua indipendenza, era suddito di straniera nazione e governato da un vicerè; il ducato di Milano aveva parimenti perduta l'indipendenza ed i suoi antichi sovrani. Gli Spagnuoli non erano più amati nel mezzodì dell'Italia, che i Francesi nella parte settentrionale della medesima. Gli uni e gli altri offendevano egualmente la nazione sommessa co' loro barbari costumi, coll'insolenza, col disprezzo. I malcontenti, che nel 1494 avevano ardentemente desiderata una rivoluzione, ed ajutate le armi che dovevano eseguirla, in verun luogo non avevano ottenuta una riforma che li compensasse di tutti i loro patimenti. Intanto le loro forze erano esauste, cadute in fondo le loro speranze, ed essi si accomodavano sotto una tirannia peggiore di quella che avevano cercato di distruggere, onde acquistare a così caro prezzo qualche intervallo di riposo.
La repubblica di Venezia non si era immischiata quasi niente in una guerra che pel corso di dieci anni aveva guastata tutta l'Italia; erasi sottratta alle calamità, e la prosperità del suo territorio eccitava l'invidia de' vicini popoli, che avevano veduto saccheggiare le loro città, e guastare le loro campagne. In questi dieci anni aveva Venezia acquistato il Cremonese nel ducato di Milano, tre o quattro fortezze della Puglia, e due piccoli stati in Romagna, ma le sue perdite nella Morea e nella Dalmazia non erano forse minori degli acquisti fatti in Italia. In mezzo alle importanti rivoluzioni che si erano operate in questi dieci anni, pareva che così piccole conquiste non avessero tanto valore da eccitare vivamente la gelosia degli altri stati; ma i Veneziani erano soli felici in mezzo ad una nazione afflitta, e gli altri Italiani non sapevano perdonar loro di non essere stati partecipi de' mali comuni. Il papa non pensava che ad eccitare contro di loro gli oltremontani, dai quali avrebbe piuttosto dovuto cercare di liberare l'Italia; i Fiorentini, che avevano avuto motivo di dolersi dei Veneziani, desideravano la loro ruina, ed il Machiavelli, lo stesso accorto Machiavelli, trovandosi in legazione presso la corte di Francia, soffiava il fuoco della vendetta, e si rallegrava, vedendo Massimiliano, Lodovico XII e Ferdinando, proporre di già la divisione degli stati di quella repubblica, che sola poteva conservare l'indipendenza d'Italia[306].
Giulio II erasi proposto di richiamare, in tempo del suo pontificato, sotto il diretto dominio della santa sede tutti i feudi da lei dipendenti; egli attaccava il suo onore alla felice riuscita di questo disegno, e la impazienza e l'irascibilità del suo carattere gli facevano risguardare come una imperdonabile offesa l'opposizione che vi avevano fatta i Veneziani. Ad ogni modo, perchè non aveva ancora avuto il tempo di ammassare un tesoro, di adunare truppe e di fortificarsi con alleanze, non adoperava per sottomettere la Romagna che il timore che incuteva il conosciuto suo impetuoso carattere. Le rocche di Cesena e di Bertinoro gli erano state consegnate dai luogotenenti di Cesare Borgia, mentre questi stava ancora in Ostia; quella di Forlì non gli era stata data che dopo il ritorno de' messaggi che quel castellano aveva spediti al Borgia a Napoli. Siccome questi riferirono che il duca era stato mandato prigioniero in Ispagna, il castellano vendette per quindici mila ducati una rocca, che non aveva più motivo di difendere[307]. Raffaello Riario di Savona, cardinale del titolo di san Giorgio, persuase gli abitanti d'Imola a dare la loro città al papa, sperando poi che questi ne cederebbe la sovranità ad Ottaviano Riario, spogliatone da Cesare Borgia. Ma, sebbene Ottaviano fosse parente di Giulio Il, il papa non volle arricchirlo a spese della Chiesa. Desso fu però meno scrupoloso rispetto ad un suo parente, Francesco Maria della Rovere, figlio di suo fratello; poichè non solo ristabilì questi nelle signorie di Mondovì e di Sinigaglia, e nell'ereditario ufficio di prefetto di Roma, ma persuase ancora Guid'Ubaldo di Montefeltro, che non aveva figliuoli, ad adottarlo come figlio di sua sorella ed a chiamarlo alla successione del ducato di Urbino. Giulio II ratificò quest'adozione colla sua bolla del 10 di maggio 1504, nella quale determinò l'annuo censo del ducato d'Urbino a favore della camera apostolica in 1340 fiorini, come gli avevano di già annualmente pagati i conti di Montefeltro[308].
Verso lo stesso tempo Antonio degli Ordelaffi morì a Forlì. Lodovico, suo fratello naturale, che gli successe, sentendosi troppo debole per sostenere quel piccolo principato, volle venderlo ai Veneziani; ma la repubblica non ardì esporsi alla collera del pontefice, e rifiutò di farne l'acquisto. Lodovico fu allora costretto a fuggire, e Forlì aprì le sue porte alle truppe pontificie[309].