Giovanni Sforza, signore di Pesaro, sposò in sul finire dello stesso anno la figlia di Matteo Tiepolo, uno dei più potenti cittadini di Venezia, sperando con tal mezzo di guadagnarsi la protezione della repubblica, mentre che l'influenza del cardinale Ascanio Sforza, suo parente, ritraeva Giulio II dal pensiero di attaccarlo[310]. Il papa riclamava sempre dai Veneziani la restituzione dei piccoli principati che avevano acquistati in Romagna; li faceva alternativamente minacciare dal re di Francia e dall'imperatore Massimiliano; Giulio inspirava a questi principi il suo odio contro i Veneziani, e gettava di già con loro i fondamenti di quella lega che poco dopo si vide formata contro la repubblica. I Veneziani tentarono di placare il papa, offrendogli la restituzione di tuttociò che avevano acquistato in Romagna, ad eccezione di Faenza e del suo territorio, purchè la santa sede li riconoscesse come suoi vicarj in quel piccolo principato, ricevendo da loro lo stesso tributo che pagavano i Manfredi: ma Giulio II sdegnosamente rispose che non voleva lasciar loro una sola torre di tuttociò che avevano usurpato, e che aveva ferma speranza di ritor loro ancora Ravenna e Cervia, sulle quali non avevano più fondati titoli che sul rimanente, sebbene le possedessero da più gran tempo[311]. Aveva fin allora rifiutato di ricevere i loro ambasciatori, che poi accolse in principio del susseguente anno; ma i Veneziani per ottenere questa grazia, che non fu accompagnata da veruna promessa, gli restituirono una decina di fortezze ne' territorj di Cesena, d'Imola e di Forlì; dopo di che le due parti rimasero in pace per alcuni anni, senza che i rispettivi diritti venissero meglio discussi[312].

La Toscana non aveva ricuperata la pace in forza della tregua tra i re di Francia e di Spagna; e le contese delle sue repubbliche erano state risguardate come indipendenti dalle grandi contese che avevano fin allora travagliata l'Italia. Da che i Pisani avevano scosso il giogo de' Fiorentini, mai non avevano cessato di combattere per difesa della loro libertà. Firenze aveva provate diverse violenti rivoluzioni, si era più volte veduta esposta ai più grandi pericoli, ed aveva potuto temere per la propria indipendenza, senza avere mai pensato a fare la pace con coloro ch'ella risguardava come sudditi ribelli, e non liberi cittadini. Dall'altro canto Pisa, doppiamente esausta da ottantasette anni di schiavitù, e da dieci anni di sanguinosa distruggitrice guerra, Pisa, che aveva perduto il commercio e la maggior parte della sua popolazione, e che vedeva ogni anno guastati i suoi campi, si assoggettava a tutte le privazioni, offriva di darsi a vicenda a tutti i principi stranieri, piuttosto che tornare sotto l'abborrito giogo de' Fiorentini. In tempo delle grandi spedizioni de' Francesi e degli Spagnuoli la guerra di Pisa non era mai stata interrotta, e solo trattavasi alquanto più lentamente; ma tosto che si posavano le armi nelle altre parti d'Italia, trovavasi sempre nello stesso stato, e sempre minacciava di riaccendere l'incendio generale che con tanta fatica si era potuto spegnere.

Il re di Francia aveva nominati i Fiorentini tra i suoi alleati nel trattato di tregua col re di Spagna, il quale non aveva nominati i Pisani; ma si sapeva che Gonsalvo di Cordova li favoreggiava, e che aveva determinato di valersi di loro per assoggettare la Toscana al suo padrone. I Fiorentini, avendo determinato di spingere vigorosamente i loro attacchi, spedirono un ambasciatore al Cordova per accertarsi della sua neutralità[313]. In pari tempo assoldarono Gian Paolo Baglioni, Marc'Antonio Colonna, i Savelli, ed alcuni altri condottieri; e dando il comando della piccola loro armata ad Ercole Bentivoglio, aprirono la campagna il giorno 25 di maggio[314]. Le forze loro non bastavano ad assediare così vasta città com'era Pisa, e perchè i Pisani non osavano di tenersi in campagna, non vi fu tra di loro verun fatto d'importanza: ma il Bentivoglio guastò tutto il territorio fin sotto alle mura della città e costrinse il castellano di Librafratta ad arrendersi a discrezione[315].

Antonio Giacomini Tebalducci, commissario de' Fiorentini presso l'armata, irritato dal vedere che i Lucchesi mai non cessavano di mandare soccorsi ai Pisani, fece pure due scorrerie nel loro territorio, esportandone molto bestiame e diversi prigionieri. Gli sventurati contadini di Pisa, dopo avere perdute le loro messi, avevano seminato grano turco e miglio ne' loro campi; ma l'armata fiorentina tornò in agosto nello stato pisano per distruggere anche questa estrema speranza della tarda stagione. Nello stesso tempo i Fiorentini presero al loro soldo don Dimas di Requesens, partigiano del re Federigo di Napoli, che lo aveva seguito in Francia, e che, avendo alle vicende della sua passata fortuna sottratte tre galere, serviva con queste chiunque voleva adoperarlo. Requesens in tutto il corso dell'estate diede la caccia alle piccole navi pisane che uscivano dall'Arno; ma il 5 di novembre fu sorpreso nel golfo di Rapallo da un colpo di vento così gagliardo che lo fece perire colle sue tre galere[316].

Alcuni ingegneri fiorentini proposero alla signoria di deviare il corso dell'Arno cinque miglia sopra Pisa, onde privare in tal modo la città delle acque che formavano la sua salubrità, e lasciarla aperta ne' luoghi in cui entra ed esce il fiume. Era già fatta la livellazione, e gl'ingegneri assicuravano che tutta l'opera non richiedeva che trentacinque in quaranta mila giornate di operaj. Infatti cominciarono ad innalzare una diga alla Fagiana, che doveva tagliare il vecchio letto del fiume, mentre che si aprivano due nuovi canali di venti e di trenta braccia di larghezza e sette braccia profondi per condurre le acque al mare[317]. Ma la forza e l'impeto dei fiumi quasi mai non rispetta i calcoli degl'ingegneri: eransi di già impiegate ottanta mila giornate d'operai, ed il lavoro non era ancora fatto per metà, quando una di quelle violenti piogge che gonfiano tutt'ad un tratto i fiumi d'Italia[318], rovesciò la diga, colmò i lavori, e fece rinunciare per sempre a così ardito progetto. Per altro le acque già deviate dal loro alveo eransi sparse nel piano di Pisa, riducendo que' campi, prima così fertili, in pantani, ed accrescendo l'insalubrità dell'aria[319].

I Pisani, che vedevano ogni giorno diminuire i loro mezzi, offrirono ai Genovesi di porsi sotto il loro dominio, per avere in tal modo anche la protezione del re di Francia. Lodovico XII partecipò queste offerte a Nicolò Valori ed al Machiavelli, ch'erano inviati della repubblica fiorentina presso di lui, dicendo loro che, s'egli acquistava la signoria di Pisa, non tarderebbe a darne loro il possesso. Ma i Fiorentini cercarono di sconsigliarlo da questo trattato; ed egli stesso, dopo avere maturato l'affare, ordinò ai Genovesi di rompere le negoziazioni, temendo che, autorizzandoli a fare delle conquiste, e rendendo loro le abitudini repubblicane, non venisse ad accrescere in loro il desiderio di tornare in libertà[320].

Il primario oggetto della tregua stipulata tra Lodovico XII ed i re di Spagna era quello di agevolare fra di loro un trattato di pace. Effettivamente le due corti mai non avevano cessato di negoziare, e Ferdinando il cattolico, vergognandosi della parte che aveva rappresentato nello spogliare suo cugino del regno di Napoli, o piuttosto spaventato dal giudizio che tutta l'Europa aveva pronunciato intorno a tanta perfidia, proponeva in queste negoziazioni di rimettere in trono Federico. Aveva pure ottenuto di far credere a questo principe ch'egli pensava di buona fede a rendergli ciò che gli aveva tolto; e Lodovico XII, che aveva perduta la speranza di ricuperare il regno di Napoli, avrebbe di buon grado acconsentito a questo accomodamento; voleva soltanto ottenere una perfetta amnistia ai baroni napolitani che si erano per lui dichiarati. Ma nello stesso tempo aveva preso parte in un'altra negoziazione con Massimiliano e il di lui figliuolo l'arciduca Filippo, sovrano delle Fiandre. Trattavasi con loro di far rivivere il trattato di Lione, di effettuare il matrimonio di Carlo, figlio dell'arciduca, con madama Claudia di Francia e di dare per dote a questa principessa i diritti che suo padre pretendeva di avere sopra Napoli. Credeva Lodovico XII di ravvisare nella lentezza di Ferdinando e d'Isabella a sottoscrivere il loro trattato una segreta intenzione di attraversare quello del loro genero Filippo, di cui erano gelosi; e che quando fosse abbandonata questa negoziazione, essi ancora romperebbero la loro. Perciò in una pubblica udienza congedò gli ambasciatori della Spagna, aspramente loro rinfacciando la mala fede de' loro padroni. In appresso, il 22 settembre del 1504, sottoscrisse a Blois tre diversi trattati con Massimiliano e Filippo, che in allora per anticipazione prese il titolo di re di Castiglia: col primo Massimiliano accordava a Lodovico l'investitura del ducato di Milano, per lui e i di lui eredi maschi, ed in mancanza loro a Claudia di lui figlia, colla riserva, di un pagamento di cento venti mila fiorini, metà da sborsarsi all'atto e metà nel termine di sei mesi, e dell'annua presentazione, nel giorno di Natale, di un pajo di speroni d'oro a titolo di omaggio. Col secondo Claudia di Francia veniva promessa a Carlo d'Austria, e se Carlo moriva prima del matrimonio, al di lui fratello Ferdinando col ducato di Milano per dote. Col terzo la Francia ed il re de' Romani si collegavano contro Venezia con obbligo di attaccare di comune accordo quella repubblica e di dividere i suoi stati di terra ferma. Si accordavano quattro mesi al re di Spagna per accedere a questo trattato[321].

Federigo d'Arragona, che fin allora si era lusingato di rimontare sul paterno trono in conseguenza della concordia dei due re, morì a Tours il 9 di settembre del 1504 pochi dì prima che fossero sottoscritti questi trattati[322], ed il 26 di novembre dello stesso anno morì pure, dopo una lunga e penosa malattia, Isabella di Castiglia, che col suo matrimonio con Ferdinando aveva riunite le due corone di Spagna e fatta così potente quella nuova monarchia. L'unica sua figlia Giovanna e suo genero, l'arciduca Filippo, avrebbero dovuto alla di lei morte succedere immediatamente alla corona di Castiglia; ma Isabella aveva adottata la diffidenza concepita da suo marito verso suo genero, e conservandola fino alla morte aveva nominato con suo testamento Ferdinando d'Arragona governatore del regno di Castiglia, ed aveva voluto che suo genero Filippo gli fosse subordinato[323].