Finalmente il 25 di gennajo del susseguente anno 1505 anche l'Italia perdette un principe che in mezzo alle violenti rivoluzioni che l'avevano squarciata aveva conservata l'opinione di accorto negoziatore e di buon amministratore. Ercole d'Este, che fino dal 20 agosto del 1471 regnava sopra Ferrara, Modena e Reggio, morì in matura vecchiaja, lasciando tre figli legittimi. Gli successe Alfonso, sposo di Lugrezia Borgia, il quale, mandato da suo padre nelle corti d'Europa per imparare a conoscerle, trovavasi allora in Inghilterra; suo fratello Ferdinando era rimasto in Ferrara, ed Ippolito era stato nominato cardinale da Alessandro VI nel 1493. Ercole lasciava inoltre un figlio naturale, chiamato Giulio. Avendo dovuto suo malgrado prendere parte nelle guerre di Sisto IV, aveva in quell'epoca veduti i suoi ducati guastati da potenti nemici; ma dopo tale epoca aveva trovato il modo di conservarsi in pace, anche ne' tempi in cui veruna parte d'Italia aveva potuto sottrarsi alle disgrazie della guerra. Le sue relazioni con Lodovico il Moro, di cui era suocero, coi Veneziani che conservavano contro di lui molto odio, coi Francesi diventati suoi vicini in forza delle loro conquiste, non gli fecero mai vestire verun altro carattere che quello di mediatore e di pacificatore. La sua corte diventò l'asilo dei letterati, e Ferrara, da lui arricchita di magnifici edificj, fu quasi nuovamente rifatta sotto il di lui regno[324].

Se il re Ferdinando d'Arragona aveva cercata la pace colla Francia ne' tempi in cui la sua unione con Isabella metteva a sua disposizione tutte le forze della Spagna, aveva ancora maggior ragione di desiderarla dopo la morte di quella regina, onde conservare il regno di Napoli, sua conquista, e potere, senz'essere distratto da altre cure, pensare come mantenere sopra la Castiglia un'autorità, che cominciava a vedere contrastata. Dal canto suo Lodovico XII vedeva di mal animo che Massimiliano non avesse per anco ratificato il trattato di Blois e temeva che la naturale versatilità di quel monarca, non rovesciasse di bel nuovo i fondamenti sui quali aveva creduto di stabilire la pace. Finalmente Massimiliano e Filippo si recarono ad Haguenau, che avevano di fresco tolto al conte Palatino cui facevano guerra; non tardò a raggiugnerli il cardinale di Amboise, ed il 4 di aprile ottenne da loro la ratifica dei trattati di Blois: nel susseguente giorno in nome di Lodovico XII prestò fede ed omaggio pel milanese a Massimiliano, ottenne l'investitura di quel ducato, e pagò i primi sessanta mila fiorini promessi al re de' Romani. Il secondo pagamento doveva farsi quando il monarca entrerebbe in Italia per cominciare la guerra contro i Veneziani: ma Massimiliano dichiarò subito che non era apparecchiato a cominciare in quell'anno le ostilità[325].

Lodovico XII, che non aveva verun giusto motivo di odio contro i Veneziani e veruna ragione di attaccare quella repubblica, fuorchè l'opinione, abbastanza radicata tra i re, che un paese non soggetto a verun monarca rimane a discrezione del primo occupante, poteva senza alcuno inconveniente differire l'esecuzione de' suoi ambiziosi progetti. Egli non voleva cominciare la guerra senza il concorso di Massimiliano, e non vedeva senza gelosia la crescente grandezza di quel monarca e di suo figliuolo Filippo; perciò affrettossi di rinnovare le negoziazioni proposte da Ferdinando il cattolico, ed il 12 di ottobre sottoscrisse con lui a Blois un nuovo trattato di pace e di alleanza. Perdendo ogni speranza di mai più ricuperare il regno di Napoli, cedeva in dote alla figlia di sua sorella, Germana di Foix, che Ferdinando doveva sposare, i diritti che gli dava sopra una porzione del regno di Napoli il trattato di Granata del 1500. Egli non si riservava il diritto di rientrarvi se non nel caso che Ferdinando premorisse senza prole alla nuova sua sposa, e rinunciava ai titoli di re di Napoli e di Gerusalemme. Dal canto suo Ferdinando si obbligava a rimborsare entro dieci anni settecento mila fiorini al re di Francia per le spese della guerra, a riconoscere trecento mila fiorini di dote a Germana di Foix, ad ajutare Gastone di Foix, suo fratello, nella conquista del regno di Navarra sul quale voleva far valere i suoi diritti, e ad accordare una generale amnistia a tutti i baroni napolitani che avevano seguito il partito francese. Fu pure convenuto in questo trattato che Isabella di Baux, vedova di Federico re di Napoli, sarebbe rimandata dalla Francia, e che soggiornerebbe presso di suo figlio in Ispagna; ma Isabella non seppe risolversi a porsi tra le mani di un monarca, che aveva imparato a conoscere da una serie di tradimenti; e, costretta a lasciare la Francia, preferì di ritirarsi a Ferrara, dove antiche parentele gli davano diritto alla compassione ed all'assistenza[326].

Per tal modo essendosi con nuovi trattati raffermata la pace tra le esterne potenze che disponevano dell'Italia, più non restava nella penisola che la guerra de' Fiorentini e de' Pisani, che si andava protraendo d'anno in anno. Pareva che i primi desiderare non potessero più favorevoli circostanze per trionfare finalmente del loro avversarj; ma da dieci anni in poi avevano sempre sofferto qualche rovescio ogni volta che i loro nemici sembravano privi di qualunque soccorso. Luca Savelli, loro generale, dopo di avere guastato il piano di Pisa con quattrocento cavalli e cinquecento fanti, volle vittovagliare Librafratta. Veniva da Cascina, ed avendo di già passato il ponte Capellese sull'Osori, teneva con molte bestie da soma cariche la strada alquanto angusta tra quel fiume e la montagna di Pisa, allorchè il 25 di marzo venne così bruscamente attaccato da Tarlatino, generale dei Pisani, che, sebbene questi non avesse che quindici uomini d'armi, quaranta cavalleggeri e sessanta pedoni, tutta la colonna del Savelli fu sgominata. Dessa non potendosi ordinare alla difesa a cagione delle bestie da soma con cui trovavasi frammischiata, prese vergognosamente la fuga ed abbandonò cento venti cavalli di guerra, cento bestie da soma cariche, ed un numero di prigionieri che superava quello de' vincitori[327].

Questa scaramuccia rialzò il coraggio de' Pisani, e rendette i Fiorentini non meno diffidenti de' loro soldati che dei loro generali; ma questo fatto non decideva della sorte della campagna. I Fiorentini non lasciarono di distruggere le messi nel piano di Pisa siccome avevano fatto nel precedente anno; pagarono il suo soldo a Gian Paolo Baglioni, che aveva con loro una convenzione, pregandolo di venire a raggiugnere la loro armata. Ma il Baglioni dichiarò di non potere in quell'anno abbandonare Perugia dove pretendeva di dover temere le pratiche di segreti nemici. Il Machiavelli, spedito dalla signoria presso di lui l'8 di aprile onde dicifrare i motivi del suo rifiuto, pensò che fosse d'accordo cogli Orsini, con Pandolfo Petrucci e coi Lucchesi, tutti nemici di Firenze, per privare all'improvviso la repubblica di una ragguardevole parte della sua cavalleria, ponendola in tal modo nell'impossibilità di distruggere quest'anno i raccolti dei Pisani[328].

Infatti gli Orsini, sempre alleati dei Medici, non avevano rinunciato al progetto di ricondurre quella famiglia colla forza delle armi a Firenze, e di riporla nell'antico suo dominio. Pandolfo Petrucci senz'essere alleato dei Medici desiderava che ricuperassero la loro sovranità, affinchè la repubblica di Siena, da lui dispoticamente governata, non avesse alle sue porte l'esempio della libertà; lo stesso motivo moveva pure Gian Paolo Baglioni, che aveva usurpati i diritti della repubblica di Perugia; erano ambidue segretamente spalleggiati ed incoraggiati da Gonsalvo di Cordova. Questo generale aspettava l'istante di poter cacciare i Francesi dall'Italia; e con ragione risguardava i Fiorentini come i loro più fedeli partigiani. Aveva creduto di trovare opportuna occasione di tentare una rivoluzione, facendo uso del nome del cardinale Ascanio Sforza sempre caro ai popoli di Lombardia. Lodovico XII, gravemente infermo di pleuritide, era stato da' suoi medici posto fuori di speranza di guarigione, ed in Italia si era pure sparsa la voce della di lui morte. Tutto sembrava presagire generali convulsioni, e gli Spagnuoli non aspettavano che la sicura notizia della morte del re per rompere la tregua e proclamare Ascanio duca di Milano. Ma contro l'universale aspettazione non si tardò a sapere la guarigione di Lodovico XII, e la quasi subita morte del cardinale Ascanio accaduta in Roma il 18 di maggio, dove era stato attaccato dalla peste[329].

Trovandosi così rovesciati i progetti degli Spagnuoli sopra la Lombardia, parte delle truppe destinate ad eseguirli cominciarono a minacciare la Toscana. Bartolommeo d'Alviano, che le aveva ragunate nello stato di Roma, s'infingeva corucciato con il Cordova; e ne aveva approfittato per giovare al livore degli Orsini che continuavano a vantarsi capi di parte guelfa contro i Colonna e contro tutti coloro cui davano il nome di Ghibellini. In Orvieto, in Rieti, in Città di Castello, avevano avuto luogo odiose carnificine sotto la protezione di quella piccola armata, che contava trecento uomini d'armi e cinquecento fanti di ventura. Ma dessa entrava in un paese in cui tutti i piccoli principi facevano il mestiere di condottieri ed erano uniti per la stessa causa; onde in pochi giorni potev'essere ingrossata dai soldati di coloro cui era stata utile nell'esecuzione delle loro vendette[330].

Bartolommeo d'Alviano, che conduceva quest'armata d'avventurieri, senza riconoscere le insegne di verun sovrano, non cercava pure di nascondere la sua intenzione di attaccare Firenze per rimettervi i Medici. Contava di trovare Firenze sprovveduta, abbandonata da Gian Paolo Baglioni, ingannata dal marchese di Mantova, che l'aveva lungo tempo nudrita di vane speranze di porsi al di lei soldo, ed aombrata dai movimenti di Gonsalvo di Cordova che aveva posta guarnigione spagnuola in Piombino[331]. Pandolfo Petrucci, signore di Siena, aveva voluto approfittare dell'imbarazzo de' Fiorentini, ed aveva offerto al Machiavelli, inviato presso di lui, di disperdere l'armata dell'Alviano, purchè la repubblica rinunciasse in suo favore ai diritti che aveva sopra Montepulciano[332]. Ma i Fiorentini non vollero accordare tanta confidenza ad un tiranno, loro segreto nemico. Preferirono di approfittare dell'amorevolezza di Prospero Colonna, che in allora serviva la Spagna, e che per la nimicizia che portava agli Orsini desiderava che andasse a male l'intrapresa dell'Alviano: rinunciarono al guasto delle messi dei Pisani; fecero inoltre verbalmente dire a Gonsalvo di Cordova che per quell'anno non avrebbero molestata Pisa, ed in cambio ottennero dal vicerè spagnuolo la promessa di non ajutare Bartolommeo d'Alviano[333].