L'Alviano si andava sempre avanzando, e dopo d'avere minacciati i Fiorentini ora dalla banda del littorale, ora da quella di Val di Chiana, il 1.º di luglio del 1505 entrò nella Maremma di Volterra, nel luogo detto le Macchie, in vicinanza di Campiglia, con intenzione di prendere la strada di Pisa[334]. Ma l'Alviano, il di cui coraggio confinava colla temerità, trovavasi associato a persone troppo caute, la di cui astuzia e riguardi spesso si accostavano alla perfidia. Pandolfo Petrucci gli aveva prestato danaro per assoldare pedoni nello stesso tempo che negoziava contro di lui coi Fiorentini. Gian Paolo Baglioni gli aveva promesso di raggiugnerlo colla sua compagnia d'uomini d'armi. Chiappino Vitelli doveva condurgli le truppe di Città di Castello, ed essere posti dovevano sotto i suoi ordini gli Spagnuoli sbarcati a Piombino. Tenendosi sicuro di questi ajuti l'Alviano si era avanzato solo fino ai confini di Campiglia; ma colà ricevette ordine da Gonsalvo di lasciare la sua intrapresa; i Pisani gli fecero dire che in forza di un ordine del Gonsalvo non potevano riceverlo nella loro città; le truppe del Petrucci e del Baglioni, adunate a Grosseto rifiutarono di raggiugnerlo, finchè con qualche primo fatto non avesse loro fatto conoscere ciò che potevano sperare dalla sua intrapresa. E per tal modo l'irrisoluzione o la dissimulazione de' suoi alleati gli fecero consumare molte settimane nelle Maremme, e diedero tempo alla repubblica fiorentina di ragunare cinquecento cinquanta uomini d'armi e trecento cavaleggeri. Il comando di tali forze fu dato ad Ercole Bentivoglio ed al commissario Antonio Giacomini Tebalducci, il solo Fiorentino che conoscesse l'arte della guerra[335].
L'armata della repubblica era di già superiore a quella dell'Alviano; ma il governo, siccome voleva la sua timida politica, aveva ordinato ai suoi capitani di non attaccare, nè di porsi in posizione in cui poter essere attaccati. Pure l'impetuosità dell'Alviano offrì loro quell'occasione di combattere che i magistrati loro ricusavano. Questo generale vedeva ogni giorno andar crescendo le difficoltà della sua situazione in un paese malsano e spopolato, onde pensò di aprirsi una strada per arrivare a Pisa. Il Bentivoglio si era accampato sulle alture in distanza di mezzo miglio da Campiglia, e l'Alviano doveva passare costeggiando il mare di fianco a quelle colline. Il terreno era tutto coperto di piante, che agevolavano ai Fiorentini il modo di nascondere i loro movimenti ai nemici in luoghi di cui conoscevano tutte le sinuosità. Quando l'Alviano la mattina dei 27 agosto si fu innoltrato fino alla torre di san Vincenzo, posta in riva al mare al di sopra di Castagneto, si trovò tutt'ad un tratto attaccato alla testa ed alla coda; e malgrado la più vigorosa resistenza, malgrado gli sforzi di valore coronati momentaneamente da felici risultamenti, fu all'ultimo compiutamente sconfitto. Egli si salvò con altri nove nello stato di Siena; Chiappino Vitelli, press'a poco con altrettanti cavalieri, arrivò a Pisa; tutti gli altri furono uccisi o fatti prigionieri. Mille cavalli di guerra ed un maggior numero ancora di cavalli di equipaggio vennero in potere dei vincitori con un grandissimo bottino, che quell'armata aveva raccolto col saccheggio de' paesi attraversati[336].
I generali fiorentini, che avevano ottenuta questa vittoria, scrissero subito al governo per ottenere la licenza di approfittarne attaccando Pisa. Rappresentavano che questa città era atterrita, che i Sienesi ed i Lucchesi, che l'avevano in addietro difesa, erano scoraggiati, finalmente che Pandolfo Petrucci offriva di prendere parte in questa spedizione per avere pace colla repubblica. Per lo contrario altri volevano che l'armata vittoriosa, che di già si trovava ai confini di Siena, ne approfittasse per vendicarsi dello stesso Petrucci, per iscacciarlo, se possibile fosse, dalla signoria, e per impadronirsi almeno di alcune terre del Sienese, che in appresso si potrebbero cedere in cambio di Monte Pulciano. Opponevano all'attacco di Pisa quella specie di convenzione fatta con Gonsalvo di Cordova per l'intromissione di Prospero Colonna; trovavano pericoloso il chiamare truppe spagnuole in Toscana, e pericoloso egualmente l'esporre l'armata alle malattie che producevano sempre le piogge e l'infetto aere del piano di Pisa. Il gonfaloniere perpetuo, Pietro Soderini, spalleggiava gagliardamente il primo progetto, ed approfittando dell'entusiasmo eccitato dalla vittoria portò al gran consiglio la proposizione di porre alle voci cento mila fiorini per la guerra. Quest'adunanza del popolo avendo il 19 di agosto data la sua sanzione alla proposizione del gonfaloniere, l'attacco di Pisa fu deciso.[337]
L'armata vittoriosa si acquartierò a san Casciano, cinque miglia distante da Pisa, finchè le giugnesse l'artiglieria d'assedio. I dieci della guerra avevano da principio avuto intenzione di farle guastare lo stato di Lucca per punire i Lucchesi de' continui soccorsi mandati a Pisa in danno de' Fiorentini[338]. Ma i generali temevano che si perdesse troppo tempo, ed essendo loro arrivati undici cannoni d'assedio e sei mila fanti di nuove leve, andarono a porre le loro batterie verso san Francesco presso alla porta a Calci, nello stesso luogo in cui nell'ultimo attacco avevano anche i Francesi poste le loro. Il fuoco cominciò il 7 di settembre alle undici della mattina. All'indomani alle tre circa dopo mezzodì era di già aperta una breccia di circa sessanta piedi di larghezza, onde i generali fiorentini disposero le loro truppe all'assalto. Ma mentre che le milizie pisane si schierarono intrepidamente sulla breccia, quelle de' fiorentini, formate di contadini che mai non avevano veduto il fuoco, mostravansi irrisolute e vili. Tre colonnelli cercarono uno dopo l'altro di fare scendere i loro soldati nella fossa, e sempre inutilmente. Ognuno di loro conduceva mille fanti; e altri sette mila restavano ancora nel campo; pure non si volle venire alla prova anche di questi per non compromettere la riputazione di tutta l'armata; e fu invece determinato di fare un'altra breccia tale che la grandezza dell'apertura non lasciasse veruna speranza ai difensori, nè verun pretesto alla viltà degli assalitori[339].
Infatti, avendo il fuoco continuato altri tre giorni, furono dalle artiglierie atterrate cento trentasei braccia di mura a breve distanza dalla precedente breccia. La mattina del 13 i generali fiorentini vollero dare l'assalto; ma tanta era la viltà della fanteria che doveva adoperarsi in questo genere di attacco, che il colonnello eletto dalla sorte per dare l'assalto ricusò di farlo, senza che nè le preghiere, nè le minacce di Ercole Bentivoglio e di Antonio Giacomini valessero a risvegliare nel suo cuore il sentimento dell'onore. Si fecero istanze agli altri nove di sottentrare nel posto di quel vile, e tutti egualmente rifiutarono. I loro soldati protestarono pure più apertamente di non voler salire sulla breccia, ed alcuni si lasciarono uccidere dai loro ufficiali piuttosto che andare avanti. All'ultimo l'armata coperta d'indelebile vergogna, tornò ai suoi alloggiamenti senza avere tentato un attacco. Intanto si ebbe avviso, che i trecento spagnuoli della guarnigione di Piombino erano entrati in Pisa; ed i generali fiorentini, temendo che ne giugnessero degli altri, sentirono la necessità di levare l'assedio. Il 14 di settembre a mezzodì ritirarono l'artiglieria, trasportando il campo a Ripoli, lontano undici miglia da Pisa, dove fu licenziata la fanteria, e la cavalleria mandata ai quartieri d'inverno[340]. I Pisani, riprendendo coraggio, verso la metà di ottobre spinsero le loro scorrerie fino nella Lunigiana, mentre entrarono in Pisa mille cinquecento soldati spagnuoli. Ma siccome più non abbisognavano per difendere la piazza, si rimbarcarono dopo pochi giorni, e continuarono il loro cammino per passare da Napoli in Ispagna[341].
Oltre la guerra di Pisa la storia particolare d'Italia non offre quest'anno che un solo tragico avvenimento, cui servì di teatro la corte di Ferrara. Il cardinale Ippolito d'Este, fratello del duca regnante Alfonso, era perdutamente innamorato di una donna, sua parente, che nello stesso tempo veniva corteggiata da don Giulio d'Este, fratello naturale d'Ippolito. Rinfacciata la signora dal cardinale della preferenza che accordava al di lui rivale, se ne scusò col linguaggio degli amanti, incolpandone il potere de' begli occhi di don Giulio. Il cardinale furibondo, avendo saputo che suo fratello si trovava alla caccia, andò a sorprenderlo in campagna, lo fece smontare da cavallo, e gli fece dai suoi scudieri strappare quegli occhi che avevano in lui risvegliata tanta gelosia. Ma sebbene il cardinale fosse presente a così atroce fatto, pare che si eseguisse incompletamente, e che don Giulio non perdesse interamente la vista[342].
Questo delitto non procacciò al di lui autore nè gastigo, nè veruna pubblica dimostrazione di malcontento per parte del principe. Alfonso abbandonavasi alternativamente ai suoi piaceri ed alla sua inclinazione per le cose della meccanica. Consumava molta parte del giorno in una officina di tornitore dove faceva con sufficiente intelligenza varj lavori in legno; poscia talvolta con un gusto più degno di un principe fondeva cannoni di bronzo. Ammetteva nell'intima sua confidenza i buffoni, le persone facete, ed ancora qualche poeta; ma pareva che poco si occupasse delle cose del governo, onde dai suoi sudditi veniva riputato poco degno del trono. Una smisurata ambizione ingrandiva questi difetti agli occhi del suo secondo fratello, don Ferdinando, ed un ardente desiderio di vendetta animava l'infelice don Giulio; ed ambidue cercavano compagni per rovesciare il governo. Il conte Albertino Boschetti di Modena e Gherardo Roberti, cittadino Ferrarese, si unirono a loro, allettati dalla promessa d'avere le prime magistrature sotto un nuovo governo. Cercavano insieme i mezzi di disfarsi del principe; don Giulio voleva assalire Alfonso ed Ippolito col ferro e col veleno, ma Ferdinando, che non covava lo stesso odio, avrebbe voluto farsi principe senza sagrificare i fratelli. Altronde era difficile l'attaccarli ambidue ad un tratto, non usando essi di trovarsi assieme che in occasione di grandi cerimonie, ed in allora erano circondati da grossa guardia. Mal non mangiavano alla stessa mensa. Alfonso colla piacevole sua compagnia pranzava di buon'ora; Ippolito per lo contrario colla pompa e colla squisitezza di un prelato protraeva i suoi banchetti fin oltre la mezza notte.
I congiurati, aspettando di cogliere una favorevole occasione, non avevano ancora fatto verun tentativo, sebbene il cantante Gianni, complice della congiura, fosse stato più volte ricevuto nella conversazione del principe, e trattato con tanta famigliarità che lo aveva legato colle proprie mani nei giuochi che facevano assieme. Ma Ippolito più diffidente, e non dimentico della passata sua crudeltà, teneva sempre aperti gli occhi sopra don Giulio; all'ultimo in luglio del 1506 sorprese il segreto della congiura. Don Giulio ebbe tempo di fuggire a Mantova, ma dal marchese Giovan Francesco II Gonzaga fu consegnato ad Alfonso. Il cantante Gianni era pure fuggito, ma fa consegnato dal papa. Col mezzo della tortura si ebbero dai prevenuti nuovi lumi intorno alla congiura di cui erano accusati. Il Boschetti, Roberti e Gianni furono condannati a pena capitale; Ferdinando e don Giulio, condannati allo stesso supplicio, ottennero grazia quand'erano di già condotti sul patibolo, e fu commutata la loro pena in una perpetua prigionia. Ferdinando morì in carcere nel 1540, Giulio ottenne la libertà nel 1559 dopo cinquantatre anni di prigionia[343].