La casa d'Este era in allora la principale protettrice dei letterati; la maggior parte dei dotti, degli storici, dei poeti cercavano di piacere ad Alfonso, e questi crudeli avvenimenti furono travisati ne' loro racconti, o quasi affatto soppressi. Il Giovio schiva di dare verun biasimo al cardinale Ippolito, che colla sua barbarie era stato cagione de' traviamenti de' suoi fratelli. Giovan Battista Giraldi ne' suoi commentarj della storia di Ferrara dissimula gli avvenimenti, e l'Ariosto introducendo i due sventurati fratelli tra le ombre presentate a Bradamante non volle in loro ravvisare che una luminosa prova della clemenza di Alfonso[344]. Siamo giunti ad un'età in cui gli stessi incoraggiamenti dati ai letterati chiamarono i principi ad occuparsi assai più della storia, e gli storici ad essere molto più adulatori; la veracità ne sentì detrimento, e le loro narrazioni non meritano sempre intera fede.
L'Italia, perdendo la direzione de' proprj affari, trovavasi sempre più dipendente dalla politica degli estranei, e dopo che il re di Spagna fu nello stesso tempo re di Napoli, e quello di Francia duca di Milano, le negoziazioni che trattavansi oltre l'Alpi decidevano frequentemente dei destini di una nazione, che più non si governava da sè medesima. Perciò di quest'epoca tutti gli occhi in Italia erano volti verso la Spagna, ove l'arciduca Filippo, diventato re di Castiglia per la morte d'Isabella, si era recato per mare colla consorte, col secondo suo figlio Ferdinando e con una grossa armata. Egli non aveva voluto accomodarsi al testamento d'Isabella, che conoscendo il debole spirito di sua figliuola Giovanna l'aveva assoggettata alla tutela del padre, piuttosto che a quella del marito. Questi aveva intimato a Ferdinando di cedergli l'amministrazione del suo regno di Castiglia; e vedendolo inclinato a nuocergli a segno di voler privare dell'eredità la propria figlia, pel qual motivo principalmente si era determinato a sposare Germana di Foix, Filippo ordinò ai suoi ambasciatori di sottoscrivere a Salamanca il 24 di novembre del 1505 con Ferdinando un trattato che altro scopo non aveva che quello di addormentarlo in una fallace sicurezza; indi salpò in gennajo dai porti delle Fiandre[345].
Una burrasca aveva gettato Filippo sulle coste dell'Inghilterra, ed Enrico VII per fare cosa grata al vecchio Ferdinando avea ritenuto tre mesi il giovane principe nella sua Isola, prima di permettergli che s'imbarcasse. Finalmente egli arrivò a Biscaglia, e vi fu ricevuto con eguale entusiasmo dalla nobiltà e dal popolo, cui Ferdinando non era caro. Abbandonato da' suoi medesimi cortigiani, e non si sentendo abbastanza forte per misurarsi con suo genero, il vecchio re acconsentì il 27 giugno del 1506 ad un nuovo trattato, col quale rinunciò all'amministrazione della Castiglia, riservandosi soltanto finchè vivesse la metà delle entrate dei nuovi acquisti d'America, la carica di gran maestro dei tre ordini di san Giacomo di Compostella, di Alcantara e di Calatrava, venticinque mila ducati di rendita, e l'esclusivo possesso del regno di Napoli. A tali condizioni abbandonò la Castiglia, e promise di non più tornarvi[346].
Ferdinando, umiliato di trovarsi ingannato da un politico assai più giovane e meno destro di lui, e di essere stato abbandonato dai suoi cortigiani e dai sudditi, preferiva di non vedere il trionfo di suo genero in Ispagna. S'imbarco dunque a Barcellona il 4 di settembre con intenzione di visitare i suoi nuovi sudditi del regno di Napoli, e di sistemare l'amministrazione de' paesi da lui conquistati. La sua gelosia verso Gonsalvo di Cordova era pure uno de' motivi che lo chiamavano in Italia. Gonsalvo, onnipotente a Napoli, amato dal soldato, e riverito dagl'Italiani, poteva a voglia sua o riservare questo regno pel re di Castiglia di cui era suddito naturale, o farsene padrone egli stesso. Di già richiamato da Ferdinando, erasi scusato sotto varj pretesti dall'ubbidire, onde sembrava che la sola presenza del monarca potesse sospendere l'autorità del suo orgoglioso vicerè[347].
I più potenti sovrani dell'Europa parevano apparecchiati a visitare tutti nello stesso tempo l'Italia: Massimiliano, che non aveva che il titolo d'imperatore eletto, perchè non aveva dalle mani del papa ricevuta la corona imperiale, mostravasi oltre modo voglioso di venire a prenderla a Roma, onde potere in appresso ridurre gli elettori a nominare suo figliuolo re de' Romani; aveva di già spediti ambasciatori in Italia per annunciare la vicina sua venuta, e chiedere alle terre dell'Impero la sovvenzione di pratica per la coronazione degl'imperatori; ne aveva altri mandati a Lodovico XII per invitarlo a mettere in cammino le cinquecento lance, che il re aveva promesse per tale occasione, per chiedere che gli emigrati milanesi venissero rimessi nel possedimento de' loro beni, e che fossegli anticipato il pagamento dei sessanta mila ducati dovutigli dalla Francia. Lodovico XII non mostrossi renitente che rispetto a questa anticipazione: rispose colle espressioni della più sincera amicizia, attestando il suo vivo desiderio di conservare la buona armonia fra i due stati. Per altro non poteva vedere senza una estrema diffidenza la crescente grandezza della casa d'Austria; temeva la nomina di un re de' Romani per le stesse ragioni che la facevano desiderare a Massimiliano; e per impedire che questi scendesse in Italia, si adoperava celatamente presso gli Svizzeri e presso i Veneziani, ed in segreto soccorreva il duca di Gueldria, allora in guerra con Filippo[348].
Omai Lodovico XII erasi sciolto dalla clausola principale del trattato di Blois, quella che risguardava il matrimonio di sua figlia con Carlo d'Austria. Si fece presentare delle rimostranze contro l'unione di questa principessa con uno straniero da tutti gli stati e da tutte le corti sovrane del suo regno, e mostrando in appresso di cedere alla violenza che si faceva fare, la promise in isposa al duca d'Angoleme, suo presuntivo erede[349]. Dall'altro canto Massimiliano, informato della malattia di Uladislao, re di Polonia e di Ungheria, ed aspirando alla corona di quest'ultimo regno, che gli era stata guarentita da una convenzione con tutti i magnati ungari, non voleva trovarsi lontano da' suoi stati, qualora Uladislao morisse, e rinviò ad un altro anno i suoi disegni sull'Italia[350].
Di quest'epoca Giulio II, di cui si erano più volte notati i vasti progetti e l'impetuoso e turbolente carattere quando non era che cardinale, nulla peranco aveva fatto dopo avere conseguito il papato che giustificasse l'universale aspettazione. Si era più volte lasciato uscire di bocca di voler purgare lo stato della Chiesa da tutti i tiranni, che se lo erano diviso; di voler ritirare dalle mani de' Veneziani anche la più piccola torre che possedessero nella Romagna; pure nè i tiranni dello stato della Chiesa, nè i Veneziani venivano da lui molestati. Ma Giulio voleva che i suoi disegni avessero intera esecuzione, e perciò gli andava cautamente maturando. Egli accumulava danaro con una economia che non erasi fin allora osservata nel suo carattere; voleva nello stesso tempo combinare gli sforzi di tutte le potenze d'Europa contro Venezia, prima di rompere apertamente con quella repubblica. Aveva da principio trovati grandemente inclinati Lodovico XII, Massimiliano e Ferdinando alla divisione loro proposta, e di già in uno de' trattati di Blois eransi gettate le basi dell'alleanza che venne in appresso stipulata a Cambrai. Ma Lodovico XII, ammaestrato intorno ai suoi veri interessi dalla gelosia che gli dava Massimiliano, sentiva allora quanto imprudente cosa fosse il distruggere la sola potenza che chiudeva alla casa d'Austria la porta d'Italia; perciò erasi ravvicinato ai Veneziani, e col mezzo loro sperava d'impedire che Massimiliano andasse a prendere a Roma la corona dell'impero. Si accontentava adunque di dare buone parole a Giulio II; era liberale promettitore, perchè sperava che mai non giugnerebbe il momento di dare esecuzione alle sue promesse; e per la nomina dei due cardinali d'Aix e di Bayeux, che aveva ottenuto dal papa, assumeva con lui obbligazioni contrarie ai suoi trattati con altre potenze, ed ai suoi proprj progetti[351].
Giulio II sentiva la necessità di sospendere il suo attacco contro Venezia; ma perchè non voleva più oltre languire nell'inazione, a mezza estate risolse di ricondurre sotto il diretto dominio della Santa Sede le due più potenti sue città, Bologna e Perugia, che da gran tempo ubbidivano a principi indipendenti. Invece di accertare la riuscita di quest'intrapresa con negoziati che avrebbero potuto ritardarne l'esecuzione, troncò le difficoltà col tuono autorevole con cui parlò e coll'impeto proprio del suo carattere. Per riuscire contro Bologna aveva bisogno de' soccorsi della Francia e della neutralità de' Veneziani; intimò a Lodovico XII di mandargli soldati, ed ai Veneziani di non muoversi. Nè il re, nè la repubblica, presi all'impensata, vollero romperla con un papa di cui temevano la collera, e si prestarono forzatamente a' suoi voleri, contro la propria persuasione[352].
Lodovico XII aveva solennemente preso sotto la sua protezione Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, ed aveva quello stesso interesse a mantenerlo nella sua sovranità che avevano avuto tutti i suoi predecessori i duchi di Milano. Altronde l'istante sembravagli particolarmente pericoloso per acconsentire che si facessero movimenti di veruna sorte in Italia: imperciocchè aveva saputo che Massimiliano erasi procurata una nuova convenzione col re d'Ungheria in conferma della precedente, e che, trovandosi nuovamente in libertà di passare in Italia, aveva indirettamente fatta offrire la sua alleanza ai Veneziani, loro proponendo di attaccare simultaneamente la Francia, e di dividere tra di loro il ducato di Milano.[353]. Vero è che il cardinale d'Aix aveva portata al papa una commissione sottoscritta dal re, e comunicata all'ambasciatore fiorentino, colla quale Lodovico esortava Giulio II ad attaccare il Bentivoglio, promettendogli perciò potenti soccorsi[354]. Ma questa altro non era che una di quelle astuzie con cui i capi del governo hanno così frequentemente compromesso l'onore e la buona fede della nazione francese. Lodovico XII, per dissuadere il papa da ciò che temeva, gli consigliava ciò che non lo credeva disposto di fare; e quando seppe che Giulio II, determinato di attaccare Bologna, erasi dato vanto in pieno concistoro di essere sicuro degli ajuti della Francia, de' Fiorentini e delle altre potenze d'Italia, soggiunse con amara ironia, che per certo in quel giorno il santo padre aveva meglio pranzato che gli altri giorni, alludendo all'ubbriachezza di cui davasi generalmente colpa a Giulio II[355].
Ad ogni modo Giulio II era partito da Roma il 27 di agosto del 1506, accompagnato da ventiquattro cardinali, ed alla testa di quattrocento uomini d'armi[356]. Prese lentamente la strada di Perugia, per dar tempo ai Francesi di prestarsi ai suoi inviti. Gian Paolo Baglioni viveva in allora pubblicamente in una incestuosa relazione con sua sorella, dalla quale aveva avuti dei figli; aveva usurpato la sovrana autorità di Perugia, facendo uccidere molti suoi cugini e nipoti. Egli aveva confiscati i beni di coloro ch'erano fuggiti per sottrarsi alla sua tirannide, e quasi tutti i proscritti si trovavano presso l'armata pontificia. La maniera con cui aveva ingannati i Francesi, prendendo il loro denaro prima della battaglia del Garigliano per entrare al loro servigio, ed in appresso mancando a' suoi obblighi, aveva eccitato il risentimento di Lodovico XII; ed anche i Fiorentini, da lui ingannati nel precedente anno, vedevano con piacere la sua ruina. Ma il Baglioni, che teneva a' suoi ordini cento uomini d'armi e cento cinquanta cavaleggeri, e ch'era padrone della più forte città degli stati della Chiesa, di una città i di cui abitanti erano i più bellicosi, poteva per qualche tempo resistere colle proprie forze[357].