Pure preferì di ricorrere alla protezione de' potenti amici ch'egli aveva nel sacro collegio ed alla corte del papa. Il duca d'Urbino e tutti coloro che avevano qualche feudo della Chiesa erano inquieti e sconfortati vedendo che il papa si faceva a spogliare i più potenti della loro classe; onde cercavano di calmare Giulio II, e nello stesso tempo incoraggiavano Giampaolo Baglioni a placarlo con un'apparente sommissione, acciò guadagnar tempo. All'ultimo essi si costituirono garanti della sua sicurezza, ed il Baglioni, cedendo ai loro conforti, andò l'8 di settembre a trovare il papa ad Orvieto, ed a porsi nelle sue mani[358]. Giulio II, sensibile a tanta confidenza, gli promise che potrebbe continuare a soggiornare in Perugia, godendovi di tutti i suoi beni. Inoltre lo prese al suo soldo con tutti gli uomini d'armi che aveva, per fare la spedizione di Bologna; ma richiese che gli si consegnassero le porte e le rocche di Perugia, onde poter riformare il governo di quella città e renderle l'antiche libertà[359].
Quand'ebbe sottoscritta questa convenzione, il Baglioni ripartì subito alla volta di Perugia, onde apparecchiarsi ad accogliervi il papa, che viaggiava più lentamente e visitava i castelli delle rive del lago. Infatti Giulio II, il cui ardente carattere non conosceva pericoli, entrò il 13 di dicembre in Perugia con tutta la sua corte senza avere avuta la custodia di una sola porta della città, ponendosi in tal modo in balìa di un uomo da lui offeso, ed alle di cui promesse nè egli nè altri in Italia davano fede. Vero è che il Baglioni non si assicurò degli ostaggi che si erano da sè medesimi imprudentemente rimessi fra le sue mani; ma fu piuttosto per mancanza di coraggio o di presenza di spirito, che per uno scrupolo ch'egli non conosceva[360]. La città, dopo partiti il Baglioni ed il papa, il quale lentamente prendeva la strada della Romagna, rimase ancora qualche tempo sotto l'influenza dei partigiani del Baglioni; ma all'ultimo i cittadini lungamente oppressi cominciarono a riprendere confidenza nelle leggi; la magistratura dei Dieci della Balìa instituita dal tiranno, per mezzo della quale egli manteneva la sua autorità, venne solennemente abolita, e Perugia ricominciò a godere sotto la protezione della Chiesa i privilegj di città libera[361].
Giulio II riponeva ancora maggior zelo nella riforma di Bologna. Giovanni Bentivoglio non aveva usurpato l'assoluto potere, che ruinando tutte le potenti famiglie che fin allora godevano qualche opinione nella sua patria. Egli aveva quattro figli, la di cui insolenza era diventata insopportabile ai loro concittadini, ed il di cui lusso e largo spendere aggravavano la pubblica miseria. Egli più non cercava di guadagnarsi gli animi colla clemenza e colla dolcezza ma per lo contrario a contenerli colle armi, ad atterrirli coi supplicj[362]. Credevasi assicurato in sul trono dalle alleanze strette co' suoi vicini; ma egli stesso aveva loro insegnato a sacrificarle senza scrupolo ad un presente vantaggio. I Fiorentini, malgrado il loro trattato col Bentivoglio, avevano mandato il Macchiavelli al papa nell'atto che questi era uscito di Roma promettendogli di unire i loro uomini d'armi alla sua armata. Il marchese di Mantova, dopo avere ottenuto l'assenso della Francia, aveva pure poste le sue truppe sotto le bandiere pontificie; i Veneziani avevano offerto a Giulio II di cacciare essi medesimi il Bentivoglio da Bologna, purchè a tale condizione Giulio ratificasse il loro possesso di Faenza e di Rimini. La sola cosa che potesse sembrare dubbiosa era la cooperazione della Francia, perchè se il re l'aveva promessa al papa, aveva ancora solennemente promesso al Bentivoglio di difenderlo, e gliene aveva riconfermata la promessa dopo che Giulio trovavasi in cammino colla sua armata[363].
Ma l'impeto di Giulio spaventava coloro che dovevano trattare con lui. Il cardinale d'Amboise rappresentò al re: che non cedendo egli in questa occasione, renderebbe il papa suo accanito nemico; onde Lodovico si svincolò dalla protezione promessa al Bentivoglio con un indegno sotterfugio: dichiarò di essersi obbligato a difenderlo nel possesso de' suoi stati, ma non già in quello degli stati della Chiesa, ed ordinò al signore di Chaumont, governatore del milanese, di avanzarsi contro Bologna con seicento lance, tre mila fanti svizzeri e ventiquattro pezzi d'artiglieria[364].
Tosto che Giulio II ebbe avviso dell'avvicinamento de' Francesi, entrò in Romagna pel ducato di Urbino, rimettendo la pace nelle città che attraversava, richiamandole all'ubbidienza della Chiesa, e non pertanto schivando di mettere piede nel territorio di Rimini, o di Faenza, per non sanzionare nemmeno con una sola occhiata l'occupazione di que' principati fatta dai Veneziani[365]. Giunto a Forlì, sei ambasciatori bolognesi gli presentarono le condizioni colle quali il Bentivoglio era apparecchiato a sottomettersi; voleva tra le altre cose che il papa non potesse entrare in Bologna che colla sua guardia di dugento cinquanta in trecento svizzeri, obbligandosi a non soggiornarvi oltre un determinato tempo. Ma questo non era il modo che doveva adoperarsi trattando con un vecchio orgoglioso ed irascibile: invece di rispondere a tali proposizioni, Giulio II il 10 di ottobre pubblicò in Cesena una bolla contro Giovanni Bentivoglio ed i suoi partigiani, dichiarandoli ribelli alla santa Chiesa; abbandonava le loro sostanze al saccheggio e le persone loro alla schiavitù di chi le prenderebbe; accordava indulgenza plenaria a chiunque combatterebbe o ucciderebbe i fautori del Bentivoglio; indi ordinò immediatamente al particolare deputato del Bentivoglio di sortire subito dagli stati della Chiesa, minacciandolo dell'ultimo supplicio, se giammai ricadeva nelle sue mani[366].
Il papa giunse ad Imola il 20 di ottobre alla testa di un'assai ragguardevole armata, di cui diede il comando al marchese di Mantova. Oltre ai quattrocento uomini d'armi coi quali Giulio era partito da Roma, Giovan Paolo Baglioni ne conduceva cento cinquanta; Marc'Antonio Colonna, condottiere de' Fiorentini, ne aveva cento; cento il duca di Ferrara; il marchese di Mantova dugento cavaleggeri; e v'erano di più cento Stradioti venuti dal regno di Napoli, e parecchie migliaja di fanti levati nel ducato di Urbino, nella Toscana e nella Romagna. Dall'altra parte lo stesso giorno in cui il marchese di Mantova attaccava san Pietro, primo castello de' Bolognesi dalla banda d'Imola, il signore di Chaumont con seicento lance francesi e tre mila Svizzeri entrava in Castel-Franco, primo castello del Bolognese dalla parte di Modena. Per tal modo il papa aveva ottenuto di far sì che quello tra i suoi feudatarj, la di cui indipendenza contrariava più d'ogni altra i suoi ambiziosi progetti, fosse da que' medesimi attaccato che avrebbero avuto maggiore interesse a difenderlo[367].
In tutti i suoi discorsi, in tutte le sue dichiarazioni, Giovanni Bentivoglio aveva fin allora affettato molto coraggio ed una ferma risoluzione di respingere la forza colla forza. Infatti aveva armate le milizie ed afforzata la sua capitale; ma non sapeva risolversi a spendere per la sua difesa quel danaro che risguardava come l'estremo suo appoggio se perdeva la sovranità. Non aveva perciò fatte sufficienti leve; altronde comunicava a' suoi sudditi la propria diffidenza, lasciandola travedere, ed inimicavasi tutti coloro ai quali chiedeva que' sacrificj cui dubitava di fare egli stesso. Pure perchè i suoi vicini, che lo volevano salvare, non cessavano di lusingarlo d'interporsi a di lui favore; e perchè il signore di Chaumont gli fece sapere ch'egli non lo attaccherebbe, il Bentivoglio faceva ancora buon contegno. Ma il 15 di ottobre il signore di Chaumont gli fece intimare che dovesse entro due giorni assoggettarsi a tutti gli ordini del papa, se non voleva perdere la protezione della Francia ed essere immediatamente da lui attaccato. Nello stesso tempo, purchè ubbidisse subito, il Chaumont gli assicurava il godimento di tutte le proprie sostanze patrimoniali, e la libertà di vivere in Bologna come semplice privato co' suoi figliuoli[368].
Quand'ebbe questa intimazione, il Bentivoglio perdette ogni speranza, dimenticò le sue proteste d'irremovibile costanza, ed i sarcasmi coi quali aveva accolto Pietro de' Medici, allorchè questi senza combattere aveva abbandonato la città in cui regnava. Questo principe, di già in età di settant'anni, si recò il 2 di novembre al campo francese colla sua sposa, Ginevra Sforza, e tutti i suoi figliuoli, per implorare dal signore di Chaumont migliori condizioni. Ebbe costui tanta viltà di farsi pagare dodici mila ducati dal principe fuggitivo per patrocinare i di lui interessi. In appresso convenne col papa che il Bentivoglio conserverebbe a Bologna il godimento di quegl'immobili di cui proverebbe il legittimo acquisto, che liberamente esporterebbe il danaro ed i mobili, e che potrebbe vivere in perfetta sicurezza colla sua famiglia nel ducato di Milano[369].
Appena partito il Bentivoglio, i Bolognesi spedirono altri ambasciatori al papa, per chiedergli soltanto l'assoluzione dalle pene ecclesiastiche, e la guarenzia che l'armata francese non entrerebbe nella loro città. Giulio II non aveva al certo intenzione di ricevere que' pericolosi alleati; perciocchè temeva egualmente e l'indisciplina de' soldati, e l'ambizione del governo, che potrebbe voler conservare alcuni diritti nella sua conquista. Di già l'armata del Chaumont si era innoltrata sin presso le mura tra le porte di Saragossa e di san Felice, e ad alte grida chiedeva il sacco di quella così ricca e commerciante città. Trovandosi l'armata schierata lungo il canale che conduce le acque del Reno a Bologna, il papa diede licenza ai Bolognesi di chiudere la porta di ferro che attraversa il canale a' piè delle mura, e di far così rifluire le acque sulla campagna in cui stavano i Francesi. Questi, scacciati dall'inondazione, si ritirarono disordinatamente al ponte del Reno, lasciando nel fango una parte della loro artiglieria e dei loro equipaggi. In appresso il papa congedò il signore di Chaumont, facendogli un dono di otto mila ducati per lui e di dieci mila da distribuirsi all'armata, e aggiungendovi la promessa di accordare un cappello cardinalizio al di lui fratello. Il vescovo d'Alby. Poscia l'undici di novembre, giorno di san Martino, fece con gran pompa il suo solenne ingresso in Bologna; conservò alla città i suoi privilegi e la sua amministrazione repubblicana, ma ne mutò la costituzione. Fin allora Bologna era stata governata da sedici magistrati; Giulio ne escluse tre dalla signoria, cioè Giovanni Bentivoglio e due de' suoi più zelanti partigiani; incorporò gli altri tredici in un nuovo senato, composto di quaranta membri, al quale affidò tutta l'autorità. Dopo tale epoca e fino a questi ultimi tempi l'oligarchia de' quaranta di Bologna amministrò quella provincia con varie prerogative, che ricordavano la sua libertà e l'antica indipendenza. La loro situazione, in opposizione a quella della corte di Roma, li rendeva, a dispetto di una stretta oligarchia ereditaria, i veri rappresentanti del popolo, ed i costanti propugnatori de' suoi privilegj. Con ciò ottennero di far rifiorire nella loro città le arti ed il commercio sbandeggiati dagli altri stati della Chiesa; ma dopo quest'epoca Bologna più non venne annoverata tra gli stati indipendenti d'Italia, e più non iscosse che una sola volta e per breve intervallo il giogo impostole da Giulio II[370].