L'Italia non fu quest'anno turbata da verun altro movimento militare; i Fiorentini, spossati dalla guerra di Pisa, soffrivano un'estrema carezza di frumento in primavera del 1506. Vi avevano provveduto colla consueta loro generosità, senza nemmeno scacciare i poveri forastieri che da ogni banda si affollavano nella loro città per partecipare alle pubbliche carità[371]; ma in questa campagna non fecero veruna spedizione contro Pisa, neppure per guastarne il territorio. Avevano pure in aprile del 1506 rinnovata per tre anni la loro tregua con Pandolfo Petrucci e coi Sienesi, rinunciando per tutto questo tempo a far valere i loro diritti sopra Montepulciano, ed obbligandosi ancora a non accettare questa borgata quand'anche offrisse di darsi spontaneamente. Avevano preferito di fare quest'accordo con un vicino di cui non si fidavano, ma che non temevano, al pericolo di chiamare in Toscana un alleato, che sarebbesi portato da padrone; ed avevano rifiutate le offerte del re di Francia, che loro proponeva di mandare contro Pandolfo Petrucci cinquecento lance e due mila svizzeri da mantenersi a spese comuni[372].
La tranquillità di cui godeva l'Italia raddoppiava la sua attenzione ai movimenti di Ferdinando il Cattolico, diventato uno de' suoi più potenti sovrani. Questo monarca si era imbarcato a Barcellona il 4 di settembre ed aveva dato fondo con una flotta di cinquanta galere prima in Provenza, indi a Genova, ove fu ricevuto con infinite onorificenze: poco dopo, trattenuto dai venti a Porto Fino nella riviera di Levante, vi ricevette l'inaspettata notizia della morte di suo genero, Filippo I, accaduta in Burgos il 25 di settembre del 1506 dopo una breve malattia. Questo principe, che aveva mostrata tanta premura di regnare e che aveva per così dire spinto in esiglio il suo suocero per occupare il di lui trono, non aveva potuto goderlo più di tre mesi. Alcuni attribuivano la sua morte ad uno smoderato esercizio, altri ad una malattia epidemica, altri all'intemperanza propria di un Fiammingo, diventata assai più pericolosa in un clima tanto diverso dal suo. Molti finalmente, i quali sapevano con quanto rincrescimento avesse Ferdinando ceduta la Castiglia, lo sospettavano vittima di lento veleno[373]. Pure invece di tornare addietro per riprendere le redini di un governo che aveva abbandonato con tanto dispiacere, Ferdinando continuò il suo viaggio alla volta di Napoli. Arrivò il giorno 18 ottobre a Gaeta, ma si trattenne in quella città o a Portici fino al primo di novembre, giorno da lui destinato al suo solenne ingresso in Napoli. Gonsalvo di Cordova, che sapevasi avere così vivamente eccitata la gelosia di Ferdinando, e che aveva avuto amichevoli avvisi di non porsi tra le di lui mani, non fece difficoltà di andare a bordo della di lui galera, e di affidarsi a lui interamente[374]. Ferdinando, accolto con entusiasmo dai Napolitani, che gli diedero magnifiche feste, volle partecipe di tutti questi onori il gran capitano che gli aveva conquistato il regno. Volle che il solo Gonsalvo gli presentasse tutta la nobiltà di Napoli e tutti coloro che meritavano i suoi favori; lo colmò di distinzioni e di gloria; gli confermò il possesso del ducato di sant'Angelo, de' suoi beni nel regno di Napoli, che gli fruttavano ventimila ducati, e vi aggiunse l'ufficio di grande contestabile del regno; ma era al tutto determinato di non lasciarlo dietro di sè a Napoli, e facevagli sperare la carica di gran maestro dell'ordine di san Giacomo di Compostella per compensarlo degli onori e dell'autorità cui Gonsalvo doveva rinunciare lasciando l'Italia per la Spagna[375]. L'Europa, che conosceva la fede di Ferdinando il Cattolico, non vide senza una certa sensazione di duolo il grand'uomo che l'aveva tanto tempo intrattenuta colle sue imprese, ripartire di là a cinque mesi col suo padrone per rientrare nell'oscurità.
CAPITOLO CIV.
Sollevazione di Genova, e sua punizione per parte di Lodovico XII; abboccamento di questo monarca con Ferdinando il cattolico; Massimiliano minaccia la Francia, attacca i Veneziani, poi fa con loro la pace; miseria di Pisa e sua sommissione ai Fiorentini.
1506 = 1509.
Non eravi stato verun periodo nella storia d'Italia, in cui Genova avesse meno richiamato l'attenzione degli altri popoli, e provato minor numero di quelle intestine convulsioni di cui abbiamo parlato. Vero è che la repubblica più non era libera, più non aveva volontà propria, nè più dipendeva dalle sue deliberazioni il partito cui s'appiglierebbe; Genova, che la violenza delle sue rivoluzioni aveva gettata sotto il dominio degli Sforza, era in appresso passata sotto l'autorità del re di Francia, quasi facesse parte del ducato di Milano. Pure in forza di una volontaria capitolazione ella aveva accordate al sovrano di Lombardia press'a poco le stesse prerogative che prima esercitava il suo proprio doge. Questa capitolazione sussisteva sempre tra Genova e la Francia, e sebbene la libertà più non fosse intera, sebbene la pubblica energia fosse scemata nella stessa proporzione che i diritti dei cittadini, sebbene non avessero più flotte dominatrici del Mediterraneo, non armate che disputassero l'impero dell'Italia, non tesori con cui assoldare le potenze straniere, non commercio finalmente che potesse rivalizzare con quello di Venezia, o soltanto di Firenze, pure la sua amministrazione era tuttavia repubblicana, la costituzione rimasta press'a poco conforme all'antica, e passabilmente guarantita la sicurezza delle persone e delle proprietà.
Le fazioni che non molti anni prima avevano dato a Genova una così formidabile potenza, sentivansi contenute dal timore del monarca, nè più versavano sangue, nè più si disputavano la suprema autorità colle armi alla mano. La legge aveva divise le magistrature in eguali porzioni tra la nobiltà e la plebe, e tutti erano rimasti lungo tempo soddisfatti di questa divisione. Ma dopo che un governatore francese occupava in Genova la carica di doge, questo governatore, vanaglorioso de' suoi natali, aveva data una decisa preferenza alla nobiltà del paese da lui amministrato. Egli più non ammetteva che nobili nella sua società, loro accordava il vantaggio in tutte le contestazioni, e quando ancora faceva eseguire tra di loro ed il popolo la disposizione delle capitolazioni, si maravigliava che uomini da nulla avessero osato di dettare leggi a persone di qualità.
La nobiltà genovese, approfittando del favore del governatore, aveva preso verso le classi inferiori un contegno insolente, che non si era mai permesso di mostrare, finchè, secondo le antiche leggi dello stato, il doge erasi scelto esclusivamente nell'ordine plebeo. Nello stesso tempo, sagrificando ogni altra considerazione ai suoi personali vantaggi, la nobiltà più non prendevasi pensiero dell'indipendenza della patria, e ad ogni contesa abbracciava sempre l'interesse del padrone straniero che signoreggiava la repubblica[376].
L'opposizione tra il pubblico interesse de' cittadini, e l'interesse del cortigiano, che animava i nobili, si manifestò quando i Pisani nel 1504 vollero darsi ai Genovesi, impetrando colle più calde istanze ciò che in altro tempo i Genovesi avrebbero risguardato come il più luminoso vantaggio. Tutto il partito popolare si mostrò desideroso di accettare tale proposizione; per lo contrario la nobiltà, conoscendo le intenzioni della corte, vi si oppose con estrema ostinazione[377]. Colui che fra gli altri nobili si adoperò con maggior zelo per rendere vano il comune voto de' suoi concittadini, fu Gio. Lodovico del Fiesco, di quest'epoca il più ricco di tutti i membri della nobiltà, e quello che contar poteva sopra un maggior numero di clienti; perciocchè da un canto possedeva nella riviera di Levante ragguardevoli feudi, dall'altra aveva ricevuto dalla bontà del re importanti governi nella riviera di Ponente. Giovan Lodovico del Fiesco opponevasi all'acquisto di Pisa, perchè voleva tenere la repubblica genovese in uno stato di debolezza tale da potervi con minori ostacoli fondare il credito di sua famiglia; perchè voleva piacere a Lodovico XII, che vedeva con gelosia accrescersi la potenza dei Genovesi; finalmente perchè accarezzava i Fiorentini, dall'oro dei quali la pubblica opinione accusavalo in Genova d'essere stato guadagnato[378]. Ma il ragionamento con cui cercò di far prevalere la propria opinione manifesta lo strano indebolimento della repubblica; invece di marinai e di soldati la popolazione di Genova più non contava che tessitori e manifatturieri; di modo che difficilmente trovavasi gente da armare due o tre galere per la guardia del porto, mentre non v'era tesoro, e non si voleva, o non si poteva sopportare straordinarie imposte[379].