L'irritamento del popolo contro la nobiltà andò sempre crescendo dopo questa contestazione intorno all'acquisto di Pisa. Il popolo cominciò ad accusare la nobiltà di avere sagrificato l'onore della patria ai personali vantaggi che si riprometteva dalla corte. Altronde di quest'epoca il nome di nobiltà ristringevasi in Genova ai soli discendenti delle quattro potenti famiglie che avevano pel corso di un secolo esercitata la sovranità in quella repubblica; mentre che i discendenti di coloro che prima del tredicesimo secolo avevano divisa l'amministrazione coi Doria e cogli Spinola, coi Fieschi e coi Grimaldi, o di coloro che si erano innalzati dopo il 1339, erano egualmente confusi sotto il nome di popolo. Quest'ultimo ordine pareggiava quello dei nobili in ricchezze ed in talenti, e non credevasi pure per conto dei natali da meno di loro. Sì gli uni che gli altri si consacravano al commercio, che suole inspirare sentimenti di eguaglianza; e quando i nobili cominciarono ad armarsi di pugnale, sul di cui manico avevano fatto incidere castiga villano, i plebei, che si sentivano ad un tempo minacciati ed oltraggiati da tanta insolenza, giurarono di vendicarsi di un disprezzo così poco meritato[380].

Ogni giorno qualche gentiluomo insultava qualche cittadino dell'ordine del popolo; ma questi non poteva sperare soddisfacimento, perchè la metà di tutti i tribunali e di tutti i consiglj era composta di nobili, determinati a sottrarre i loro compagni ad ogni castigo, e perchè il governatore reale era sempre disposto ad assecondarli. Perciò dopo qualunque oltraggio, dopo qualsiasi atto violento, il popolo si adunava sempre per domandare, che, postocchè le famiglie dell'ordine popolare, illustri, ricche e da gran tempo in possesso del governo, erano il doppio più numerose di quelle dei nobili, ottennessero altresì i due terzi de' pubblici impieghi. Questa domanda, presentata più volte, era dai nobili sdegnosamente respinta e dal governatore delusa. Ma questi cominciava a concepire qualche inquietudine dell'universale fermento, per calmare il quale si adottò la norma, qualunque volta un nobile faceva ingiuria ad un popolano di bandire l'offensore e l'offeso; onde sottrarli così ambidue agli occhi de' faziosi che potevano inasprirsi.

Quest'artificio ritardò per qualche tempo una esplosione che sembrava inevitabile, ma non potè impedirla. Una contesa, accaduta in un mercato per leggierissimo motivo tra Visconti Doria, gentiluomo altronde universalmente stimato, ma orgoglioso ed irascibile come i suoi pari, ed un popolano[381], fece immediatamente prendere a tutti le armi. Paolo Battista Giustiniani ed Emmanuello Canali, ambidue dell'ordine del popolo, sebbene appartenenti ad illustri famiglie, si posero alla testa de' sollevati. Visconti Doria fu ucciso, un altro Doria ed alcuni altri nobili feriti, e Roccabertino, luogotenente del re, non ottenne di calmare il popolo che col promettere che d'ora innanzi l'ordine del popolo avrebbe due parti nelle elezioni, e la nobiltà la terza. La proposizione fu portata nel susseguente giorno al supremo consiglio; approvata; ed ebbe forza di legge[382].

Ma la vittoria dovevasi ad una sollevazione di tutto il popolo, mentre che le illustri famiglie dell'ordine popolare sembravano aver voluto riservarne a sè sole tutti i frutti; ben tosto più non furono padrone delle classi inferiori da loro poste in movimento. Tre giorni dopo ch'era stata portata la legge che cambiava la divisione de' pubblici onori; la plebaglia sollevossi di nuovo, andò ad attaccare le case dei nobili, ed a saccheggiarle. I capi dell'ordine popolare si opposero con tutte le forze che avevano a questo anarchico tumulto; i nobili fuggirono ed implorarono contro la loro patria l'assistenza degli stranieri[383].

I nobili genovesi fuggiaschi avevano convenuto di trovarsi in Asti, ove si adunarono presso Filippo di Ravenstein, che Lodovico XII aveva nominato governatore di Genova, affinchè l'alto rango di questo signore, e la memoria del potere da lui in altri tempi esercitato in quella città, rendesse più facilmente i cittadini ubbidienti. Ma mentre che Giovan Lodovico dei Fieschi e tutti i gentiluomini fuggitivi eransi ragunati intorno al Ravenstein, giunsero presso di lui gli ambasciatori della repubblica per giustificare la condotta de' loro concittadini, ed assicurare il governo dell'intera loro sommissione. Il Ravenstein entrò in Genova il 15 di agosto, circondato dalle truppe e preceduto dai magistrati a piedi. Egli cercava d'inspirar terrore, ed invece eccitò la diffidenza ed il risentimento. L'aristocrazia plebea, che aveva cominciata la rivoluzione, temeva di compromettersi in faccia al governatore, ed altronde temeva la rivalità delle classi inferiori: ma queste fecero col loro vigore comprendere al Ravenstein il pericolo di provocare una potente città, che il più leggiere abuso d'autorità potrebbe spingere alla ribellione. Egli costrinse Giovan Lodovico del Fiesco ad uscire da Genova; acconsentì che si nominassero i magistrati in conformità del decreto che faceva una nuova divisione de' pubblici onori; e non si oppose alla creazione di otto tribuni scelti dal popolo per essere i loro protettori[384].

La stessa causa che si agitava innanzi al Ravenstein, trattavasi ancora innanzi a Lodovico XII, cui dalla repubblica era stato spedito il giureconsulto Nicolò Oderici, in qualità di ambasciatore, per difendere le pretese del popolo. Il motivo col quale i nobili avevano principalmente cercato d'irritare il re, fu appunto quello che gli fece sentire il bisogno di procedere con moderazione, avendo essi rappresentati i loro avversarj in atto di deliberare se dovessero assoggettare la repubblica ad un altro principe estero.

Di quest'epoca Filippo I, re di Castiglia, viveva ancora; e Lodovico XII, che lo vedeva camminare rapidamente a quella potenza cui giunse in seguito Carlo V, aveva di lui concepita un'estrema diffidenza. Per non dargli occasione di prendere piede a Genova, Lodovico acconsentì a sanzionare egli medesimo il decreto che riduceva i nobili al terzo de' pubblici onori; ma vi aggiunse una condizione: che tutti i feudi che Giovan Lodovico del Fiesco possedeva nella Riviera di levante gli sarebbero restituiti. In tempo delle turbolenze il partito popolare gli aveva attaccati, e conquistatone il maggior numero. Michele Rizio, giurisconsulto ed emigrato napolitano, venne incaricato di recare a Genova il decreto, e di dargli esecuzione[385].

Gli uomini più distinti del partito popolare erano contenti, e non chiedevano di più. Ma il popolo ed i tribuni da lui scelti non erano di ciò soddisfatti; essi dicevano, che richiamando in Genova un gentiluomo orgoglioso, vendicativo, e che aveva abjurata la patria per vendersi alla corte, che restituendogli que' feudi che gli davano il modo di avere a sua disposizione alcune migliaja di vassalli e le migliori rocche della Liguria, non potevasi trovare veruna guarenzia nelle leggi ch'egli aveva così frequentemente violate. Erano ben contenti di ricevere entro la loro città Giovan Lodovico del Fiesco, ma a condizione che i suoi feudi fossero governati dalle leggi comuni, e subordinati ai magistrati della repubblica. Si è più volte rinfacciato ai riformatori di non aver saputo contenersi entro un limite nelle loro riforme: in fatti il rimprovero è fondato; volendo sempre avanzare, compromettono ciò che hanno di già acquistato, ed arrivano frequentemente a perdere un vantaggio certo per avere voluto ottenerne un altro di cui avrebbero potuto far senza. Ma non dobbiamo dimenticare quale sia lo stato della legislazione, quale sia l'ordine pubblico ne' paesi in cui s'intraprendono tali riforme; ovunque non s'incontrano che abusi, usurpazioni e patimenti. I riformatori hanno quasi sempre giustissimi motivi per distruggere ciò che attaccano, sebbene avrebbero mostrato maggiore prudenza e moderazione conservando una parte dell'edificio ed approfittandone mentre che rifacevano l'altra parte. In appresso vengono severamente giudicati dietro le istituzioni con cui rimpiazzarono le abolite; ma quelle non hanno a favor loro nè l'appoggio dell'esperienza che supplisce al raziocinio, nè la sanzione del pregiudizio, che dispensa dalla disamina. La forza d'inerzia conserva ancora lungamente il movimento acquistato di una cattiva macchina; la stessa forza si oppone altresì lungamente al movimento, che si vuole dare ad una macchina migliore d'assai, ma che non fu peranco adoperata.