Era indubitatamente dannoso alla repubblica il lasciare in mano di Giovan Luigi del Fiesco, dichiarato nemico dell'ordine popolare, la metà delle terre murate nelle due riviere, e quelle in particolare da cui la città traeva le sue vittovaglie; di modo che questo cittadino poteva all'ombra della pace tenere la sua patria come assediata. Per altro le persone prudenti avrebbero desiderato di assoggettarsi a quest'inconveniente, piuttosto che esporsi al pericolo assai più grave di ricusare l'aggiustamento proposto dal re: per lo contrario il popolo, invece di voler rendere al suo nemico de' feudi, che non possedeva con altro titolo che con quello di un'antica usurpazione, risolse di riconquistare un altro feudo egualmente tolto alla repubblica da una famiglia nobile, quello di Monaco, di cui erasi impadronito Luciano Grimaldi, e di cui, sotto la protezione di una fortissima rocca, aveva formato un asilo pei pirati armati a danno del commercio di Genova. I tribuni del popolo chiamarono da Pisa Tarlatino, che aveva con tanto valore difesa quella città, e che nel presente anno vi si credeva inutile, perchè i Fiorentini avevano sospesi i loro attacchi. I Tribuni gli diedero due mila uomini con due galere ed alcuni piccoli vascelli, e gli ordinarono in sul finire di settembre di attaccare Monaco[386].
Il Ravenstein, irritato da questa mancanza di riguardi, il 25 di ottobre abbandonò una città dove l'autorità reale più non era rispettata. Altronde la gelosia del signore di Chaumont, nipote del cardinale d'Amboise e governatore di Milano, e quella del luogotenente del re, Roccabertino, che aveva comandato in tempo di sua assenza, rendevano la sua situazione critica e spiacevole. Altri emigrati della nobiltà avevano invocata la protezione di Lodovico XII, il quale, liberato per la morte di Filippo, re di Castiglia, dai timori che aveva concepiti per conto dell'Italia, risolse di ristabilire con aperta forza la sua autorità in Genova, di condurvi egli medesimo la sua armata, onde non esporsi ai danni che la divisione dell'autorità aveva in addietro cagionato ai suoi luogotenenti, e di approfittare di questa spedizione per avere in Bologna col papa un abboccamento intorno agli affari di Venezia, che Giulio II chiedeva caldamente già da qualche tempo[387].
Mentre che Lodovico XII adunava le sue truppe per la spedizione d'Italia, ordinò al comandante del Castelletto di Genova, ed al signore di Chaumont, di trattare i Genovesi come nemici. Il primo, uomo crudele ed avido, colse con piacere quest'occasione che gli si offriva di far del male. Una festa aveva chiamata alla chiesa di san Francesco, attigua al Castelletto, una numerosa congregazione: il comandante, senza prima avere denunciato il cominciamento delle ostilità, occupò le porte di quella chiesa, e dopo averne fatti uscire i gentiluomini e le donne, fece porre in carcere tutti i cittadini che vi si trovarono, ai quali non diede la libertà che pel prezzo di dieci mila fiorini. Subito dopo cominciò a bombardare la città ed il porto; calò a fondo molti vascelli e distrusse parecchie case, ove gli abitanti erano affatto fuori di sospetto dall'aspettarsi una tale violenza. Nello stesso tempo Roccabertino lasciò una città che risguardava come ribelle, sebbene lo stendardo reale continuasse ancora lungo tempo a sventolare sul pretorio. Il signore di Chaumont vietò ai Genovesi ogni commercio colla Lombardia, e loro ricusò il frumento che solevano esportarne. Intanto Ivone d'Allegre s'incamminò verso Monaco per costringere il Tarlatino a levarne l'assedio[388].
Carlo Domenico del Carretto, cardinale di Finale, esortava i Genovesi, suoi compatriotti, a pacificarsi col re, onde non provocare contro di loro tutte le di lui forze, in un tempo in cui si vedevano senz'alleati; offrì loro la sua mediazione, promettendo di conservare tutti i privilegi alla città ed al partito popolare. Ma i Genovesi non si credevano così privi di mezzi come effettivamente lo erano. Avevano essi implorata l'assistenza del papa, il quale, nato a Savona, era loro compatriotto, e che per conto di sua famiglia apparteneva al partito popolare. Giulio II aveva infatti scritto al re assai caldamente in favore della sua patria, e perchè le sue rimostranze erano rimaste infruttuose, aveva dispettosamente abbandonata Bologna il 22 di febbrajo per tornare a Roma, rendendo in tal modo impossibile l'abboccamento che il re si era proposto di avere con lui in Italia, e tanto più mostrandosi sollecito di partire, quanto maggiori erano le istanze del cardinale d'Amboise per trattenerlo[389].
I Genovesi avevano pure trovato favorevole accoglimento presso l'imperatore Massimiliano, di cui avevano invocata la protezione. Questo monarca, sempre apparecchiato a tutto intraprendere, sempre incapace di condurre a fine verun suo disegno, sempre compromettendo la sua dignità imperiale col suo ardore di voler far rivivere certi diritti dell'impero andati in desuetudine e colla debolezza e coll'instabilità con cui poco dopo gli abbandonava, scrisse caldamente a Lodovico XII per raccomandargli i Genovesi; gli rammentò che dipendevano dalla camera imperiale, e che avevano diritto alla sua protezione; e perciò offriva la sua mediazione pel ristabilimento della pace. Questa lettera vivamente eccitò la gelosia di Lodovico XII, poichè questi risguardolla come una prova della defezione dei Genovesi, i quali scuotevano il giogo della sua autorità per porsi sotto quella dell'imperatore. Peraltro egli conosceva bastantemente per lunga esperienza il carattere di Massimiliano, onde essere sicuro che le sue parole non sarebbero seguite dai fatti; e questa lettera non produsse altro effetto che quello di affrettare la sua spedizione[390].
Le vane speranze con cui Massimiliano aveva nudriti i Genovesi, gli spinsero finalmente ad iscuotere del tutto il giogo dell'autorità francese, che avevano fin allora rispettata. Nominarono un doge, lo che tornava lo stesso che proclamare la loro indipendenza; e perchè le illustri famiglie dell'ordine popolare si tenevano lontane, sia per timore del risentimento del re, sia per gelosia delle classi inferiori che si erano poste in movimento, il 15 di marzo conferirono questa sublime dignità a Paolo di Novi, direttore d'una tintoria di seta, uomo di non distinti natali, e probabilmente povero; ma che aggiungeva a molta forza di carattere, ed a somma integrità, un'attitudine agli affari ed un coraggio degni di più felici circostanze[391].
I primi atti della sua amministrazione sembravano presagire prosperi risultamenti. Tre mila fanti ed uno squadrone di cavalleria, comandati da Girolamo, figlio di Giovan Lodovico dei Fiesco, e da suo cugino Emmanuele, si avanzavano verso Rapallo e Recco, per riacquistare il possesso di quelle due terre del dominio dei Fieschi; Paolo di Novi fece attaccare questa gente in su la strada e la sconfisse. Orlandino dei Fieschi, che cercava di penetrare nello stesso feudo per un'altra strada, fu egualmente respinto e fugato. Il Castellaccio, vecchia rocca nella più alta parte delle mura, ove i Francesi non avevano che una piccolissima guarnigione, fu forzato ad arrendersi; un nuovo riparo venne innalzato sul promontorio della lanterna, per tagliare la strada agli assalitori; e si cominciò l'assedio del Castelletto, mentre che si ebbe l'antiveggenza di levare tutti i viveri e tutti i foraggi dalla valle della Polsevera, affinchè l'armata francese non vi si potesse mantenere[392].
Ma veruna combinazione militare può avere un felice risultamento, allorchè ne viene affidata l'esecuzione a milizie di nuova leva. Il loro coraggio è sostenuto momentaneamente dall'entusiasmo; ma poi tutto ad un tratto si lascia vincere da panici terrori, che niuna cosa poteva far prevedere. L'immaginazione, che nel soldato è una facoltà in parte soggiogata dalla disciplina, rimane sempre il più possente mobile della moltitudine. Lodovico XII, che aveva ragunata in Asti la sua armata, innoltravasi, a metà d'aprile all'incirca, per la via di Borgo de' Fornari e di Sarravalle. Perchè il paese in cui andava a portare la guerra non era fatto per la cavalleria, non conduceva che ottocento cavalieri di pesante armatura, e mille cinquecento cavaleggeri; ma loro faceva tener dietro sei mila svizzeri e sei mila fanti francesi. Paolo di Novi non aveva trascurato di fermarli alle prime gole delle montagne; aveva fatti occupare i più importanti passi da seicento fanti genovesi, perchè un maggior numero di gente sarebbe stato inutile in quegli angusti passi, e la più piccola resistenza pareva sufficiente per fermarvi il nemico. Ad ogni modo il 26 di aprile, i Genovesi, alla vista della grossa armata francese che stava per attaccarli, furono compresi da subito terrore; si posero tutti ad un tratto vergognosamente in fuga senza nè pure aver tentato di combattere; abbandonarono senza fare la menoma resistenza tutti i passi delle montagne ai Francesi, e si ripararono in Genova ove furono accompagnati da tutta la moltitudine degli abitanti della Polsevera, che cercavano di sottrarsi al saccheggio coi loro effetti e bestiami[393].
Un eguale terrore colpì gli abitanti di Genova all'arrivo di questa fuggitiva truppa. L'armata del re era di già penetrata nella Polsevera; le formidabili montagne, veri propugnacoli di Genova, erano state forzate, ed il recinto delle sue mura più non ispirava confidenza agli abitanti. Tutti si apparecchiavano ad essere saccheggiati, e d'altro omai non si occupavano che di nascondere le cose più preziose; spesso, diffidando della propria nemica fortuna, credevano più sicura della propria la casa di un altro, ed affidavano le proprie ricchezze al vicino egualmente atterrito. Per altro i cittadini facevano sui loro tetti approvvigionamenti di pietre, di dardi e di projettili, come fossero le loro case che dovevansi difendere, e non le mura della città. Queste mura erano abbandonate, e Paolo di Novi vedevasi ridotto a far barricate alle strade dopo aver alloggiati i fuggitivi della Polsevera nelle case de' nobili assenti, e ad apparecchiare la resistenza entro la città medesima, poichè non poteva persuadere i suoi concittadini a difenderne valorosamente il recinto[394].
Ad ogni modo si ristabilì in Genova qualche ordine, prima che i Francesi potessero arrivare in faccia alle porte. Tarlatino, ch'era stato richiamato dall'assedio di Monaco, non aveva potuto entrare in città, perciocchè un corpo nemico gli tagliava la strada per terra, ed i venti contrarj gli chiudevano la via del mare; ma il suo luogotenente, Giacomo Corso, venne incaricato della difesa del promontorio che cuopre il porto: otto mila uomini di milizia sortirono con lui dalla città il 27 di aprile ed occuparono l'altura di Belvedere sotto al castello. I Francesi, ch'erano schierati in battaglia a Rivarolo, gli attaccarono e furono respinti con grave perdita fino all'istante in cui il Chaumont, avendo potuto far avvicinare due pezzi di cannone, prese di fianco i Genovesi e li costrinse a ritirarsi. Mentre riguadagnavano le montagne dietro di loro, la guarnigione, che doveva difendere il nuovo forte della Lanterna ed il suo promontorio, temette di trovarsi tagliata fuori, e fuggì vilmente senza aspettare il nemico. La truppa che ritiravasi dalla battaglia più non potendo entrare in città per Belvedere e per la Lanterna, fu costretta a tentare gli scoscesi sentieri delle alture, ove perdette molta gente[395].