Il sistema del diritto dei trattati è certamente assai meno assurdo che quello della legittimità. Non avendo le nazioni giudici al disopra di loro, nè altra autorità che decida tra di loro, tranne la forza, le loro reciproche convenzioni possono soltanto mettere fine alle loro contese. Esse medesime devono avere la facoltà di obbligarsi, o di rinunciare ai loro diritti; che se non fosse niuno l'avrebbe per loro, e le guerre sarebbero eterne. La violenza loro fatta non potrebbe annullare i loro contratti senza annullare nello stesso tempo tutti i possibili trattati; imperciocchè ogni trattato è opera della forza o della minaccia, ogni trattato è stato fatto per terminare la guerra o per evitarla, ogni trattato è una concessione che il più debole fa al più forte, sagrificando una parte de' suoi diritti per salvare il rimanente, ogni trattato è una concessione di questo rimanente che il più forte fa al più debole in ragione de' suoi mezzi di resistenza.

Ma se il diritto de' trattati non è che una conseguenza del diritto del più forte, è difficile che lungamente si conservi obbligatorio dopo che la bilancia delle forze avrà cambiato. Una nuova lotta, il di cui risultamento sarà diverso, darà luogo ad un nuovo trattato non meno legittimo del precedente: e per tal modo si distruggerebbe ogni idea del giusto e dell'ingiusto, e diventerebbe impolitica ogni moderazione del vincitore, poichè tutte le forze che col favore di un trattato lascerebbe al suo nemico, potrebbero in breve rivolgersi contro di lui.

La terza base del pubblico diritto, l'interesse dei popoli, è la sola che sostener possa una profonda disamina, e che possa nello stesso tempo ammettere alcune parti degli altri due sistemi. Richiede l'interesse de' popoli la conservazione del loro riposo; e per guarentire questo riposo ammette la legittimità non come un diritto, ma come una presunzione della volontà nazionale. Ammette ancora la prescrizione non come un diritto, ma come una presunzione della vicendevole soddisfazione delle parti. Ammette i trattati, siccome l'unico mezzo di disarmare gli odj popolari, e di salvare il vinto dalla rabbia del vincitore. Ammette ancora la violazione di questi medesimi trattati, come unico e necessario rimedio, quando condizioni crudeli o disonoranti furono imposte dall'abuso della forza. Questa violazione può allora diventare giusta, perciocchè nè il governo che ha stipulato aveva il diritto di legare la nazione ad una cosa vergognosa o ruinosa, nè l'attuale generazione aveva il diritto, pel suo proprio vantaggio, di legare la posterità. L'interesse nazionale, che lascia una speranza ai vinti cui viene imposto un disonorevole trattato, insegna ai vincitori pel loro proprio vantaggio a non abusare della vittoria.

Fu in nome di questo nazionale interesse che Giulio II pretese nel corso della presente guerra, che veruna linea legittima, veruna successione, nè verun trattato avesse potuto trasferire una parte della sovranità dell'Italia ai barbari; che ogni convenzione era nulla, quando così essenzialmente derogava all'interesse ed all'onore dei popoli; che qualunque linea di legittimità doveva essere riguardata come interrotta, quando dava per capi alle nazioni dei re, che avevano interesse non già alla loro grandezza ma all'abbassamento ed alla ruina loro. Pure i governi che abbracciarono questo sistema ne temettero sempre le applicazioni contro di loro medesimi, e sono caduti in contraddizioni inestricabili, perchè non si potesse loro domandar conto poscia dell'interesse e dell'onore dei proprj loro popoli.

Del resto per quanto fallaci fossero gli argomenti con cui i potentati colorivano le loro pretese, la cupidigia, la gelosia, ed il timore di umilianti paragoni, erano i veri motivi che loro ponevano le armi in mano. Le grandi potenze non potevano vedere senza invidia la ricchezza, la prudenza ed i prosperi costanti successi della repubblica di Venezia. Con meno di tre milioni di sudditi sopra un'estensione di territorio minore della decima parte della Francia, della Spagna o della Germania, Venezia si era innalzata al livello de' più grandi imperj; aveva sostenuti a vicenda gli attacchi de' Musulmani, de' Francesi, degli Spagnuoli e de' Tedeschi, senza dar segni di debolezza; il più vivo commercio animava la capitale, numerose manifatture fiorivano in tutte le città suddite, le campagne prosperavano mercè un'industre agricoltura, vaste opere erano state terminate per l'irrigazione di un suolo che coprivasi di ricche messi, ed i contadini erano felici. I sudditi de' vicini monarchi, paragonando la loro miseria con tanta forza, tanta opulenza e sicurezza, potevano essere tentati di chiedere da che procedesse tale diversità, e rispondere a sè medesimi: che non vedevansi in Venezia, nè lo stolido lusso di una corte voluttuosa, nè le ruberie dei ministri e de' loro subalterni, nè la petulante ignoranza e i ruinosi intrighi di giovani favoriti. Senza voler dare ammaestramenti, senza avvicinarsi alla perfezione, Venezia era una viva satira degli altri governi, i quali per istinto e senza rendersi conto de' loro motivi, da gran tempo desideravano di distruggerla.

Fino dall'anno 1504, Lodovico XII, Massimiliano e Giulio II, avevano progettata la divisione degli stati di Venezia, piantandone i fondamenti nel trattato di Blois del 22 di settembre; ma la versatilità di Massimiliano, la diffidenza di Giulio II, la gelosia di Ferdinando, avevano a quell'epoca sottratta la repubblica alla congiura contro di lei formata. Il violento risentimento di Massimiliano, dopo le sconfitte avute in principio del 1508, lo persuase a rinnovare le stesse negoziazioni, ed a ricercare l'alleanza de' Francesi, da lui detestati, per vendicarsi coll'ajuto loro della repubblica che lo aveva umiliato[444].

La tregua di tre anni, che il re de' Romani aveva di fresco conchiusa colla repubblica di Venezia e co' suoi alleati, non comprendeva il duca di Gueldria allora in guerra con lui e con suo nipote. Era questo duca protetto dalla Francia, e sotto pretesto di fare la sua pace particolare, si aprirono delle conferenze a Cambrai tra il cardinale d'Amboise, ministro e confidente di Lodovico XII, e Margarita d'Austria, figlia dell'imperatore Massimiliano e vedova del duca di Savoja. Il cardinale e la principessa avevano l'intera confidenza de' loro committenti. L'una aggiugneva tutta la forza di spirito di un uomo a tutta l'accortezza di femmina; l'altro conservava odio contro Venezia, fin dall'epoca dei due conclavi in tempo de' quali erasi trovato in Roma, e nel consiglio del re non aveva voluto ascoltare Stefano Poucher, vescovo di Sens, il quale rappresentava quanto la conservazione di Venezia fosse necessaria alla difesa del Milanese; quanto la Francia si era pochi anni prima pentita di aver chiamato un potentato straniero a dividere il regno di Napoli, e quanto doveva temersi che la progettata divisione della Lombardia la precipitasse tutta intera sotto il dominio della casa d'Austria[445].

Il cardinale d'Amboise e Margarita d'Austria, essendosi uniti a Cambrai sotto colore di trattarvi gli affari di Gueldria, non ammisero alle loro conferenze gli ambasciatori di Ferdinando il cattolico, sebbene Lodovico XII avesse comunicati a questo monarca i suoi disegni sopra Venezia nell'abboccamento di Savona, e gli avesse offerto come prezzo della sua cooperazione le città marittime della Puglia, che i Veneziani tenevano in pegno del danaro somministrato alla casa d'Arragona: non ammisero nemmeno il nunzio del papa, sebbene Giulio II, per ricuperare le sue città di romagna, fosse stato il primo a suggerire l'idea di questa associazione. Il cardinale e la principessa deliberarono soli e senza assistenti, e le loro negoziazioni diedero luogo a così vivi alterchi, che Margarita scriveva, poco mancò che il signor legato ed io non ci prendessimo pei capelli; ma queste negoziazioni furono tosto terminate da due trattati sottoscritti il 10 di dicembre del 1508. Col primo le vertenze del duca di Gueldria coll'arciduca Carlo vennero conciliate, siccome ancora quelle intorno all'eredità dei feudi dei Paesi Bassi dipendenti dalla corona di Francia; ed in conseguenza Massimiliano si obbligò di dare a Lodovico XII una nuova investitura del ducato di Milano[446]. Col secondo fu stipulata la lega dell'Europa contro Venezia, tenendosi per certi i due plenipotenziarj di ottenere la ratifica degli altri sovrani, sebbene il nunzio del papa, interpellato, rifiutasse la sua per mancanza di formale istruzione.

Questo secondo trattato, che viene propriamente indicato dal nome di Lega di Cambrai, portava: che, avendo l'imperatore ed il re di Francia determinato, dietro le istanze di Giulio II, di fare un'alleanza per portare la guerra contro i Turchi, avevano essi preventivamente convenuto: «di far cessare le perdite, le ingiurie, le rapine, i danni, che i Veneziani hanno apportato non solo alla santa sede apostolica, ma al santo romano impero, alla casa d'Austria, ai duchi di Milano, ai re di Napoli ed a molti altri principi, occupando e tirannicamente usurpando i loro beni, i loro possedimenti, le loro città e castella, come se cospirato avessero per il male di tutti.» Per tutte queste ragioni, aggiungono i monarchi: «noi abbiamo trovato non solo utile ed onorevole, ma ancora necessario, di chiamar tutti ad una giusta vendetta per ispegnere, come un incendio comune, la insaziabile cupidigia dei Veneziani e la loro sete di dominare[447]