Dopo questo preambolo, il trattato porta: che i confederati agiranno di comune accordo per costringere i Veneziani a rendere alla santa sede, Ravenna, Cervia, Faenza, Rimini, Imola e Cesena. I plenipotenziarj negoziarono con tanta inavvertenza o ignoranza, che non rimarcarono neppure che Imola e Cesena erano già da lungo tempo state cedute al papa. Il trattato aggiugne: che i Veneziani renderebbero all'impero, Padova, Vicenza e Verona, ed alla casa d'Austria, Roveredo, Treviso ed il Friuli; che i Veneziani verrebbero obbligati di cedere al re di Francia, Brescia, Bergamo, Crema, Cremona, la Ghiara d'Adda e tutte le dipendenze del ducato di Milano; al re di Spagna e di Napoli, Trani, Brindisi, Otranto, Gallipoli, Mola e Polignano con tutte le città che avevano ricevute in pegno da Ferdinando II; al re d'Ungheria, se entrasse in quest'alleanza, tutte le città della Dalmazia e della Schiavonia, che avevano già un tempo appartenuto alla di lui corona; al duca di Savoja, il regno di Cipro; alle case d'Este e di Gonzaga, i possessi che la repubblica aveva conquistati sui loro antenati; e rispetto alle potenze che non avevano niente a pretendere sulle spoglie di Venezia, come l'Inghilterra, potrebbero ancora quelle essere ammesse a questa alleanza, se lo domandassero avanti che fosse spirato il termine di tre mesi[448].
Quanto ai modi d'esecuzione, era convenuto con questo trattato: che il re di Francia attaccherebbe in persona i Veneziani, il primo giorno d'aprile; che nello stesso tempo il papa fulminerebbe contro loro tutte le censure ecclesiastiche, e che dimanderebbe l'assistenza dell'imperatore come avvocato della chiesa. Questa domanda doveva sciogliere Massimiliano dagli impegni che aveva contratti pochi mesi avanti, e dargli motivo per attaccare i Veneziani, ciò ch'egli prometteva di fare in persona entro quaranta giorni dopo l'attacco del re di Francia. Nello stesso tempo Ferdinando e gli altri alleati dovevano, ciascuno per parte sua, impadronirsi delle province loro assegnate. Ognuno de' confederati doveva agire per conto proprio, e tener dietro alle proprie conquiste senz'obbligo di assecondare i suoi associati.
I coalizzati non si limitavano a promettersi la divisione di uno stato col quale erano legati da solenni trattati; per compiere con maggior sicurezza quest'atto d'iniquità bisognava sorprendere i Veneziani, e togliere loro la notizia del trattato che avevano sottoscritto. Contribuì a coprire lo scopo de' confederati la convenzione fatta nello stesso tempo col duca di Gueldria: i plenipotenziarj si affrettarono di partire da Cambrai, per non richiamar troppo sopra di loro l'attenzione dell'Europa; e l'ambasciatore veneziano, avendo avuto qualche sospetto del turbine che lo minacciava, Lodovico XII gli protestò che nulla erasi conchiuso a Cambrai che potesse riuscire svantaggioso alla sua repubblica, e che egli non prenderebbe mai parte in tuttociò che potesse nuocere a così antichi alleati[449].
Lodovico XII aveva senza esitanza ratificato il trattato di Cambrai. Alberto Pio, signore di Carpi, ed il vescovo di Parigi, deputati di Massimiliano, ottennero altresì immediatamente la sua ratifica; nè più lungo tempo si fece desiderare quella di Ferdinando il cattolico, che, sebbene temesse la potenza degli stranieri in Italia, e diffidasse egualmente di Massimiliano e de' Francesi, non sentendosi però abbastanza forte per difendere i Veneziani, preferì di cominciare ad ingrandirsi a spese loro[450].
L'odio che Giulio II aveva concepito contro i Veneziani veniva accresciuto da due nuove offese: essi avevano accordato ai Bentivoglio un asilo negli stati della repubblica dopo la loro espulsione dal Milanese, e il loro senato aveva rifiutato di ammettere al vescovado di Vicenza il nuovo cardinale di san Pietro ad Vincula, nipote del papa, e da lui recentemente nominato[451]. Pure Giulio II esitava più che gli altri confederati a ratificare il trattato di Cambrai. Sentiva che questa lega accrescerebbe la potenza degli oltremontani in Italia, mentre che l'oggetto de' suoi più ardenti desiderj tendeva a purgarla da coloro ch'egli chiamava barbari. La sua diffidenza verso i Francesi veniva inoltre accresciuta dal suo odio contro il cardinale d'Amboise, ch'egli risguardava come colui che aspirava a succedergli, e di cui temeva le trame contro la propria sua vita. Aveva di fresco provato, in occasione del tumulto di Genova, quanto poco lo rispettassero i Francesi, e non poteva senza timore accrescere ancora la loro preponderanza. Massimiliano non era meno formidabile alla santa sede, sia per le pretese che l'impero aveva sempre avute sopra l'Italia, sia perchè il di lui erede essendo nello stesso tempo quello di Ferdinando, poteva di già temersi di vedere il nipote di questi due sovrani riunire le due monarchie in allora rivali; e se desso aggiugneva il regno di Napoli e la Marca veronese a tanti altri estesissimi stati, la santa sede, chiusa da ogni banda, più sperar non poteva di conservare la propria indipendenza, ed inutili diventavano tutti gli sforzi fatti da Giulio II per riunire le province staccate della Chiesa.
L'Epirota, Costantino Cominates, trovavasi in allora in Roma, ambasciatore di Massimiliano, che lo aveva in grandissimo favore. Era questi colui che in altri tempi ebbe la tutela dei giovani marchesi di Monferrato, e che in appresso, cacciato dai Francesi da quel principato, aveva contro di loro concepito grandissimo odio. Dopo di aver conferito con Giulio II, fu da lui incaricato di parlare segretamente al ministro della repubblica in Roma, Giovanni Badoero. Andò a trovarlo di notte; gli comunicò il trattato di Cambrai, di cui la repubblica non aveva ancora avuta contezza; e nello stesso tempo gli dichiarò che, se il senato voleva restituire al papa Faenza e Rimini, questi si staccherebbe dalla lega; che il senato potrebbe ancora disgustare Massimiliano colla Francia, assecondando i progetti dell'imperatore sul Milanese. Queste aperture furono immediatamente comunicate al consiglio dei dieci, che verso lo stesso tempo aveva da Milano avuto sentore del trattato[452].
Il consiglio dei dieci, prima di trattare col papa, volle tentare se infatti potrebbe staccarsi l'imperatore dall'alleanza della Francia. Gli mandò Giovan Pietro Stella, segretario del senato, colle più vantaggiose proposizioni. Ma quest'inviato non seppe conservare un impenetrabile segreto; l'ambasciatore francese, informato della sua venuta, impedì che fosse ricevuto: fu egualmente rimandato un altro negoziatore. Una conciliatrice proposizione che lo stesso Giulio II fece a Giorgio Pisani, secondo ambasciatore della repubblica a Roma, fu sdegnata da quest'uomo acre e di un carattere contraddicente, che neppure la comunicò ai suoi capi[453]. Finalmente la signoria, dopo avere deliberato intorno ai mezzi di staccare il papa dalla lega contro di lei formata, trovò, dietro il consiglio di Domenico Trevisani, che col cedere alla Chiesa, senza combattere, ciò che questa a stento potrebbe ottenere colle armi, si veniva ad acquistare a carissimo prezzo la neutralità di così debole nemico, e si dava in principio della guerra una troppo pericolosa prova di pusillanimità. Il papa, che aveva protratta fino all'ultimo giorno la ratifica del trattato, finalmente vi acconsentì; ma sotto l'espressa condizione ch'egli non agirebbe scopertamente contro i Veneziani, che quando i Francesi avrebbero di già cominciate le ostilità[454].
Vero è che il loro attacco non doveva più lungamente differirsi; Lodovico XII si era recato a Lione per affrettare la marcia delle sue truppe verso l'Italia; ii cardinale d'Amboise, che avidamente cercava un pretesto per rompere l'antica alleanza, aveva, in presenza di tutto il consiglio, fatti sanguinosi rimproveri all'ambasciatore veneziano, perchè i di lui padroni facevano afforzare l'abbadia di Cerreto, nello stato di Crema, contro il tenore di un trattato conchiuso dalla repubblica con Francesco Sforza il 29 aprile del 1454[455]. Lodovico XII nello stesso tempo si faceva dare, per questa guerra, vascelli dai Genovesi, danaro dai Fiorentini, danaro e soldati dai Milanesi, ai quali stavano sul cuore le province del loro stato cedute dalla Francia alla repubblica di Venezia. Finalmente in sul cadere di gennajo la corte di Francia si cavò la maschera; richiamò da Venezia il suo ambasciatore, rimandò quello de' Veneziani, come pure il segretario della repubblica residente in Milano, e pubblicò il suo manifesto. Per lo contrario Ferdinando il cattolico, seguendo la sua astuta politica, fece dichiarare alla repubblica: ch'egli era entrato nella lega sottoscritta a Cambrai contro i Turchi, ma non in quella contro Venezia; che gli erano ignoti i motivi di Lodovico XII per attaccare la signoria, ma che le offriva tutti i buoni ufficj ch'ella aveva diritto di ripromettersi dal suo affetto e dalla sua ricchezza[456].
Le ostilità erano già cominciate in riva all'Adda tra alcune truppe leggeri francesi e veneziane, allorchè l'araldo d'armi di Francia, introdotto in senato, denunciò la guerra a Leonardo Loredano, doge di Venezia, ed a tutti i cittadini di quella città, qualificandoli come uomini infedeli, che ingiustamente ritenevano le città del sommo pontefice e dei re dopo averle occupate colla violenza. Rispose il Loredano: che la repubblica non aveva mancato di fede a chicchessia, e che se ella non avesse troppo scrupolosamente osservati i suoi impegni verso la Francia medesima, Lodovico XII non avrebbe in Italia tanto terreno da poter riporre il piede. Dopo queste solenni proteste da ambedue le parti, ad altro non si pensò che alla guerra[457].
I Veneziani, sebbene abbandonati agli attacchi di quasi tutta l'Europa, e senza alleati, non disperavano della salute pubblica. Purchè non soggiacessero alla prima aggressione, essi non dubitavano che la lega non si sciogliesse entro pochi mesi: gli alleati erano posti in movimento da troppo discordi interessi, ed il carattere del papa e di Massimiliano promettevano troppo poca costanza per poter credere che lungo tempo persistessero in un'intrapresa tanto contraria ad ogni sana politica. I Veneziani pensarono adunque a porsi in sulle difese; le loro ricchezze, che ancora erano intatte, e la prosperità del commercio, non ancora scemato dai progressi de' Portoghesi nelle Indie, mettevano a loro disposizione tutti i condottieri, e loro permettevano di ragunare sotto lo stendardo di san Marco la più bell'armata che avesse fino allora combattuto nelle guerre d'Italia. Ma queste ricchezze, che formavano tutta la loro forza, furono successivamente disperse da fortuiti accidenti, come se il cielo medesimo si fosse unito alla lega di tanti nemici della repubblica. Il magazzino della polvere dell'arsenale di Venezia scoppiò con orribile fracasso, mentre che il consiglio stava adunato, e quest'incendio coprì l'intera città di ceneri e di brage. La fortezza di Brescia fu colpita da un fulmine, che spaccò le sue mura; una barca, che portava a Ravenna dieci mila ducati per pagare le truppe, affondò. Finalmente gli archivj della repubblica, che contenevano tutte le più preziose carte, furono preda del fuoco: e queste replicate disgrazie non erano tanto dannose per sè medesime, quanto per la funesta influenza che avevano sul coraggio del popolo, il quale le risguardava come altrettanti funesti presagj[458].