I Veneziani avevano preso al loro soldo molti condottieri nati negli stati della chiesa, fra gli altri Giulio e Renzo Orsini, signori di Ceri, di cui portavano il nome, e Troilo Savelli. Questi dovevano condur loro cinquecento uomini d'arme e tre mila fanti, ed essi avevano già ricevuto a conto quindici mila ducati. Ma il papa ordinò loro sotto le più severe pene ecclesiastiche e temporali di rompere il contratto, e nello stesso tempo di non restituire il danaro. I condottieri ubbidirono a quest'ordine del loro sovrano abituale[459]. Malgrado la loro assenza i Veneziani avevano non pertanto presso di Ponte Vico sull'Olio due mila cento lance intere, locchè suppone per ogni lancia quattro ed anche sei cavalli, mille cinquecento cavaleggieri italiani, mille ottocento Stradioti, diciotto mila fanti di linea, e dodici mila uomini di milizie[460]. Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, aveva il titolo di capitano generale di quest'armata, e Bartolommeo d'Alviano, della medesima famiglia, quello di governatore. Stavano presso all'armata a nome della signoria i due provveditori, Giorgio Cornaro ed Andrea Gritti, i quali si erano acquistata grandissima riputazione nelle negoziazioni e nelle armate. Uno era stato nel precedente anno contro Massimiliano nel Friuli, l'altro a Roveredo; ed in quella campagna si erano coperti di gloria[461].
Il re di Francia era in sul punto di attaccare la repubblica, mentre che gli altri confederati erano determinati a non muoversi che dopo aver giudicato dai primi avvenimenti della sorte della guerra. Perciò i Veneziani, destinando tutte le loro forze contro i Francesi, le avevano adunate sull'Olio. Colà due piani di guerra affatto contrarj vennero proposti dai due capi dell'armata. L'Alviano, che si era sempre distinto coll'ardimento de' suoi disegni, e colla prontezza della loro esecuzione, voleva portare la guerra nel paese nemico prima che Lodovico XII avesse potuto ragunare tutte le sue forze; faceva conto di giovarsi del malcontento, che il governo francese aveva destato in tutta l'Italia, per ribellar il ducato di Milano, appropriarsi tutti i mezzi di uomini e di danaro, che aveva la Lombardia, invece di lasciarli a disposizione del nemico; indi attaccare i diversi corpi francesi, di mano in mano che scenderebbero dalle Alpi, prima che potessero mettersi in linea. Per lo contrario il Pitigliano, prudente generale, che niente lasciava alla sorte, ma che l'Alviano accusava d'aggiugnere la timidità di un'età avanzata a quella del suo proprio carattere, avrebbe voluto che non si pensasse pure a difendere le terre della Ghiara d'Adda, che non erano di grande importanza; che si lasciasse che l'impeto francese si smorzasse negli assedj, facendo che l'armata si tenesse nel campo trincerato degli Orci, di cui Francesco Carmagnola e Giacomo Piccinino avevano conosciuta l'importanza nelle precedenti guerre: l'armata colà difesa dall'Olio e dal Serchio, minaccerebbe le truppe che volessero assediare Cremona o Crema, Bergamo o Brescia, travagliandole colla cavalleria leggiere, e avvicinandosi ancora alle medesime per toglier loro le vettovaglie, ma senza giammai abbandonare i luoghi fortificati[462].
Questi due piani di campagna potevano presentare grandi vantaggi; ma, come quasi sempre accade quando le operazioni militari dipendono dalle decisioni de' consiglj civili, i due partiti estremi, che potevano essere egualmente buoni, furono rigettati per prenderne uno di mezzo necessariamente cattivo. Coloro che consigliano intorno a materie che non conoscono, credono, secondo il detto di Necker, di porre il loro consiglio in sicuro, quando si tengono ad eguale distanza dalle opinioni estreme di due uomini dell'arte; e questo calcolo d'amor proprio riuscì fatale a molti stati. Il senato rigettò il consiglio dell'Alviano, come troppo audace, e quello del Pitigliano, come troppo timido; ma ordinò ai generali di condurre l'armata presso l'Adda per difendere la Ghiara d'Adda, loro prescrivendo nello stesso tempo di non venire a battaglia, quando non vi fossero forzati da urgente necessità, o che loro non si presentasse una favorevolissima occasione[463].
Il re di Francia avvicinavasi con più bellicose disposizioni; egli voleva venire a battaglia il più presto che fosse possibile, e sebbene tutte le sue truppe non fossero ancora in sulla linea, si affrettò di cominciare le ostilità, perchè il termine dei quaranta giorni, dopo il quale il papa e l'imperatore dovevano secondarlo, cominciasse a decorrere. Di suo ordine il signore di Chaumont passò l'Adda presso Cassano, il 15 aprile del 1509, con tre mila cavalli, sei mila fanti e poca artiglieria, dirigendosi sopra Treviglio distante tre miglia. L'armata veneziana non aveva ancora lasciato Pontevico; ma Giustiniano Morosini, provveditore degli Stradioti, trovavasi a Treviglio con Vitelli di città di Castello e Vincenzo Naldi, che comandava la buona infanteria dei Brisighella, assoldata in Romagna nel castello di questo nome[464]. Questi capi, credendo di non aver a fare che con un piccolo corpo di cavalleria leggiere, mandarono dugento fanti ed alcuni Stradioti per respingerli. Ma questi furono bentosto incalzati fino alle porte di Treviglio, ed i Francesi, che li caricavano con ardore, impostarono subito alcuni pezzi d'artiglieria contro le mura. Lo spavento sottentrò bentosto ad una imprudente confidenza, e gli abitanti di Treviglio forzarono la guarnigione ad arrendersi. Il provveditore Giustiniano, Vitelli e Naldi, furono fatti prigionieri con circa cento cavaleggieri e mille fanti. Solamente dugento Stradioti si salvarono colla fuga. Lo stesso giorno i Francesi attaccarono ancora i confini veneziani su quattro diversi punti, dai monti di Brianza fino alle vicinanze di Piacenza; ma dopo di avere in tal modo cominciata la guerra, tutti questi corpi si ritirarono, e lo stesso Chaumont tornò a Milano per aspettarvi il re[465].
Non giunse appena a Roma la notizia di queste prime ostilità che il papa pubblicò il 27 di aprile la bolla di scomunica, che aveva tenuta in serbo, contro il doge, i pregadi, il consiglio generale ed i cittadini di Venezia. Rinfacciava in questa alla repubblica di avere usurpate tutte le terre che possedeva in Romagna, e dichiarava, che, fino dall'epoca dell'acquisto di Cervia, l'anno 1468, si trovava colpita dalle scomuniche annuali della bolla in coena domini. Inoltre la repubblica aveva ne' suoi stati turbata l'ecclesiastica giurisdizione, vietando e perfino castigando gli appelli alla santa sede, assoggettando le persone ecclesiastiche ad un foro laico, ed attribuendosi contro la disposizione de' canoni la collazione de' beneficj. In disprezzo delle scomuniche pronunciate contro i Bentivoglio la repubblica aveva dato asilo ne' suoi stati a que' nemici della santa sede, e loro aveva inoltre permesso di stare nelle città più vicine ai confini per favoreggiare le loro pratiche in Bologna. Per tutte queste cagioni, conchiudeva Giulio II, la santa sede avrebbe potuto immediatamente trattare i Veneziani come infedeli, come pagani, come membra infette della chiesa, che conviene distruggere prima che corrompano le altre. Pure il pontefice per un effetto della sua estrema indulgenza voleva ancora denunciar loro le pene nelle quali erano caduti, accordando un termine perentorio di ventiquattro giorni per ravvedersi e restituire alla chiesa tuttociò che possedevano nel suo territorio, purchè gli rimettessero ancora tutti i frutti che avevano percetti in tutti gli anni della loro usurpazione[466].
Se poi i Veneziani differivano oltre il prescritto termine a ravvedersi e a dar prove del loro pentimento, il papa colla stessa bolla assoggettava agli interdetti non solo Venezia, ma tutte le terre del suo dominio, e tutte quelle che darebbero asilo a qualunque veneziano. Dichiarava i cittadini di Venezia colpevoli di lesa divina maestà e perpetui nemici del nome cristiano, permettendo a chiunque di attaccarli, d'impadronirsi de' loro beni e delle loro persone e di venderli come schiavi: tanto è vero che la chiesa romana ha poco meritato l'encomio spesso accordatole d'avere abolita la schiavitù[467].
Frattanto l'armata veneziana trovandosi adunata, si avanzò da Ponte Vico a Fontanella, grossa terra lontana sei miglia da Lodi, dal qual luogo poteva facilmente soccorrere Cremona, Crema, Caravaggio e Bergamo. Colà seppero i suoi generali che il signore di Chaumont aveva ripassata l'Adda, ed in conseguenza credettero venuta l'opportunità di ricuperare Treviglio. Il solo Alviano si oppose a questa risoluzione, rappresentando che non conveniva avvicinarsi al nemico che quando si volesse attaccare, e che era un seguire contemporaneamente due progetti contraddittorj lo avanzarsi contro di lui e il volere stare in sulla difensiva. Ma non essendosi dato orecchio a queste obbiezioni, l'armata veneziana occupò prima Rivolta sulle sponde dell'Adda, ed in appresso attaccò Treviglio, ove il signore di Chaumont aveva lasciate cinquanta lance e mille fanti sotto gli ordini dei capitani Imbauld e Fontrailles. Avendo subito l'artiglieria aperta una breccia dalla banda di Cassano, la guarnigione capitolò; gli ufficiali rimasero prigionieri, ed i soldati si ritirarono disarmati. Per disgrazia i Francesi non capitolarono l'amnistia per gli abitanti, i quali sollevandosi avevano fatto cedere la piazza; onde i generali veneziani per gastigare questa insubordinazione, abbandonarono Treviglio al saccheggio[468].