Ma lo stesso giorno 8 di maggio in cui Treviglio aveva capitolato, Lodovico XII giunse sull'opposta sponda dell'Adda, e nel susseguente giorno fece gettare tre ponti su questo fiume al dissotto di Cassano, senza che i Veneziani, che n'erano lontani alcune miglia, ed intenti al sacco di Treviglio si opponessero alla loro costruzione. La sponda di Cassano è più alta che non la sponda opposta, e la difesa del fiume sarebbe sempre riuscita difficile; pure i Francesi non avevano mai potuto aspettarsi che non si tentasse di farlo; e quando Gian Giacopo Trivulzio vide Lodovico XII con tutta la sua armata sulla riva sinistra dell'Adda, gli disse, «Sire, oggi voi avete vinti i Veneziani[469].» L'Alviano, senza essere informato del passaggio dei Francesi, sentiva la necessità di condurre la sua armata sulle rive del fiume, e non potendo in altro modo strappare i suoi soldati dal saccheggio, fece appiccare il fuoco a Treviglio per iscacciarli; ma a malgrado di questa crudele esecuzione, arrivò troppo tardi; e le due armate più non essendo separate da verun ostacolo, i Veneziani rientrarono nel loro campo intorno a Treviglio, che era situato vantaggiosissimamente, ed i Francesi si accamparono in distanza di un miglio.

Avendo Lodovico XII riconosciuta la posizione de' Veneziani, e giudicando troppo pericolosa cosa l'attaccarli, dopo essere rimasto un giorno in loro presenza, nel susseguente piegò dalla banda di mezzogiorno e discese lungo il fiume fino a Rivolta, di cui s'impadronì. Dopo esservi rimasto un giorno, bruciò quel villaggio, e continuò ad avanzarsi per quella strada onde giugnere a Pandino o a Vailate, e separare in tal modo l'armata veneziana dai magazzini che aveva a Crema ed a Cremona. Mentre che il re camminava lungo le tortuose rive dell'Adda, i Veneziani avrebbero potuto, seguendo la corda dell'arco che descriveva Lodovico XII, giugnere per più breve via ad una seconda posizione più vicina a Crema e non meno buona di quella che occupavano. Il Pitigliano voleva eseguire questo viaggio soltanto all'indomani, e l'Alviano insisteva di porsi subito in cammino onde sopravanzare il nemico. Infatti fu dato l'ordine di partire. Gli alti cespugli, ond'è coperto il paese, nascondevano affatto l'armata veneziana, che teneva la strada a destra, alla vista de' Francesi, che seguivano la manca; e la linea di quella essendo più diretta, essa si trovò bentosto avvantaggiata. Ma precisamente in questo luogo le due strade si ravvicinavano, e l'Alviano, che aveva il comando della retroguardia, ebbe contezza che Carlo d'Amboise e Gian Giacopo Trivulzio, che comandavano l'avanguardia francese, si trovavano a lui vicinissimi[470].

Contavansi nell'armata di Lodovico XII due mila lance, mille svizzeri e dodici mila fanti guasconi o italiani con un bel parco d'artiglieria[471]. L'avanguardia d'Amboise aveva cinquecento lance ed alcuni svizzeri; nella retroguardia dell'Alviano trovavansi ottocento uomini d'armi ed il fiore della fanteria italiana. La battaglia tra queste due divisioni non era disuguale; ma la marcia degli altri corpi allontanava sempre più il Pitigliano dall'Alviano, e per l'opposto ravvicinava sempre più Lodovico XII a Carlo d'Amboise. Non potendo l'Alviano schivar la battaglia mandò subito a dire al suo collega ch'egli era alle mani, e lo invitava nello stesso tempo a fermare la sua colonna ed a soccorrerlo. Il Pitigliano fin dal principio della campagna aveva dovuto lottare contro l'impetuosità dell'Alviano; l'aveva sempre veduto cercare que' pericoli ch'egli credevasi in dovere di evitare, onde, supponendo che in questa occasione l'Alviano volesse costringerlo suo malgrado a combattere, gli fece dire di continuare la sua ritirata in buon ordine, poichè era volontà del senato di non venire a battaglia[472].

Frattanto l'Alviano si era apparecchiato a combattere: aveva collocati i suoi fanti con sei pezzi d'artiglieria sopra un argine destinato a tener a freno le acque di un torrente che in quel momento era secco, ed aveva vigorosamente attaccata la cavalleria francese in un suolo imbarazzato da vigne, ove non poteva liberamente muoversi. L'Alviano approfittò di questo vantaggio, la respinse e la inseguì fino ad un luogo più aperto. Nello stesso tempo giugneva il re col corpo di battaglia e la retroguardia dell'Alviano, che aveva di già ottenuto un notabile vantaggio, trovavasi addosso tutta l'armata nemica. Il valore del generale si era comunicato ai soldati e l'ottenuto vantaggio sosteneva il loro ardore, di modo che continuarono la battaglia tre ore colla più grande intrepidezza. Una dirotta pioggia sopraggiunta in tempo della battaglia faceva pei pedoni sdrucciolevole il terreno; la speranza di veder giugnere il Pitigliano, nei di cui soccorsi era riposta ogni fiducia, cominciava a mancare; ma la fanteria italiana di Brisighella, che era distinta dalle sue casacche mezzo bianche e mezzo rosse, si rese degna della sua nuova riputazione; perciocchè, sebbene costretta a ripiegare fino in un aperto piano, ed ivi esposta agli attacchi della cavalleria, mai non ruppe le sue linee. Circondati, serrati, oppressi, questi fanti romagnoli si fecero quasi tutti uccidere, dopo avere a caro prezzo venduta la loro vita. Avevano costoro ricevuto da Naldo di Brisighella in valle di Lamone il loro nome e la loro organizzazione, e tutta la fanteria di linea dei Veneziani aveva in appresso adottati i loro colori e la loro ordinanza. Questa fanteria lasciò sei mila morti sul campo di battaglia, il doppio press'a poco di ciò che perduto avevano i Francesi. Gli uomini d'armi veneziani non soffrirono molto; ma Bartolommeo d'Alviano, ferito in volto, fu fatto prigioniero, e condotto al padiglione del re. Caddero in potere de' Francesi venti pezzi d'artiglieria: il restante dell'armata veneziana continuò a ritirarsi senza essere inseguito[473].

Questa battaglia, chiamata di Vailate o di Agnadello, nella Ghiara d'Adda, si diede il 14 maggio del 1509. Con questa cominciò un nuovo sistema di guerra distinto da maggior ferocia nella mischia e da sconfitte più sanguinose. Da quindici anni gli oltramontani avevano portate le loro armi in Italia; pure non si era ancora veduto un campo di battaglia coperto da tanti morti, nè l'infanteria avere una parte così importante nell'azione. Ma quanto più le guerre si prolungano, tanto più diventano nazionali; quanto più i patimenti de' vinti rendonsi intollerabili, tanto più ognuno sente essere meglio il difendersi fino all'estremo, che il lasciarsi opprimere senza combattere. Finalmente giugne l'istante in cui i popoli pongono nella lotta la totalità delle loro forze ed in cui la vittoria più non sembra potersi ottenere che coll'esterminio de' vinti: e quanto più gli agressori hanno accresciuto il loro numero ed i loro mezzi di attacco, tanto più ruinosa diventa la loro consumazione ed insoffribile il loro giogo. La resistenza si accresce coll'oppressione. Dopo sanguinose battaglie la medesima ferocia vien portata nell'assedio delle città e nel trattamento de' paesi conquistati. Dall'epoca di questa prima battaglia, ogni anno fu insignito da maggior furore e da più grande effusione di sangue, fino all'istante in cui un generale spossamento costrinse finalmente alla pace le nazioni ed i loro capi, perchè la generazione atta alle armi era quasi affatto distrutta, e perchè non potevansi mettere a numero le armate coi vecchi e coi fanciulli.

Lodovico XII approfittò della sua vittoria con una rapidità, che fece più onore ai suoi militari talenti, che non l'esito medesimo della battaglia. Nel susseguente giorno si presentò sotto Caravaggio, che aprì subito le sue porte; e la rocca, attaccata dall'artiglieria, capitolò il giorno dopo. Bergamo gli mandò le chiavi il giorno 17, ed il re la fece occupare da cinquanta lance e da mille fanti: la rocca non si sostenne che due o tre giorni. In ogni capitolazione Lodovico XII richiedeva sempre che i gentiluomini veneziani che si trovavano nelle città restassero suoi prigionieri. Egli voleva costringerli a pagargli così grosse taglie da rovinare le loro famiglie e porli nell'assoluta impossibilità di soccorrere colle private loro sostanze il pubblico erario. Intanto egli si avvicinava a Brescia, tenendo dietro all'armata veneziana che si era ritirata verso quella città, ed era assai diminuita dalla diserzione. I due provveditori, Giorgio Cornaro ed Andrea Gritti, avevano in vano pregati i Bresciani di riceverli entro le loro mura; il conte Giovan Francesco Gambara, capo della fazione Ghibellina, nel momento in cui aveva avuto avviso della sconfitta di Vailate si era co' suoi partigiani impadronito delle porte, ricusò d'aprire alle truppe venete, ed il ventiquattro di maggio le diede ai Francesi. Il Pitigliano, non si trovando sicuro in vicinanza di una città ribellata, si ritirò a Peschiera coi resti della sua armata[474].

Le calamità si succedevano a danno dei Veneziani con una così spaventosa rapidità, che nè il senato di cui si era tanto vantata la costanza e la fermezza, nè il popolo da cui speravansi atti di patriottismo, non trovavano in loro medesimi abbastanza di forza per resistere. Prodigiosi sforzi erano stati fatti per raccogliere danaro prima dell'apertura della campagna. A tal fine la repubblica aveva adottati espedienti contrarj a tutte le sue costumanze; aveva preso a prestito da qualunque persona; ottenuti doni patriottici da tutti i nobili e da tutte le città suddite; aveva levata la metà dei soldi a tutti i pubblici funzionarj[475], e di già tutti questi tesori erano consumati; e l'armata raccolta a sì gran prezzo era distrutta o dispersa. Omai non trattavasi soltanto di rimontarla, conveniva pensare ancora alla flotta, poichè i Francesi ne armavano una in Genova la quale non avrebbe tardato ad infestare le rive dell'Adriatico. Infatti il senato ordinò di equipaggiare cinquanta galere sotto gli ordini di Angelo Trevisani, ed in pari tempo mandò ordine in tutti i suoi possedimenti marittimi di trasportare a Venezia tutti i grani disponibili, onde mettere almeno la capitale in istato di sostenere un lungo assedio[476].

Subito dopo la sommissione di Brescia, Crema aprì le sue porte al re ad istigazione di Soncino Benzoni, discendente dagli antichi tiranni di quella città; Cremona e la fortezza di Pizzighettone avevano pure capitolato. La sola fortezza di Cremona continuava a difendersi, perchè Lodovico XII aveva preteso che tutti i gentiluomini veneziani che vi si trovavano fossero suoi prigionieri; e Zaccaria Contarini, di cui erano note le grandi ricchezze, vi si era chiuso con molti altri signori, che i Francesi volevano ruinare con esorbitanti taglie. Il conte di Pitigliano aveva abbandonata anche Peschiera per ripiegarsi sopra Verona; ma aveva lasciato in guardia di questa fortezza Andrea di Riva e suo figlio, gentiluomini veneziani, con quattrocento fanti; essendosi lusingato che questi, approfittando della forza della piazza e dei vantaggi della sua situazione, ritarderebbero i Francesi tanto tempo quanto gliene abbisognava per rifare la sua armata.

Il successo non corrispose alle speranze del Pitigliano: non appena l'artiglieria ebbe fatta una stretta breccia nelle mura di Peschiera, che gli Svizzeri ed i Guasconi corsero all'assalto e presero la fortezza. La guarnigione fu tutta passata a fil di spada, e Lodovico XII fece appiccare Andrea di Riva e suo figlio, non per altro motivo che per incutere terrore a coloro che tenterebbero di difendersi. Nello stesso modo aveva fatto pochi giorni prima appiccare quei valorosi che difendevano Caravaggio. Gli uomini deboli sono quasi sempre crudeli; ed i re, che seguono le armate senza essere generali, sono più che gli altri inclinati a crudeltà, perchè risguardano ogni resistenza alla loro volontà, come una personale offesa, che gli assolve dalle leggi della guerra[477].