Erano appena passati quindici giorni dopo la vittoria di Vailate, che Lodovico XII aveva di già conquistata tutta quella parte del territorio veneziano che gli dava il trattato di Cambrai; e la sola cittadella di Cremona, che ancora resisteva, non tenne più di quindici giorni. Le province che aveva occupate accrescevano di più di dugento mila ducati le reali entrate del ducato di Milano. Gli altri alleati, che appena avevano lasciato conoscere la loro nimicizia, finchè Venezia conservava tutta la sua potenza, attaccarono su tutti i punti i confini veneziani quand'ebbero avviso della sconfitta di Vailate. Il papa aveva dato il comando della sua armata a suo nipote, Francesco Maria della Rovere, che nel precedente anno era succeduto nel ducato di Urbino a Guid'Ubaldo da Montefeltro, suo padre adottivo. Contava quest'armata quattrocento uomini d'armi, quattrocento cavaleggieri, e pochi giorni dopo venne pure ingrossata da tre mila Svizzeri assoldati dal pontefice. Dopo aver guastato il territorio di Cervia prese Solarolo, tra Faenza ed Imola, e andò ad attaccare Brisighella, principal luogo della bellicosa provincia di val di Lamone. Giovan Paolo Manfrone era incaricato di difendere questa terra con ottocento fanti ed alcuni cavalli; aveva tentata una sortita senza ben conoscere la forza degli assalitori; ma venne così vigorosamente respinto, che i nemici entrarono coi fuggitivi nella terra. La loro ferocia non era minore di quella degli oltremontani, e tutti gli sgraziati abitanti di Brisighella caddero sotto le loro spade[478].
L'armata pontificia si accostò a Ravenna, ma fu dieci giorni trattenuta dalla fortezza di Russi, posta tra Faenza e Ravenna: Giovanni Greco, comandante degli Stradioti veneziani, fu fatto prigioniero da Giovanni Vitelli; Russi capitolò, e sebbene i generali pontificj non avessero talenti, e non agissero d'accordo, pure tanto scarso era il numero delle truppe veneziane in Romagna, e così grande lo scoraggiamento ed il terrore, che Faenza, Rimini, Ravenna e Cervia capitolarono, promettendo di aprire le loro porte se non venivano soccorse entro un determinato tempo[479].
Anche Alfonso d'Este, duca di Ferrara, era entrato nella lega di Cambrai, ed il diecinove d'aprile fu dal papa nominato gonfaloniere della chiesa romana. Pure egli aveva aspettata la rotta di Vailate per cominciare le ostilità. Allora congedò il Vismodino, che in Ferrara teneva ragione pei Veneziani; richiamò il suo ambasciatore, ed il diecinove di maggio mandò trentadue pezzi di cannone al campo della Chiesa che attaccava la rocca di Ravenna. Il trenta di maggio entrò in campagna, occupando senza trovar resistenza il Polesine di Rovigo, Este, Montagnana e Monselice, antico patrimonio della sua casa[480].
Il marchese di Mantova non fu meno sollecito ad approfittare della sconfitta de' suoi antichi vicini: s'impadronì d'Asola e di Lunato, che Filippo Maria Visconti aveva conquistati ai tempi del suo bisavo, e che in appresso erano stati ceduti alla repubblica. Avrebbe dovuto avere anche Peschiera; ma questa fortezza conveniva troppo al re di Francia, perchè il marchese ardisse di rifiutargliela; e si accontentò della promessa di essere altrove indennizzato[481].
L'ambasciatore di Spagna, che si era trattenuto in Venezia fin dopo la rotta di Vailate, senza cessar mai di protestare l'attaccamento del suo padrone a Venezia, colse altresì questo istante per domandare la sua udienza di congedo. Ferdinando aveva mandati due mila fanti spagnuoli a Napoli, che, uniti a tre mila fanti napolitani, si erano in sul finire di maggio avvicinati a Trani per formarne l'assedio. Una flotta francese, unita alla siciliana, si era presentata in faccia al porto della stessa città; pure, così persuaso da Fabrizio Colonna, il vicerè di Napoli aveva proceduto a questa spedizione con molta lentezza. I Veneziani, che di già pensavano a staccare Ferdinando dalla lega formata contro di loro, colsero quest'occasione per offrirgli la restituzione di tuttociò che possedevano nel regno di Napoli; richiamarono tutti i comandanti, ordinando loro di consegnare agli Spagnuoli le città che abbandonavano[482].
L'armata di Massimiliano non compariva ancora in verun luogo; ma i suoi vassalli e governatori delle limitrofe province, approfittavano del terrore in cui tutto era immerso lo stato di Venezia per attaccarlo contemporaneamente sopra varj punti. Nell'Istria, Cristoforo Frangipani s'impadronì di Pisino e di Duino; il duca di Brunswik entrò nel Friuli con due mila uomini e prese Feltre e Belluno. Nello stesso tempo Trieste, Fiume e le altre città conquistate in principio del precedente anno rialzarono le insegne di Casa d'Austria; il conte di Lodrone soggiogò alcuni castelli in vicinanza del Lago di Garda; per ultimo il vescovo di Trento occupò Riva di Trento ed Agresto[483]. L'intera repubblica pareva cadere in dissoluzione, ed anche nell'interno di Venezia il senato più non tenevasi sicuro, nè di quella infinita moltitudine di forastieri che vi aveva raccolti il commercio, nè di que' plebei che la costituzione escludeva dalle funzioni governative, e che riclamavano contro un'usurpazione che più non era legittimata dalla prosperità, esterno segno della saviezza de' consiglj[484].
La diserzione aveva ridotta l'armata veneziana in uno stato deplorabile. Abbandonando tutta la terra ferma, allontanandosi da tutte le città che successivamente avevano ricusato di riceverla, si era rifugiata a Mestre in riva alla Laguna, ove più non conservava nè disciplina nè ubbidienza verso i suoi superiori. Il senato non risparmiò nè attività, nè tesori per formare una nuova armata; fece offrire a Prospero Colonna, che allora trovavasi ai confini del regno di Napoli, il comando di tutte le sue truppe, ed un annuo soldo di sessanta mila ducati, purchè il Colonna conducesse subito alla repubblica mille e due cento cavalli[485]. Le guarnigioni ritirate dalle città di Romagna e dell'Adriatico, e le truppe leggeri, che stavano nella Grecia e nell'Illiria, avrebbero potuto riparare le perdite dell'armata; ma la più funesta conseguenza di una sconfitta non è già la morte di alcune migliaia d'uomini, bensì la distruzione della confidenza e della fedeltà del soldato.
In questa universale sciagura i Veneziani non pensarono nemmeno a placare il re di Francia: la mala fede con cui aveva dissimulato il suo odio, la perfidia delle sue trame contro di loro mentre combattevano per lui medesimo, l'accanimento con cui approfittava de' presenti vantaggi, e la sua crudeltà verso i prigionieri ed i vinti, inspiravano per lui un invincibile allontanamento. Non eravi verun altro nemico con cui i Veneziani non desiderassero di riconciliarsi piuttosto che con lui; non eravene alcuno cui non preferissero di cedere quelle piazze che più non isperavano di poter difendere. Avevano di già consegnate a Ferdinando tutte le città della Puglia da questo monarca pretese; cercarono di appagare cogli stessi mezzi l'ambizione del papa e dell'imperatore, onde staccarli dalla Francia. Avevano più volte cercato di mandare deputati in Germania; ma il vescovo di Trento non aveva voluto permetter loro di entrare nel suo paese, perchè erano scomunicati. Finalmente Antonio Giustiniani, nominato ambasciatore presso Massimiliano, potè giugnere alla sua corte; gli chiese grazia con tanta umiltà, con tanto avvilimento della repubblica che avrebbe dovuto ispirare piuttosto il disprezzo, che la compassione, se la stessa pedanteria della sua arringa latina, che ci fu conservata, non avesse fatto conoscere che, secondo il costume dei retori, il Giustiniani esagerava i sentimenti che era incaricato di esprimere e loro dare non sapeva alcuna misura[486].