Ne' susseguenti giorni Nemours cercò con accorte marcie di tirare gli Spagnuoli fuori della loro posizione; ma questi tenevano appoggiata la loro sinistra all'Appennino, e trovavano sempre vantaggiosi accampamenti, tenendo quest'ala per perno; mentre i Francesi, che si avanzavano in una pianura bassa e tagliata da frequenti canali, mai non trovavano una posizione in cui potessero con vantaggio dare battaglia[205].
Mentre i due generali spiegavano la loro cognizione militare in questi movimenti, Gastone di Foix ricevette da Lodovico XII un corriere per affrettarlo a venire a battaglia. Il re aveva penetrato che Massimiliano coll'intervento del papa aveva conchiusa una tregua di dieci mesi coi Veneziani, a condizione che questi gli pagherebbero 50,000 fiorini, e che l'una e l'altra potenza conserverebbero ciò che possedevano. Nello stesso tempo Girolamo Cavanilla, ambasciatore del re d'Arragona, aveva domandata l'udienza di congedo, lo che sembrava annunciare un vicino attacco dalla banda de' Pirenei. Lo stesso Gastone aveva ricevute notizie tali che accrescevano la sua impazienza di combattere, ma che teneva cautamente celate a tutti i suoi ufficiali. Il capitano de' suoi landsknecht, Giacomo von Embs, o Empser, trovavasi da molto tempo al servigio della Francia; era stato ben trattato dal re, e, sebbene non parlasse l'idioma francese, aveva un onorato grado nella milizia. L'8 di aprile, il giorno susseguente alla venuta di Bajardo al campo, Empser ricevette un ordine dall'ambasciatore dell'imperatore Massimiliano a Roma, diretto a tutti i Tedeschi che militavano nell'armata francese, col quale veniva loro ingiunto a nome dell'imperatore di abbandonare immediatamente l'armata e di ricusare di combattere contro le truppe del papa o del re d'Arragona. Giacopo Empser, senza comunicare quest'ordine a chicchessia, lo portò a Bajardo, chiedendogli consiglio. Bajardo lo condusse al duca di Nemours; e tutti due persuasero il capitano Giacomo a promettere di tenere la cosa segreta: ma un secondo corriere poteva recare un somigliante ordine ad altri capitani tedeschi; e se questi ubbidivano, se i loro compatriotti, che formavano il terzo dell'armata francese, si ritiravano, quest'armata era perduta senza combattere[206]. Tali motivi consigliarono Nemours a volgersi bruscamente verso Ravenna, persuaso che Raimondo di Cardone non acconsentirebbe che fosse presa sotto i suoi occhi una così importante città, e accorrendo per difenderla gli offrirebbe la bramata occasione di tentare la sorte d'una battaglia[207].
Infatti il Cardone risolse di difendere Ravenna; vi mandò Marc'Antonio Colonna con sessanta uomini d'armi, cento cavaleggieri e seicento fanti spagnuoli; ma per ridurre Marc'Antonio a chiudersi in quella città convenne che il vicerè, il legato, Fabrizio Colonna e Pietro Navarro, obbligassero la loro fede a soccorrere Ravenna, se i Francesi l'assediavano.
I due primi fiumi che scendendo dagli Appennini mettono foce in mare e non nel Po, il Ronco ed il Montone, passano uno a destra, l'altro a sinistra di Forlì, a non molta distanza dalla città, e, riunendosi sotto le mura di Ravenna, si gettano in mare tre miglia più abbasso. Il Nemours erasi avanzato fra questi due fiumi, vi aveva preso e saccheggiato il forte castello di Russi, indi aveva segnato il suo accampamento innanzi a Ravenna, appoggiando l'ala destra al Ronco, e la sinistra al Montone ed aveva aperte le sue batterie. Di già cominciavano a mancargli le vittovaglie; i suoi saccomanni dovevano fare sette o più miglia di strada per trovare qualche cosa da prendere in campagna, ed i Veneziani, padroni del Po, gli toglievano ogni comunicazione con Ferrara[208].
Conveniva ad ogni modo uscire bentosto da così pericolosa situazione, ed il Nemours, avendo colla sua artiglieria aperta nelle mura di Ravenna una breccia larga trenta braccia, risolse di dare l'assalto, sebbene detta breccia fosse alta tre braccia, e non vi si potesse giugnere che colle scale. Per risvegliare l'emulazione tra le nazioni che servivano insieme nella sua armata, la mattina del 9 aprile, giorno del venerdì santo, fece marciare separatamente all'assalto i Tedeschi, gl'Italiani ed i Francesi. Avanti ad ogni corpo marciavano a piedi dieci uomini d'armi compiutamente armati, e scelti fra tutta la cavalleria. Gli assalitori montarono infatti sulla breccia colla maggiore intrepidezza, e vi si mantennero sotto il fuoco dei nemici con grandissima ostinazione; ma l'apertura fatta nella muraglia era così angusta e di così difficile accesso, che dava ai suoi difensori tutto il vantaggio. Gli Spagnuoli si mantennero immobili al loro posto, ed i Francesi furono respinti. Francesco di Beusserailhe, signore de l'Espì, comandante dell'artiglieria, e Chatillon, furono mortalmente feriti; Federico di Bozzolo, cadetto della casa Gonzaga, che in appresso si rendette così famoso, fu ancor esso ferito; e rimasero sul campo di battaglia, morti dall'una e dall'altra parte, circa mille cinquecento uomini[209].
L'armata spagnuola stava sotto Faenza, fuori della porta che mette a Ravenna: quand'ebbe avviso dell'intrapresa di Gastone di Foix, si avanzò immediatamente, passò il Montone a Forlì, e dopo d'avere camminato alcun tempo fra i due fiumi, passò di nuovo il Ronco, e si avanzò sulla sua riva destra. Voleva Fabrizio Colonna che l'armata facesse alto in distanza di tre miglia dal campo di Nemours, onde tenere così i Francesi in timore. Se questi prendevano Ravenna, siccome il loro generale non avrebbe potuto impedire che gli avventurieri si disperdessero per saccheggiare, gli Spagnuoli sarebbero piombati sopra di loro in quel momento di disordine, e facilmente gli avrebbero compiutamente disfatti[210]. Se poi si restavano inattivi, la mancanza delle vittovaglie non poteva tardare a riuscir loro molesta, ed a ridurli agli estremi. Ma il Navarro non approvava giammai gli altrui consiglj; egli desiderava una battaglia, nella quale dar prova della superiorità della sua fanteria, e persuase Raimondo di Cardone ad avanzare; infatti il 10 d'aprile il Cardone presentossi tutto ad un tratto innanzi all'armata francese sull'altra riva del Ronco, mentre che questa stava esaminando le proposizioni che facevano, per arrendersi, gli abitanti di Ravenna[211].
Il Nemours fece subito ritirare i cannoni dalle batterie per dirigerli contro l'armata spagnuola; adunò nello stesso tempo un consiglio di guerra per iscegliere tra i diversi partiti che si offrivano. Se permettevasi agli Spagnuoli d'entrare in Ravenna, perduta era ogni speranza di prendere quella città, e la ritirata poteva riuscire pericolosa e vergognosa; per fermarli rendevasi necessario di passare il Ronco sotto i loro occhi, ed attaccarli nella loro marcia; ma, anche ciò facendo, non potevasi impedir loro di giugnere, se volevano, alla pinaja che stendesi fino al mare, e di arrivare alle porte della città senza venire a battaglia[212].
L'errore o la presunzione del Cardone trasse il duca di Nemours dall'imbarazzo in cui si trovava. Il primo, invece d'entrare in Ravenna, come avrebbe potuto farlo, segnò il suo campo in faccia ai Francesi, tre miglia distante dalla città, con intenzione di metterli tra due fuochi; ed impiegò tutta la notte nel coprire con una larga e profonda fossa la fronte della sua armata. Il Nemours, avvisato di ciò che stava facendo il generale nemico, fece sentire al suo consiglio di guerra che non dovevasi ritardare l'attacco de' nemici, malgrado i loro trinceramenti. Fece perciò in tempo di notte gettare dei ponti sul Ronco e spianare gli argini che lo contengono in tempo di piena; in appresso in sullo spuntare del giorno, la domenica di Pasqua, 11 aprile del 1512, fece passare il ponte alla sua fanteria tedesca, mentre il restante dell'armata guardava il fiume. Lasciò soltanto sulla sinistra del Ronco Ivone d'Allegre con quattrocento lance e l'infanteria della retroguardia, per tenere in dovere la guarnigione di Ravenna; e diede a due capitani italiani, i fratelli Scotti, mille fanti, per guardare il ponte del Montone, e tenere aperta, in caso di sinistro successo, la strada su cui avrebbe dovuto ritirarsi l'armata[213].
Il Nemours dispose la sua armata in semicerchio; appoggiò al fiume l'estremità dell'ala destra, colla quale voleva cominciare l'attacco, rinculò il suo centro, ed avanzò di nuovo l'ala sinistra. Aveva collocata sulla diritta l'artiglieria comandata dal duca di Ferrara, e settecento uomini d'armi francesi; dopo di questi veniva la fanteria tedesca; indi otto mila fanti, parte Guasconi e parte Picardi, formavano il corpo di battaglia; per ultimo cinque mila Italiani, comandati da Federico di Bozzolo, componevano l'ala sinistra, la quale era coperta da tre mila arcieri o cavaleggieri. La Palisse aveva il comando d'una retroguardia di seicento lance, collocate in riva al fiume, e con lui trovavasi il cardinale Sanseverino, legato del concilio, che si era coperto da capo a piedi di lucidissima armatura, ed era a motivo della gigantesca sua statura conosciuto a molta distanza[214].