Gastone di Foix, che di ventidue anni aveva ottenuto l'importantissimo comando della Lombardia, aveva date nella sua prima gioventù tali prove di talenti militari, che pochi vecchi guerrieri pareggiarono. Circondato da nemici, tutti egualmente pericolosi, aveva nel cuore dell'inverno fatto testa a tutti successivamente colla stessa armata; e sempre gli aveva sopraggiunti in una perfetta sicurezza, mentre lo supponevano in faccia ad altre armate. Dal mese di novembre in poi aveva inquietati gli Svizzeri scesi in Lombardia, e forzatili a rientrare nelle loro montagne; aveva costretta l'armata del re di Spagna e del papa a levare l'assedio di Bologna, ed a ritirarsi in Romagna; aveva battuto Gian Paolo Baglioni coi Veneziani tra l'Adige ed il Mincio, e finalmente aveva ripresa Brescia, distruggendovi l'armata del Gritti e dell'Avogaro. Dopo quest'ultima vittoria Gastone pareva abbandonarsi ai piaceri, non d'altro occupandosi che delle feste del carnovale; ma frattanto la sua armata era in cammino, ed apparecchiavasi a nuove intraprese; e per tirarlo da questo apparente dissipamento non abbisognavano gli eccitamenti di Lodovico XII, che gli pervennero uno dietro l'altro, affrettandolo di correre alla battaglia[195].
Lodovico XII vedeva finalmente addensarsi sul proprio capo tutti i turbini che Giulio II da tanto tempo andava preparando. Aveva Ferdinando saputo approfittare della sua influenza sul suo genero, il re d'Inghilterra, per persuaderlo a firmare in Londra, il 17 novembre del 1511, un'alleanza il di cui oggetto manifesto era quello di far ricuperare all'Inghilterra il possedimento della Guienna, mentre Ferdinando contava di approfittarne per riconquistare egli stesso la Navarra. Giovanni d'Albretto, re di Navarra, era ciecamente entrato in tutti gli interessi della Francia: per far cosa grata a Lodovico XII aveva riconosciuto il concilio di Pisa, e si trovava colpito dalle scomuniche fulminate contro i fautori di Lodovico. Ferdinando non credeva d'abbisognare di verun altro pretesto per invadere i suoi stati; ma conveniva rendere altrove necessarj i soccorsi che avrebbe potuto dargli la Francia. A tale oggetto Ferdinando persuadeva Enrico VIII ad attaccare la Guienna, e gli offriva per ajutarlo a conquistarla cinquecento uomini d'armi, mille cinquecento cavaleggieri e quattro mila fanti[196].
Enrico VIII tenne per qualche tempo segreto il trattato che sottoscritto aveva con Ferdinando; negò a Lodovico XII, che ne aveva avuto qualche sentore, l'esistenza del medesimo; ed il 9 di dicembre ricevette da questi l'ultimo pagamento de' sussidj, che il re di Francia aveva promesso di dargli pel mantenimento della pace[197]. Ma in occasione dell'apertura del parlamento, il 4 febbrajo 1512, partecipò a quest'assemblea il suo progetto di attaccare la Francia, per isciogliere il concilio di Pisa, e far restituire Bologna alla Chiesa. Ottenne dal parlamento considerabili sussidj per l'esecuzione di tali progetti, che pure sembravano affatto stranieri all'Inghilterra[198]. Una nave del papa, la prima che spiegasse bandiera pontificia nelle acque del Tamigi, giunse a Londra carica di vini greci e di frutta del mezzogiorno, che il papa mandava in dono ai prelati, ai lordi ed ai membri della camera dei comuni: questo nuovo inaudito onore sedusse non meno gl'Inglesi che il loro re; e l'intera nazione si associò con entusiasmo ad una guerra senza motivo[199].
Lodovico XII doveva temere l'attacco degl'Inglesi su tutte le coste, quello di Ferdinando su tutta la linea de' Pirenei, quello degli Svizzeri sulla Borgogna o in Italia. Nella quale ultima contrada il papa, il vicerè di Napoli ed i Veneziani, minacciavano di nuovo il suo luogotenente, il duca di Nemours, mentre che Massimiliano, il suo solo alleato, pel quale erasi fin allora esaurito di uomini e di danaro, non solo non lo assecondava, ma inoltre gli faceva ad ogni istante temere di porsi coi suoi nemici. Massimiliano gli aveva nuovamente promessa la continuazione della sua amicizia, ma l'aveva accompagnata con tali esorbitanti domande, con lagnanze tanto ingiuste e ridicole, che facevano presagire una vicina rottura[200]; e siccome egli non manifestava i suoi segreti a verun confidente, non si sa accertare se fin d'allora avesse intenzione d'ingannare Lodovico XII, o se cedesse senza un premeditato progetto alla sua abituale instabilità.
I medesimi Fiorentini vacillavano nell'alleanza colla Francia; i loro soccorsi non giugnevano all'armata; il termine dell'alleanza andava a spirare entro pochi mesi, ed essi ricusavano di rinnovarla; intanto negoziavano con Ferdinando e con don Raimondo di Cardone, ed avevano ottenuto dal papa l'assoluzione della scomunica contro di loro pronunciata. Egli è vero che il duca di Ferrara ed i Bentivoglio mantenevansi fedeli a Lodovico XII; ma la loro alleanza era piuttosto un carico che un beneficio; incapaci di difendersi da sè medesimi, non isperavano salvezza che dalla Francia. Ogni speranza di Lodovico XII era riposta nell'armata di Gastone di Foix; la quale, se batteva Raimondo di Cardone, poteva inspirare a Giulio II tanto terrore da ridurlo a sottoscrivere la pace[201].
Quando Gastone di Foix seppe che l'armata era giunta a Finale di Modena, si affrettò di raggiugnerla: aveva ricevuto rinforzi dalla Francia, ed aveva a sua disposizione mille seicento lance, cinque mila fanti tedeschi, cinque mila Guasconi ed ottomila tra Italiani e Francesi. Il duca di Ferrara gli condusse pure cent'uomini d'armi, dugento cavaleggieri, ed un treno d'artiglieria, il più bello che allora si vedesse presso verun principe d'Europa. Il cardinale di Sanseverino, che dal concilio di Pisa trasferitosi a Milano, si era fatto dare il titolo di legato di Bologna, aveva raggiunta l'armata con militare apparato, trovandosi felice di poter abbandonare un'assemblea che non riceveva che mortificazioni, perciocchè i prelati non erano stati più favorevolmente ricevuti a Milano, di quello che lo fossero stato a Pisa. Il popolo li caricava d'ingiurie nelle strade, ed il clero, assoggettandosi all'interdetto pronunciato dal papa, aveva sospeso i divini ufficj[202].
Il 26 di marzo Gastone partì da Finale di Modena per innoltrarsi nella Romagna. Quant'egli desiderava di venire a battaglia, altrettanto Raimondo di Cardone cercava di schivarla. Aveva questi sotto i suoi ordini mille quattrocento uomini d'armi, mille cavaleggieri, sette mila fanti spagnuoli, e tre mila Italiani: aspettava inoltre sei mila Svizzeri, che il cardinale di Sion aveva promesso di condurgli a spese comuni del papa e de' Veneziani. Frattanto Ferdinando gli avea ordinato di non esporsi ad una battaglia, per aspettare che l'invasione degl'Inglesi obbligasse Lodovico a richiamare dall'Italia la sua armata. Perciò si andava Raimondo ritirando in faccia all'armata francese, occupando sempre vantaggiose posizioni, ove non poteva essere attaccato che con grande svantaggio[203].
Gastone tentò da principio di penetrare tra Castel Guelfo e Medicina, al levante di Bologna, e gli Spagnuoli presero posto in distanza di quattro miglia, sotto le mura d'Imola. Gastone andò a cercarli, avvicinandosi fino ad un miglio dall'armata nemica; ma conoscendone la posizione quasi inattaccabile, continuò a marciare verso Forlì. Mentre le due armate erano vicine, gli Spagnuoli credendosi in sul punto di essere attaccati si andavano affollando intorno al legato Giovanni dei Medici, per ottenere l'assoluzione de' loro peccati. Avevano un così vivo desiderio di toccare le sue vesti, che, abbandonando le loro insegne e le loro file per affollarsi intorno a lui, eccitarono ne' loro capitani la più viva inquietudine. Intanto, racconta Giovio, che il legato piangeva di gioja, vedendo come questi tanto feroci Spagnuoli, dediti alla rapina ed alle stragi, nudrivano nello stesso tempo così religiosi sentimenti. Il Medici si recò fra di loro con una croce d'argento, pronunciò la loro assoluzione, loro promettendo l'eterno premio, se venivano uccisi per la difesa dell'autorità papale; ma nello stesso tempo gli scongiurò a non uscire dalle loro file, finchè il nemico si trovava così vicino[204].