Il saccheggio non cominciò che quando si cessò di spargere il sangue; ma l'avidità del soldato non fu minore della sua ferocia. Non contento di prendere tutti i mobili delle case, e tutto ciò che aveva qualche valore, fece prigionieri gli abitanti, e li forzò coi tormenti a palesare in qual luogo avessero nascoste parte delle loro ricchezze. Spesse volte, quando non potevano ridurli a manifestare il segreto, o quando sospettavano che quegli sventurati non avessero palesata ogni cosa, li facevano perire sotto la tortura. Tutto ciò ch'era stato deposto nelle chiese e ne' conventi diventò preda de' soldati; le donne più illustri, e le stesse claustrali non si sottrassero alle ultime violenze. Bajardo difese da ogni insulto la signora che lo aveva accolto nella sua casa, e le due di lei figlie, ma la profonda loro riconoscenza provò quanto quest'atto di generosità fosse parso raro. Due interi giorni vennero accordati a tutti gli orrori della militare licenza. Finalmente Gastone di Foix fece cessare il saccheggio, ed uscire le sue truppe dalla città; ma fece decapitare sulla pubblica piazza il conte Avogaro, e poco dopo i di lui due figliuoli. Il sacco di Brescia fu valutato trecento milioni di scudi, e fu osservato che inflisse egli stesso ai vincitori la punizione delle crudeltà che l'avevano macchiato. «Niente è così certo, dice il leal servitore di Bajardo, che la presa di Brescia fu in Italia la ruina de' Francesi; imperciocchè avevano essi tanto guadagnato in questa città, che la maggior parte tornarono in Francia stanchi della guerra, e sarebbero pure stati utili nella giornata di Ravenna siccome voi intenderete tra poco[193].»
CAPITOLO CIX.
Battaglia di Ravenna; morte di Gastone di Foix, ed indebolimento dell'armata francese; Giulio II si ostina a ricusare la pace; dissimulazione di Massimiliano; irritamento degli Svizzeri; questi si uniscono ai Veneziani e scacciano i Francesi d'Italia.
1512.
Uno dei più grandi mali cagionati dalla violenza delle passioni popolari, è quello di distruggere nel cuore umano le primitive nozioni del giusto e dell'ingiusto, di confondere ciò che è onesto con ciò che è turpe. Quando giudichiamo con calma la condotta de' partiti e dei loro corifei, ci sorprende e ci affligge per l'umana natura il vedere interi popoli applaudire a rivoltanti azioni, individui distinti per le loro belle qualità macchiarsi senza rimorso con atti di ferocia e di perfidia che oltraggiano l'umanità. Noi saremmo a tal vista tentati di dubitare dell'universale potere della coscienza, primaria legge della nostra esistenza, se non volgessimo lo sguardo alla prepotente influenza, che gli altrui giudizj esercitano sopra di noi. L'amore del bello e del giusto è dato ad ogni uomo; ma la conoscenza di ciò che è bello, di ciò che è giusto non è rapida abbastanza per andare innanzi all'istruzione che gli viene offerta dagli altri. La lentezza del suo spirito, e più di tutto la sua infingardaggine, hanno bisogno d'essere diretti dalla pubblica opinione; ed il più delle volte l'universale consenso ha segnata quella linea morale, che cadauno separatamente avrebbe potuto a stento determinare. E per tal modo la coscienza diventò quasi sempre l'eco della voce popolare; ed anche l'uomo d'eminente intelletto, non avendo tempo di esaminare partitamente tutte le quistioni della morale, abbraccia per lo più il giudizio suggeritogli dagli altri, ma ch'egli crede dovuto ad affezioni od a ripugnanze innate in un cuore onesto.
Ma quando lo spirito di parte, impadronendosi d'una società, la divide in due, ogni parte ammette una credenza, che per coloro che la seguono, presentasi con tutti i caratteri della pubblica opinione, e diventa in sua vece il regolatore ed il supplimento della coscienza individuale. La violenza dello spirito di parte si attacca quasi sempre a quistioni morali, che vengono decise dal pregiudizio, ed intorno alle quali la ragione rimane in sospeso. Tali sono, l'origine del potere e la sua legittimità, i doveri de' sudditi, i diritti de' cittadini, la fedeltà che i primi credono dovuta al loro monarca, che i secondi credono di potere pretendere dal loro governo. L'esame di cadauna di tali quistioni, da cui può dipendere la condotta dell'uomo d'onore, nelle più importanti occasioni, spaventa colla sua difficoltà: ma gli uomini di partito non si curano di esaminarle; adottano il pro o il contro con una cieca fede, che poi risguardano come il loro sentimento morale, come la voce della loro coscienza; accusano di mala fede coloro che hanno abbracciato il contrario sistema, e, sentendosi appoggiati dall'assenso de' soli uomini con cui essi parlano, disprezzano i loro avversarj, e non vedono che colpevoli in tutti coloro che essi combattono. Il solo filosofo conosce quanto difficile sia lo stabilire principj nelle astratte quistioni della politica, e sotto quanti differenti aspetti esse si presentino ai migliori ingegni: per tal modo egli abbraccia tutte le opinioni, tutte le scuse, ed altro non vede nelle politiche dissensioni che vincitori e vinti.
Il conte Luigi Avogaro, ed il numeroso partito da lui strascinato nella ribellione, potevano giustificare la loro causa con tutti i nomi tra gli uomini più sacri. Quando l'Avogaro volle ristabilire nella sua patria quella stessa autorità della repubblica veneta, sotto la quale egli era nato, e sotto la quale vissuto era suo padre, prendeva le armi per ciò che gli uomini hanno convenuto di chiamare legittimo potere: nello stesso tempo combatteva per la libertà, che l'Italia credeva di vedere nel governo repubblicano di Venezia; combatteva per l'indipendenza italiana contro il giogo d'una nazione straniera; finalmente combatteva per la religione e per la Chiesa, perciocchè il papa aveva abbracciata la difesa di Venezia, ed i suoi avversarj erano macchiati col nome di scismatici. Pure uno degli eroi della Francia, Gastone di Foix, condannò l'Avogaro al supplicio coi due suoi figli; cercò d'infamarlo col nome di traditore; non credette di sagrificarlo alla politica, ma alla giustizia, e volle egli stesso trovarsi presente ad un'esecuzione, di cui pareva gloriarsi. Un poeta francese, risguardando l'Avogaro quale uomo abbandonato all'infamia, non si fece scrupolo di calunniarlo con perfide supposizioni; e quanto più ristretto è in Francia il numero delle tragedie storiche, tanto più l'odioso carattere che Du Belloy ha dato al conte Avogaro, ha lasciata contro di lui una gagliarda impressione popolare[194]. Finalmente gli storici francesi, lungi dal vergognarsi della carnificina di Brescia, sonosi compiaciuti di esagerarne le conseguenze. Non vi scorsero che fatti gloriosi per Lodovico XII, il padre del popolo, e per Nemours, l'idolo dell'armata; ed hanno coperto col loro disprezzo quelli che erano stati vinti dai loro compatriotti, senza farsi carico de' nobili sentimenti che loro avevano poste le armi in mano.
La riputazione ed il carattere di Gastone di Foix, duca di Nemours, sono altri esempi dell'influenza dei pregiudizj di partito. Questo principe, nato il 10 dicembre del 1489, e che di poco era entrato nel suo ventesimo terzo anno, ove si debba giudicare dalla sua gloria, è uno de' più grandi uomini che producesse la Francia, ove poi si esaminino le azioni sue, sembra uno de' più feroci capi d'esercito. Durante la battaglia, egli eccitava continuamente i suoi soldati alla carnificina, e poche volte dava quartiere ai nemici; verun capitano trattò con maggiore asprezza i popoli delle città conquistate, o gli assoggettò a più pesanti contribuzioni: nel suo campo, in cui la negligenza del signore di Chaumont aveva permesso che s'introducesse l'indisciplina, non era stato da altro generale rimesso l'ordine con una più costante severità e con più inflessibile rigore: per ultimo niuno risparmiava meno di lui la vita dei soldati, che strascinava con rapidissime marcie a traverso ai pantani o tra le profonde nevi, e teneva le intere notti a cielo aperto in mezzo ai ghiacci nel più rigoroso inverno.
Ma un generale, più ancora che un politico, è l'opera del suo secolo e di quel potente pregiudizio che copre di tanta gloria le militari fortunate imprese. È cosa ingiusta il rendere un individuo risponsabile d'un'opinione popolare, cui forse cadauno di noi ha contribuito. Gli applausi che i più deboli diedero in ogni occasione ai forti, quell'entusiasmo che il più timido sesso sente per il valore, quella corona di gloria onde i poeti cinsero la fronte de' vincitori, furono altrettante offese fatte all'umanità. La pubblica opinione si compiacque d'inebbriare i guerrieri per iscatenarli in appresso contro la società; riserbò tutti i suoi allori per le loro vittorie, senza farsi da costoro rendere conto nè dei motivi delle guerre, nè de' mezzi adoperati per ottenere la vittoria; ella rimane sola risponsabile della formidabile frenesia de' conquistatori. Questi non sono che ciò che li fa il mondo; e Gastone di Foix, uno forse degli uomini che recarono maggior danno alla umanità, in proporzione della sua breve carriera, per l'elevazione della sua anima e per i singolari suoi talenti, era meritevole della stima che gli fu accordata.