«Ognuno seppe la morte di così virtuoso e nobile principe, il gentil duca di Nemours, onde cominciò nel campo francese un così maraviglioso rammarico, ch'io punto non dubito, se fossero giunti due mila uomini freschi e dugento uomini d'armi, che non avessero tutto disfatto, tanto per la pena, che per la fatica sostenuta in quel giorno»[229]. Infatti la morte di Nemours era in quelle circostanze il più fatale avvenimento che accadere potesse all'armata francese. S'egli fosse vissuto, non vi ha dubbio, che seguendo l'ordinaria sua rapidità, e valendosi dell'entusiasmo che inspirare sapeva ai suoi soldati, non si fosse allontanato dal luogo in cui aveva combattuto, per indebolire la memoria di tante perdite; e che, spingendo a Roma la sua vittoriosa armata, non avesse colà dettata la pace al papa, indi distrutta la potenza spagnuola a Napoli, ove non era apparecchiata veruna resistenza, e forse conquistato quel regno per sè medesimo: perciocchè era comune opinione che Lodovico XII gli avesse ceduti quegli stessi diritti, che in un precedente trattato avea trasferiti alla di lui sorella, Germana di Foix, in allora regina di Spagna[230]. Ma i Francesi, piangendo il duca di Nemours, non erano disposti ad ubbidire a verun altro; il loro rammarico e le numerose perdite che avevano fatto ispiravano loro quasi tanto scoraggiamento, come se fossero stati vinti. Il cardinale di Sanseverino contrastava a la Palisse il comando dell'armata; e non potendo accordarsi, erano stati costretti di ricorrere al re di Francia per chiedere nuovi ordini. Intanto l'amministratore delle finanze, che portava il titolo di generale di Normandia, e che comandava a Milano, non consultando che una sordida economia, aveva, secondando le inclinazioni del re, licenziata tutta la fanteria italiana, e gran parte della francese[231].

I fuggiaschi dell'armata della lega avevano presa la strada di Cesena, di dove in appresso si sparsero nelle vicine province. Il vicerè si fermò solamente in Ancona, ove giunse accompagnato da pochi cavalieri. Gli altri cadevano quasi tutti nelle mani de' contadini sollevati, e sempre apparecchiati ad opprimere ed a spogliare i vinti. Per altro la repubblica fiorentina protesse coloro che si erano rifugiati nel suo territorio, mentre che il duca d'Urbino, dopo d'aver fatto per mezzo del conte Baldassare Castiglioni, celebre autore del Cortigiano, la sua pace parziale col re di Francia, inseguì egli stesso i fuggitivi[232].

Marc'Antonio Colonna, perduta ogni speranza di poter difendere Ravenna, dopo la rotta dell'armata che veniva per soccorrerlo, si ritirò nella cittadella. Gli abitanti chiesero subito di capitolare; ma mentre si trattavano le condizioni, Jacquin, capitano degli avventurieri, s'avvide che più non eravi chi custodisse la breccia, e condusse i suoi camerata all'assalto ed al saccheggio. Jacquin, accusato d'avere in tal modo macchiato l'onore francese, venne appiccato per ordine del signore della Palisse; ma il comando de' capi più non poteva contenere i soldati; e la città fu saccheggiata con una barbarie incredibile dai soldati, resi più feroci dalle perdite fatte nella battaglia[233]. Il quarto giorno Marc'Antonio Colonna rese la fortezza; bentosto le città d'Imola, di Forlì, di Cesena, di Rimini, e molte delle loro fortezze, mandarono la loro sommissione al campo francese; ed il cardinale legato di Sanseverino prese possesso di tutte a nome del concilio di Milano[234].

La notizia della disfatta di Ravenna era stata portata a Roma in quarantotto ore da Ottaviano Fregoso e vi aveva sparsa la costernazione. I cardinali, affollandosi intorno al papa, lo avevano supplicato d'approfittare delle pacifiche disposizioni manifestate da Lodovico XII, per salvare Roma e la Chiesa da una invasione che omai niuna umana forza più non poteva impedire. Gli rappresentavano che lo stesso suo nipote era d'accordo coi Francesi; che tra i baroni romani, Roberto Orsini, Pompeo Colonna, Antonio Savelli, Pietro Margano, Renzo de Ceri, avevano ricevuto danaro dal re per assoldar gente, e si apparecchiavano a raggiugnere l'armata; all'ultimo che doveva risguardare come un giudizio di Dio la sconfitta che rovesciava i suoi progetti per l'indipendenza d'Italia. Dall'altro canto gli ambasciatori del re d'Arragona e de' Veneziani gli andavano ricordando i mezzi che ancora gli restavano, ed i soccorsi che doveva ripromettersi dagli Svizzeri e dal re d'Inghilterra. Ravvivavano la sua collera contro il concilio di Pisa, ed in particolare contro i cardinali di Sanseverino e di Carvajale: gli facevano calde istanze perchè non tardasse a porsi colla sua corte in luogo sicuro, o nel regno di Napoli, o nello stato di Venezia, e gli rappresentavano che l'occupazione di Roma non sarebbe in ultimo che la disgrazia d'una città, mentre che la pace trarrebbe seco la perdita dell'autorità pontificia[235].

Giulio II, abbandonandosi alternativamente al terrore o alla collera, non prendeva verun partito, ed a tutti rispondeva quasi sempre con ingiuriose parole. Coloro avidamente ascoltava che gli facevano travedere qualche mezzo di resistenza; ma l'idea di abbandonare Roma, e farsi dipendente da un'altra potenza, gli riusciva oltremodo odiosa. Aveva fatto venire a Cività Vecchia il genovese Biascia, capitano delle sue galere, affinchè la flotta fosse pronta a riceverlo qualunque volta fosse costretto a fuggire; ma poco dopo lo rimandò senza manifestare quale partito avesse preso. Acconsentì finalmente a dare orecchio alle proposizioni di pace che erano incaricati di fargli, a nome di Lodovico XII, i cardinali di Nantes e di Strigonia. Queste condizioni erano state mandate prima che la corte di Francia avesse notizia della battaglia di Ravenna; e sapendo quanto il re desiderasse la pace, i cardinali non credettero di doverle cambiare, sebbene fossero vantaggiosissime pel papa. Lodovico XII offriva lo scioglimento del concilio di Pisa, la restituzione di Bologna, la cessione di Lugo e di tutti i possedimenti di casa d'Este in Romagna, finalmente la rinuncia al diritto di far sale in Comacchio, e non chiedeva in contraccambio che la revoca dell'interdetto e di tutte le sentenze ecclesiastiche, e la restituzione dei loro beni ai Bentivoglio. Il papa, dopo le reiterate preghiere de' suoi cardinali, acconsentì di trattare su queste basi, e ne diede la commissione al cardinale di Finale ed al vescovo di Tivoli, che risedevano in Francia; ma non gli autorizzò a conchiudere; anzi dichiarò agli ambasciatori d'Arragona e di Venezia, che questa apparente condiscendenza non era che uno stratagemma per disarmare la Francia e guadagnar tempo[236].

Infatti Lodovico XII, lungi dall'invanirsi per la vittoria di Ravenna, di fidarsi alle proteste di Massimiliano che prometteva di non ratificare l'armistizio con Venezia, segnato senza suo ordine, o di riposarsi sull'alleanza che i Fiorentini avevano rinnovata nel primo terrore della vittoria de' Francesi, non manifestava che maggior ardore per riconciliarsi col papa. Accettò la mediazione offerta dai Fiorentini, e mandò loro il presidente del parlamento di Grenoble colla sua accettazione delle proposizioni che gli erano state fatte[237].

Ma intanto il papa, avendo saputo da Giulio de' Medici, mandatogli dal cardinale legato, in quale disordine si trovava l'armata francese, si andava alquanto rassicurando. Aveva Ferdinando promesso di rimandare in Italia il gran capitano Gonsalvo di Cordova, il di cui solo nome rianimava le speranze di tutto il suo partito, e di già vi aveva mandato Solis con due mila soldati spagnuoli, ed Ugone di Moncade, vicerè di Sicilia[238]. Il duca d'Urbino aveva domandato ed ottenuto di rientrare in grazia del papa, suo zio; gli aveva promessi dugento uomini d'armi e quattro mila fanti, ed era stato nuovamente dichiarato generale dell'armata pontificia[239]. I baroni romani, che avevano trattato colla Francia, eransi di nuovo accomodati col papa, ed avevano convenuto di tenere il danaro ricevuto, dispensandosi dalle contratte obbligazioni[240]. Finalmente La Palisse, sulla vociferazione di una prossima invasione degli Svizzeri, erasi ravvicinato a Milano, e non aveva lasciato al cardinale di Sanseverino per proteggere la Romagna che trecento lance, trecento cavaleggieri e sei mila fanti[241]. Allora il papa, deponendo ogni pacifica disposizione, scrisse a Venezia al cardinale di Sion, che invece di levare per lui sei mila Svizzeri, ne levasse dodici mila, o pure che accettasse al suo servigio tutti coloro che si fossero presentati[242].

Era giunta l'epoca annunciata per l'apertura del concilio di Laterano, e, malgrado la guerra, molti prelati d'Italia, di Spagna, d'Inghilterra e d'Ungheria, eransi adunati in Roma. Tre settimane dopo la battaglia di Ravenna, il giorno 3 di maggio, Giulio II potè fare la solenne apertura del concilio; e trovaronsi alla prima sessione ottantatre vescovi[243]. Sentendosi appoggiato dalla Chiesa adunata, volle Giulio ispirare coraggio ai cardinali, che fin allora lo avevano consigliato alla pace. Fece leggere in pieno concistoro le proposizioni di Lodovico XII; ma il cardinale di Ebora, suddito del re d'Arragona, e quello di Jorck, suddito del re d'Inghilterra, chiesero ambidue la parola, per rappresentargli che sarebbe cosa vergognosa il trattare col comune nemico senza tutti gli alleati. Il papa mostrò d'acquietarsi al consiglio che si era fatto suggerire; e per dare a conoscere che aveva rinunciato ad ogni pensiere di pace, pubblicò un monitorio contro il re di Francia, per ordinargli, sotto tutte le pene che può pronunciare la Chiesa, di mettere in libertà il cardinale de' Medici, da lui tenuto prigioniere[244].