Agli Svizzeri appoggiava Giulio II le principali sue speranze, ed aveva trovato nel cardinale di Sion un agente presso di loro, nè meno impetuoso, nè meno costante di lui ne' suoi odj. La contesa degli Svizzeri colla Francia, cominciata per avarizia, era per loro diventata un affare d'orgoglio. Non erano più le ricusate pensioni, ma il tuono insultante del re, era il disprezzo di lui per gente di contado ed ignobile, che loro mettevano le armi in mano. I partigiani della Francia avevano, finchè era stato loro possibile, resistito nella dieta di Zurigo al torrente dell'odio popolare, ed avevano prevenuta una dichiarazione di guerra; ma non avevano potuto impedire che non si desse licenza al papa di levare ne' cantoni dieci mila uomini; ed in appresso il cardinale di Sion aveva facilmente potuto aumentare questa leva a suo piacere[245].
Malgrado i riclami della Francia, la prima unione di quest'armata si fece a Coira. I Grigioni dichiararono, che tra la loro alleanza coi cantoni e quella colla Francia, doveva preferirsi la prima siccome la più antica. L'esperienza degli ultimi due anni aveva provato, che gli Svizzeri, per tenere la campagna, non potevano dispensarsi dall'avere un corpo d'uomini d'armi e di cavaleggieri. Perciò vedevano la necessità di unirsi ad un'armata veneziana o pontificia, prima di entrare nel territorio nemico. La più breve strada per giugnere nello stato veneto era quella che attraversa il vescovado di Trento, ed ottennero da Massimiliano la licenza di toccare il suo territorio.
Si può dubitare se la condotta di Massimiliano debba attribuirsi all'instabilità del suo carattere o alla sua perfidia; ad ogni modo i risultamenti furono quelli della più insigne mala fede. La città di Verona era sempre stata custodita da una guarnigione francese, qualunque fosse stato il bisogno in cui si fosse trovato Lodovico XII di valersi altrove delle sue truppe. Massimiliano aveva in proprio nome convocato il concilio di Pisa, ed in appresso non erasi curato di farlo riconoscere sia nell'impero che nei suoi stati ereditarj, lasciando a Lodovico XII tutta l'odiosità d'avere eccitato uno scisma. In Roma il suo ambasciatore aveva sottoscritta, il 6 d'aprile, una tregua di dieci mesi coi Veneziani, non solo senza comprendervi il suo alleato, che in allora trovavasi attaccato da potenti nemici, ma cercando inoltre di levargli parte delle sue truppe. Massimiliano aveva giurato di non ratificare questa tregua, e mercè una nuova gratificazione di dieci mila fiorini la ratificava, ma celatamente. Nascondendo a Lodovico XII tale transazione, ne accresceva il pericolo per la Francia. Finalmente accordando agli Svizzeri un passaggio a traverso ai proprj stati per attaccare i Francesi, passava, senz'esserne provocato, da un'intima alleanza ad un aperto atto d'ostilità.
L'accortezza di Ferdinando il Cattolico, il più falso ed il più versipelle monarca d'Europa, aveva diretta la condotta, e mutate tutte le disposizioni di Massimiliano. Questi, anche nel tempo della sua più intima unione colla Francia, non aveva giammai deposto l'antico suo odio contro quella corona: altronde egli formava sempre giganteschi progetti, che poi abbandonava prima di dar loro esecuzione. Ferdinando, per consolarlo di non aver terminata la conquista dello stato di Venezia, e di non avere in seguito condotta in trionfo un'armata tedesca a Roma ad oggetto di prendervi la corona imperiale, gli propose di scacciare i Francesi da tutta la Lombardia, di far valere sui paesi ch'essi occupavano i diritti dell'impero, da gran tempo dimenticati, finalmente di restituire il ducato di Milano al cugino germano di sua moglie, a Massimiliano Sforza, figliuolo di Lodovico il Moro, che da molto tempo erasi rifugiato alla di lui corte. In tal modo, risvegliando la di lui ambizione e vanità, lo ridusse ad associarsi alla santa lega, cui poteva riuscire utile[246].
Sei mila Svizzeri al soldo del papa, ed altrettanti al soldo de' Veneziani, dovevano adunarsi a Coira; ma sebbene il primo per avarizia, gli altri per la povertà cui erano stati ridotti da lunga guerra, non mandassero che lentamente il danaro necessario alle reclute, sebbene queste due potenze non pagassero per l'arrolamento che un fiorino del Reno per uomo, mentre i Francesi avevano sempre data un'assai maggior somma; nondimeno tale era l'odio del popolo per questi ultimi, ed il furore con cui gli Svizzeri prendevano parte in una guerra che risguardavano come nazionale, che l'armata adunata in Coira si trovò numerosa di venti mila uomini, e nella sua marcia pel vescovado di Trento e pel Veronese soffrì senza lagnarsene il ritardo della paga, la mancanza delle vittovaglie ed ogni genere d'incomodità[247].
La condizione del signore de La Palisse, che comandava l'armata francese, era diventata estremamente difficile. Poco d'accordo col cardinale di Sanseverino, legato del concilio, che gli contrastava l'autorità, non lo era meglio col generale di Normandia incaricato della civile amministrazione del ducato di Milano, il quale, risguardando la guerra con occhio da finanziere, piuttosto che da uomo di stato, dopo la vittoria si era affrettato di licenziare l'infanteria italiana, e che poscia, quando diede a Federico da Bozzolo l'ordine di levare di bel nuovo sei mila uomini, si trovò senza danaro per pagare il loro arrolamento, e senza credito a motivo del rapido cambiamento della fortuna. Altronde La Palisse non era che generale interinale, e non abbastanza elevato di rango per far tacere tutte le gelosie de' suoi subordinati, o per soddisfare pienamente al loro orgoglio; perciò non poteva ottenere da loro l'ubbidienza mostrata a Gastone di Foix. Gli uomini d'armi francesi davano agli altri corpi l'esempio dell'indisciplina: stanchi di così lunga guerra, e con poca speranza di prosperi successi, desideravano la perdita del ducato di Milano, per potersi ritirare in Francia. Altronde le censure della Chiesa, e la vergogna di combattere per sostenere uno scisma, facevano impressione sullo spirito de' soldati. Erasene avuta manifesta prova quando il cardinale de' Medici era stato condotto prigioniere a Milano; egli era stato, sotto gli occhi del concilio nemico, ricevuto con infinito rispetto; e siccome Giulio II gli aveva accordata l'autorità di sciogliere dalle censure ecclesiastiche que' soldati che si fossero obbligati a non servir più contro la Chiesa, e d'accordare ai moribondi la sepoltura in luogo sacro, un'avida folla gli stava sempre intorno per ottenere tali grazie, ed i generali francesi, malgrado le rimostranze del concilio, non si opponevano alla distribuzione delle medesime[248].
Per formare l'armata da opporre al re d'Inghilterra Lodovico XII aveva richiamati in Francia i dugento gentiluomini, e gli arcieri della sua guardia, come pure dugento lance: d'altra parte aveva riclamati dai Fiorentini i trecento uomini d'armi ch'erano obbligati a somministrargli. Non restavano a La Palisse, che mille trecento lance francesi, e dieci mila fanti; ma anche queste truppe trovavansi disperse sopra una vasta estensione di paese, in Romagna, al Finale di Modena, a Parma ed ai confini del Veronese. Ordinò a tutti d'adunarsi a Pontoglio, per essere a portata d'osservare e di fermare gli Svizzeri; e per questo motivo fu costretto a lasciare scoperta Bologna, per difendere la quale i Francesi avevano fin allora fatti così grandi sagrificj[249].
Gli Svizzeri, scesi pel vescovado di Trento nel Veronese, avevano trovato a Villafranca presso Verona Gian Paolo Baglioni, generale de' Veneziani, con quattrocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri, sei mila fanti ed una buona artiglieria. Nel mentre che dopo tale unione erano incerti se dovessero o no incamminarsi verso Ferrara, fu loro portata una lettera del signore de La Palisse al generale di Normandia, che loro fece conoscere l'impossibilità in cui trovavansi i Francesi di difendere Milano, onde risolsero di volgere da quella banda le loro armi. La Palisse si era da prima avanzato da Pontoglio a Castiglione delle Stiviere, poi a Valeggio sul Mincio; ma disperando di conservarsi in questa posizione, ripiegò sopra Gambara, poi sull'Oglio a Pontevico. Intanto l'armata spagnuola e pontificia, cui erasi lasciato tutto il tempo di potersi rifare, aveva ricuperato Rimini, Cesena, Ravenna, con tutte le fortezze e tutte le piazze della Romagna; e già minacciava Bologna, per difesa della quale, La Palisse, cedendo alle istanze dei Bentivoglio, aveva fatto avanzare le trecento lance lasciate a Parma. Sotto gl'immediati suoi ordini La Palisse non aveva a Pontevico che mille lance francesi, e tutt'al più sei in sette mila fanti; il rimanente trovavasi distribuito nelle piazze di Brescia, di Peschiera e di Legnago[250].
La Palisse seppe bentosto che l'armata del Baglioni e degli Svizzeri aveva passato il Mincio sulle terre del marchese di Mantova, il quale non poteva ricusare il passaggio a chicchefosse. Il suo consiglio di guerra giudicò cosa impossibile il far testa ai nemici in altra maniera, che distribuendo l'armata nelle piazze forti, per istancheggiare l'impeto degli Svizzeri, ed esaurire le finanze del papa e de' Veneziani. Per tale oggetto mandò due mila fanti a Brescia con centocinquanta lance francesi, e cento uomini d'armi fiorentini; a Cremona cinquanta lance e mille fanti; a Bergamo cento uomini d'armi e mille fanti, e più non gli rimasero a Pontevico che settecento lance, due mila fanti francesi e quattro mila tedeschi. Non aveva appena fatta questa distribuzione, che un araldo d'armi di Massimiliano venne ad intimare a tutti i Tedeschi, che si trovavano nell'armata francese, d'abbandonarla e d'astenersi dal combattere contro il papa. I Tedeschi, quasi tutti Tirolesi ed immediati sudditi dell'imperatore, ubbidirono immediatamente, contenti di separare la sorte loro da quella d'un'armata che si andava ritirando, e che cominciava a provare le avversità. La loro partenza lasciò La Palisse nell'impossibilità di difendere il ducato di Milano; onde la sua armata abbandonò Pontevico con movimento tumultuoso, per ritirarsi a Pizzighettone sull'Adda[251].