Sacramoro Visconti, il quale aveva preso possesso di Milano a nome del re di Francia, era uscito da quella città con settecento uomini d'armi per raggiugnere il campo francese, ed era arrivato alle rive del Ticino, quando udì il cannone della battaglia di Novara. Non tardò ad avere avviso della sconfitta de' Francesi; onde, allontanandosi rapidamente, andò a raggiugnere a Cremona Bartolomeo d'Alviano e l'armata veneziana. Questi, che trovavasi a fronte degli Spagnuoli, udendo che il vicerè aveva passato il Po il 13 giugno, non volle aspettare che le due armate si riunissero contro di lui, e ritirossi subito sopra Verona colla rapidità usata in tutte le sue operazioni; tentò, passando, d'impadronirsi di quella città, e nello stesso giorno piantò le batterie, aprì una breccia e diede l'assalto; ma non avendo avuto felice riuscita, ritirò i suoi cannoni, continuò la sua marcia, e si accampò a Tomba nel territorio di Vicenza[346].

Intanto Raimondo di Cardone si avanzava senza incontrare opposizione nelle province dall'Alviano abbandonate, e le trattava colla ferocia e coll'avarizia proprie degli Spagnuoli, saccheggiando Cremona, levando enormi contribuzioni sopra Brescia, Bergamo ed altre città, e guastando le borgate ed i villaggi. L'Alviano, che sentiva l'impossibilità di tenere la campagna contro tanti nemici riuniti, si chiuse in Padova, e nello stesso tempo Gian Paolo Baglioni in Treviso, e Renzo di Ceri in Crema; tranne queste tre città, tutto il rimanente della terra ferma veneziana fu abbandonato al dilapidamento de' nemici[347].

Gli Svizzeri, che non avevano verun motivo di nimicizia contro i Veneziani, non si curavano di attaccarli, limitandosi a stabilirsi nel ducato di Milano, e levandovi contribuzioni grandissime; mentre che i generali spagnuoli, facendo la guerra, quasi altr'oggetto non si proponevano che quello di mantenere co' saccheggi i loro soldati. Tra Ferdinando ed i Veneziani non sussistevano nè motivi di nimicizia, nè dichiarazione di guerra; anzi il re di Spagna aveva recentemente offerta la sua mediazione per riconciliare la repubblica coll'imperatore. Leon X aveva ancor esso offerta la sua mediazione accompagnata dalle più affettuose espressioni; ma nè l'uno, nè l'altro aveva ottenuto l'intento, perchè Massimiliano non aveva voluto rinunciare a veruna pretesa, e il senato veneto area sempre ricusato con eroica costanza d'entrare in negoziazione, se l'imperatore non restituiva prima Verona e Vicenza. Ma per lo meno queste amichevoli offerte non dovevano far presumere vicine ostilità; perciò quando Raimondo di Cardone fece avanzare la sua armata per unirla a quella dell'imperatore, e fare la guerra in suo proprio nome, rendette visibile con tale condotta la barbara indifferenza d'un condottiere, che ad altro non pensa che ad arricchire i suoi soldati, senza prendersi pensiero se ciò accada con danno de' nemici o degli amici. Ancora più amara riuscì ai Veneziani la condotta di Leon X, il quale scelse quest'istante di contraria fortuna per mandare i suoi uomini d'armi all'armata spagnuola, sotto gli ordini di Troilo Savelli e di Muzio Colonna, bruttamente dimenticandosi che nel lungo corso delle sue sciagure non aveva mai cessato d'essere beneficato dalla repubblica, e di averle promesso riconoscenza[348].

Raimondo di Cardone andò ad unirsi all'armata imperiale a san Martino presso Verona; e perchè non poteva attaccare i Veneziani che dicendosi ausiliario di Massimiliano, si assoggettò in gran parte all'autorità del cardinale di Gurck, il quale risiedeva in Verona, ed era il solo luogotenente dell'imperatore in Italia. Questi annunciava sempre vastissimi progetti, pei quali chiedeva frequenti sussidj a' suoi alleati, e dissipando il danaro più sollecitamente che non l'aveva ottenuto, trovavasi poi sempre inabilitato a mandare ad effetto ciò che meditava. Le sue truppe mai non erano pagate; nè lo erano meglio quelle di Ferdinando; onde le due armate dovevano vivere a carico delle sventurate province veneziane, dove avevano portata la guerra. Il marchese di Pescara aveva il comando della fanteria spagnuola, che ammontava a quattro mila cinquecento uomini all'incirca; Jacopo Landau, Giorgio di Frundsberg e Giorgio di Lichtenstein erano i capi de' pedoni tedeschi, che erano tre mila cinquecento. La cavalleria, sotto gli ordini di don Pedro de Castro, era composta di circa novecento cavalieri, in gran parte truppa leggiere; e l'artiglieria consisteva in dodici falconetti di bronzo. Tale era la forza di quest'armata, più formidabile pel valore de' veterani ond'era principalmente composta e per la virtù de' suoi capitani, che per il numero de' soldati[349].

Il cardinale di Gurck volle che Cardone attaccasse Padova. Questa città, risguardata dai Veneziani come l'ultimo loro baluardo, era ancora la conquista che più d'ogni altra stava a cuore a Massimiliano; ma egli l'aveva invano tentata con una poderosa armata, e ciò che non aveva potuto ottenere con quasi cento mila uomini, non doveva meglio riuscire ai suoi luogotenenti con otto in nove mila. L'assedio cominciò il 28 di luglio. L'Alviano, per difendere Padova, aveva sotto di lui una numerosa armata; un figlio del doge e molti gentiluomini veneziani vi si erano con lui chiusi, e la città era una delle più forti che allora contasse l'Italia. Il Cardone, esposto in ogni lato al fuoco delle di lui batterie non poteva adunare quanti guastatori bastavano per iscavare le trincee e porsi al coperto; e le malattie che sogliono regnare nelle campagne umide e pantanose cominciavano a incrudelire nella sua armata; onde il 16 agosto si vide costretto a levare l'assedio ed a ritirarsi a Vicenza. Ma questo svantaggio raddoppiò la crudeltà de' soldati, i quali si dispersero in quelle già così ricche campagne, e vi distrussero tutto quanto ancora restava dell'antica loro opulenza[350].

Dopo avere alcun tempo continuati questi guasti, il vicerè volle poter darsi il vanto d'avere diretta la sua artiglieria contro i palazzi di Venezia. Condusse la sua armata fino alle rive della Laguna, vi bruciò Mestre, Marghera e Fusina, e montò in batteria sulla riva alcuni pezzi di cannone, le di cui palle percossero le mura del convento di san Secondo. Questa bravata del generale spagnuolo cagionò ai Veneziani un profondo dolore. Essi vedevano di giorno il fumo, di notte le fiamme de' loro palazzi e de' loro villaggi, che gli Spagnuoli, i Tedeschi ed anche i soldati del papa bruciavano con barbaro accanimento. Chiesero vendetta all'impetuoso Bartolomeo d'Alviano, che a stento aveva acconsentito di chiudersi entro le mura d'una città, e che vedendo i suoi soldati animati dalla stessa sua collera, dal sentimento della loro forza e dalla confidenza ne' loro capitani, si credette sicuro d'ottenerla[351].

Gli Spagnuoli si erano troppo avanzati, eransi lasciati alle spalle la Brenta ed il Bacchiglione coi loro infiniti canali, e due città, ognuna delle quali conteneva un'armata. I contadini, scacciati dalle loro case, spogliati de' loro averi, spesso maltrattati anche nella persona, mostravansi apparecchiati a sagrificare le loro vite in servigio della repubblica contro così feroci nemici. L'Alviano li chiamò a sè; fece loro occupare le rive dei fiumi, le gole delle montagne, mettere ovunque le loro vittovaglie in luoghi sicuri, e fortificare coi loro lavori i varj trinceramenti che faceva occupare alla sua armata. Il Cardone, per tirarsi dalla pericolosa situazione in cui si era posto, aveva presa la strada tra Padova e Treviso. Giunto a Cittadella, poco lontano dalla Brenta, aveva attaccato questo castello, ed era stato respinto. Ebbe la stessa sorte, quando tentò poco al di sotto di passare la Brenta[352].

Finalmente la sua cavalleria leggiere, rinnovando gli attacchi nello stesso luogo, mentre che il Pescara guardava il fiume tre miglia al di sopra, riuscì ad ingannare la vigilanza dell'Alviano. Gli Spagnuoli erano omai giunti sull'opposta riva della Brenta, ma non erano perciò fuori di pericolo. L'Alviano si trovò bentosto sulla loro strada per precluder loro la ritirata sopra Vicenza. Fece occupare Montecchio, lungo la via della Germania, da Gian Paolo Baglioni, che giugneva allora da Treviso. Collocò dell'artiglieria in tutte le vantaggiose posizioni, e col rimanente dell'armata andò ad occupare ad Olmo un piccolo rialto che pareva fortificato dalla natura, e che trovavasi due sole miglia lontano da Vicenza a cavaliere della strada di Verona[353].

Erano gli Spagnuoli circondati da ogni banda; passarono la notte un mezzo miglio lontani dai Veneziani alla portata della loro artiglieria, e furono costretti di spegnere tutti i loro fuochi, perchè non servissero di punto di mira ai nemici. Attaccare la posizione dell'Alviano all'Olmo era un'intrapresa affatto disperata; essi vi rinunciarono dopo averne conosciuti i pericoli; e la mattina del 7 d'ottobre volsero le spalle ai nemici, per prendere a traverso alle montagne la strada di Bassano e di Trento. Di già avevano bruciata una parte dei loro equipaggi, ed erano apparecchiati a perdere il rimanente, e tutti i loro cavalli, riputandosi abbastanza felici, se potevano giugnere colle loro armi in Germania. Siccome erano partiti senza battere il tamburo e senza suonare le trombe, e che una densa nebbia li copriva, l'Alviano tardò alquanto ad avvedersene: ma quando lo seppe, li fece inseguire da Bernardo Antoniola, figliuolo di sua sorella, con un corpo di cavalleria leggiere e due piccoli cannoni. Questi sgominò i Tedeschi, che presero tutti la fuga, e non venne trattenuto che dalla fanteria spagnuola colla quale il Pescara gli fece testa. Gli Stradioti, sparsi in sui fianchi dell'armata, l'andavano stancheggiando nella sua marcia; i contadini a migliaja scendevano dalle montagne, e senza esporsi a verun rischio, ferivano i soldati coi loro archibugj: i carri dell'equipaggio cominciavano ad intralciarsi ed a cagionare disordine nella fanteria; anguste erano le strade, chiuse da fossi da tutti due i lati, e la truppa che ritiravasi non aveva ancora fatte due miglia a passo veloce, sebbene in buon ordine, che vide oltremodo cresciuto il suo pericolo[354].