Questa speranza aveva persuaso La Tremouille ad assediare Novara, invece d'attenersi al consiglio d'Andrea Gritti, che avrebbe voluto che i Veneziani uniti ai Francesi cacciassero, prima di null'altro intraprendere, gli Spagnuoli di Lombardia, perciocchè inallora restando gli Svizzeri senza cavalleria, senza artiglieria, senza equipaggi da guerra, non potrebbero tenere lungamente la campagna[337].

Si cominciò l'assedio di Novara, ed il signore de la Fajette, che comandava l'artiglieria, piantò in pieno giorno le batterie contro le mura, ed in quattro ore vi aprì una breccia capace di ricevere cinquant'uomini di fronte; ma per scendere dalla breccia in città, eranvi quindici piedi d'altezza. Intanto il generale svizzero fece dire ai Francesi che non consumassero inutilmente la loro polvere, e che, se pensavano di dare l'assalto, attaccassero pure la porta, poichè egli la lascerebbe aperta. Infatti gli Svizzeri si accontentarono di fare stendere alcuni lenzuoli a guisa di tende sì dietro la porta che dietro la breccia, onde i nemici non vedessero le evoluzioni de' loro soldati, e ricusarono di acconsentire alle inchieste di Silvio Savelli, di Giovanni Gonzaga, d'Alessandro Bentivoglio e di Camillo Montani, principali capitani dell'armata dello Sforza, i quali volevano scavare una fossa dietro la breccia e dietro la porta, oppure fiancheggiare le mura con terrapieni[338].

Massimiliano aveva presso di sè in Novara gli Svizzeri d'Uri, Schwitz ed Underwald, i quali, sotto gli ordini de' loro landamani, erano scesi prima degli altri in Italia senza ricevere nè soldo, nè ingaggio. Si avvicinava un secondo corpo composto delle milizie di Glaritz, Zug, Lucerna e Sciaffusa; ed un altro di circa cinque mila uomini, colle milizie di Berna e di Zurigo, si avanzava sotto gli ordini del capitano Alt-Sax dalla banda de' Grigioni alla volta di Chiavenna[339].

I Francesi, apparecchiandosi a dare l'assalto, avevano di già fatto stare tre giorni e tre notti i loro Landsknecht nella trincea, la quale era finalmente abbastanza profonda per metterli al coperto dell'artiglieria della città, quando furono avvisati dai loro cavaleggieri che avvicinavasi il secondo corpo dell'armata svizzera, e che desso cercherebbe d'entrare in Novara lo stesso giorno. Roberto della Marck consigliava che si andasse ad attaccarlo in aperta campagna, prima che giugnesse il terzo corpo, che non aveva per anco potuto passare il Ticino; ma il Trivulzio giudicò più prudente consiglio d'opporre la lentezza all'impeto degli Svizzeri. Bastava, egli diceva, onde fossero forzati in breve a capitolare, d'intercettare i loro convoglj, d'inquietarli colla cavalleria, di far loro soffrire la fame, e di non venire a battaglia. Persuase a La Tremouille di portare il campo francese due miglia addietro, alla Riotta, presso al fiume Mora, in mezzo a' suoi proprj poderi, ed in un paese che egli conosceva minutissimamente[340].

I Francesi si allontanarono da Novara il 5 di giugno, alla volta del Po, come se avessero voluto andare a Milano per la strada di Abbiategrasso. Lodovico il Moro aveva derivato dall'Agogna un canale, chiamato la Mora, che irrigava quella pianura in cui tutti si trovavano i vasti poderi del Trivulzio; un piccolo bosco stendevasi lungo il canale da Novara fino presso Trecase. I generali francesi si accamparono da principio alla Riotta intorno ad un'abbazìa alquanto elevata; ma i Landsknecht trovavansi su questo piccolo rialto esposti all'artiglieria della città, ed una palla, entrata per la finestra, attraversò la camera stessa in cui si adunava il consiglio di guerra. Perciò i generali scelsero un'altra posizione intorno a Trecase. Il Trivulzio, per salvare questa sua terra, aveva ottenuto che non vi entrassero le truppe. Il signore di Sedan aveva inventata una specie di fortificazione portatile, che suo figlio chiama: «un parco, fatto a guisa di scala, il quale era maravigliosamente buono; dentro il parco stavano cinquecento archibugj a miccia, e se si fosse potuto porre in assetto, forse la bisogna non sarebbe andata come andò;» ma i Francesi in piena sicurezza non pensarono a fortificarsi in quella prima notte[341].

Intanto il secondo corpo degli Svizzeri, condotto dal capitano Jacob Mottino d'Altorfio, e da Graf, borgomastro di Zurigo, entrò in Novara, il 5 di giugno, senza avere trovata opposizione. Questi due capi, informati della ritirata di La Tremouille, e sapendo che nello stesso tempo valicava le Alpi il signore d'Aubignì con un corpo di cavalleria, stimarono non doversi dar tempo ai Francesi d'allontanarsi, o di trarre in lungo la guerra. Rappresentarono ai loro compagni d'armi, che il nemico riposava in seno ad una temeraria sicurezza, e non sospettava ch'essi osassero d'attaccarlo prima che giugnesse il capitano Alt-Sax col terzo corpo; che tutta volta la gloria loro sarebbe più splendida, se ottenevano la vittoria prima dell'arrivo de' loro compatriotti. Tutti i capitani svizzeri, vinti dalle persuasioni di coloro ch'erano venuti di fresco, ordinarono ai loro soldati di mangiare e di riposarsi qualche tempo, e prima che facesse giorno, il 6 giugno del 1513, marciarono verso Riotta e Trecase[342].

Gli Svizzeri, nascosti dalle tenebre della notte e dal bosco che stendevasi tra Novara ed il campo francese, s'avanzarono, contro il loro costume, tacitamente, divisi in tre colonne, e giunsero presso il campo nemico senz'essere scoperti: allora si diressero impetuosamente verso l'artiglieria, senza lasciarsi sgominare da una vigorosa carica fatta da Roberto della Marck alla testa di trecento uomini d'armi, e senza ributtarsi nel vedere caduti molti loro capitani e perfino intere file di soldati sotto il fuoco dell'artiglieria nemica. Avanzando sempre intrepidi in mezzo a tanta strage, s'impadronirono delle artiglierie, e le volsero contro i nemici da loro posti in fuga. La fanteria tedesca, comandata da Fleuranges e Jametz, figliuoli di Roberto della Marck, era il principale oggetto dell'odio e della gelosia degli Svizzeri, perchè essa aveva preso il loro luogo nelle armate francesi: questa, essendo attaccata con maggior furore, e coraggiosamente difendendosi, fece agli Svizzeri grandissimo danno; ma furono altresì uccisi sul campo di battaglia più della metà dei Landsknecht. La cavalleria francese, raffrenata dai fossi, o imbarazzata in luoghi pantanosi, non agiva che pochissimo contro gli Svizzeri; l'artiglieria era di già conquistata, e adoperata contro i Landsknecht, de' quali i pochi superstiti, perduta ogni speranza di salute, dovettero arrendersi alzando le loro lance. Fleuranges e Jametz, gravemente feriti fin dal principio della battaglia, erano ambidue caduti in mano ai nemici. Il loro padre con una furiosa carica de' suoi uomini d'armi sgominò il battaglione che li calpestava, fece rialzare i suoi figliuoli, il primo de' quali non aveva meno di quarantasei ferite, e li fece portare sul collo de' cavalli de' suoi soldati[343].

Gli uomini d'armi francesi, che fino a quest'epoca erano stati risguardati come la più valorosa soldatesca d'Europa, non avevano sofferta altra così vergognosa sconfitta come questa nella battaglia di Novara. La sorpresa, la perdita dell'artiglieria, la notizia divulgatasi nel campo che una delle tre colonne svizzere era penetrata per di dietro nel campo e che stava saccheggiando gli equipaggi, riempirono di terror panico que' cavalieri fin allora così valorosi; non si vergognarono di gettare le armi per non essere impediti nella fuga, e si disse che un solo non aveva conservata la sua lancia dopo passata la Sesia. Se Massimiliano Sforza avesse soltanto avuti dugento uomini d'armi per inseguirli, avrebbe in quel giorno distrutta l'armata francese: ma gli Svizzeri colla sola loro fanteria non potevano nè meno tentarlo. Altronde si accerta, che, arrolandosi sotto le bandiere, giuravano di non far grazia a colui che trovavano armato sul campo di battaglia e di non seguire colui che si ritirava. L'azione non aveva durato che un'ora e mezzo; e gli Svizzeri, dopo essersi tenuti alcune ore in buona ordinanza, onde assicurarsi il possedimento del campo di battaglia, condussero in trionfo in Novara ventidue pezzi d'artiglieria coi loro cavalli d'attiraglio e tutti gli equipaggi. I Francesi perdettero circa dieci mila uomini, la metà de' quali soltanto fu uccisa sul campo di battaglia, e furono tutti Landsknecht. L'altra metà fu uccisa dai contadini, e furono i fanti guasconi, che nella loro fuga, oppressi dalla fatica e dalla fame, e disarmati, e sdrajati ne' campi o presso le siepi, venivano trucidati senza difendersi[344].

I Francesi non osarono fermarsi in Piemonte, e ripassarono immediatamente le montagne, malgrado le istanze d'Andrea Gritti, il quale loro rappresentava, che quest'atto di viltà, assai più funesto che la sconfitta, sarebbe cagione della ruina di tutti i loro amici in Italia. Infatti tutte le città, che avevano spiegate le insegne francesi, si affrettarono di mandare i loro atti di sommissione a Massimiliano Sforza, redimendosi dal commesso errore con somme di danaro, che furono distribuite tra gli Svizzeri. Don Raimondo di Cardone, che aveva ricusato di partecipare ai pericoli della guerra, si affrettò di raccogliere i frutti della vittoria. Staccò tre mila fanti spagnuoli sotto gli ordini del marchese di Pescara per iscacciare, di concerto con Ottaviano Fregoso, i Francesi e gli Adorni da Genova. Ma di già la flotta francese, comandata da Prejean, aveva lasciata Genova; e la flotta genovese, che poche settimane prima erasi ritirata nel golfo della Spezia, si presentò nuovamente in faccia alla città. Gli Adorni non vollero attirare sulla loro patria le calamità d'un assedio; volontariamente rinunciarono alla loro autorità, ed abbandonarono la città, seco portando i ringraziamenti del senato ed i voti del popolo; mentre che Ottaviano Fregoso, ch'era assai più stimato dai suoi compatriotti che non Giano Fregoso, cui egli veniva a rimpiazzare alla testa dello stesso partito, fu eletto doge il 17 di giugno, e fece dai Genovesi pagare ottanta mila fiorini al marchese di Pescara per le spese della sua spedizione[345].