Da un canto Ferdinando il Cattolico, il quale era troppo povero per fare la guerra a proprie spese, era sempre inclinato a far cessare le ostilità ai confini della Spagna, perchè non poteva farvi vivere le sue armate a spese de' nemici. Cercava soltanto di lasciare aperta una via alla fortuna; onde il 1.º d'aprile sottoscrisse ad Orthes, nel Bearn, la tregua d'un anno colla Francia riguardo soltanto ai confini della Spagna[326]. Stando al carattere che a Ferdinando attribuisce il Macchiavelli, questo re, più astuto che accorto politico, si affidava alla propria fortuna, e voleva compromettere i suoi alleati per far loro sentire il bisogno che avevano di lui, aspettando intanto consiglio dagli avvenimenti. Non pertanto la tregua da lui conchiusa era totalmente vantaggiosa alla Francia, la quale trovavasi in libertà di ricondurre le sue armate in Italia[327].

D'altra parte venne sottoscritto un trattato d'alleanza tra la Francia e la repubblica di Venezia a Blois, il 24 marzo del 1513, da Andrea Gritti, che di prigioniero era diventato ambasciatore. La negoziazione tra queste due potenze risguardava le rispettive loro pretese sopra province che più non erano possedute dalle parti contraenti, e che trattavasi di togliere di mano ai loro nemici. I Veneziani, in conformità de' primi articoli convenuti e del loro antico trattato colla Francia, domandavano la Ghiara d'Adda e Cremona. I Francesi avrebbero voluto ritenere queste province; ma all'ultimo acconsentirono a prometterne la restituzione, però sotto la segreta condizione di contraccambiarle poscia con Mantova, il di cui marchese fu dalla Francia sagrificato alle convenienze del senato[328]. I Veneziani obbligavansi ad entrare in campagna circa nella metà di maggio con ottocento uomini d'armi, mille cinquecento cavaleggieri, e dieci mila fanti, mentre che Lodovico XII invaderebbe nello stesso tempo la Lombardia con una potente armata[329].

A tale oggetto Lodovico XII fece adunare a Susa, sotto il comando di Lodovico de la Tremouille, mille dugento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri, ottomila landsknecht, che aveva condotti Roberto de la Marck, signore di Sedan, ed i suoi due figliuoli, Fleuranges e Jametz, ed otto mila avventurieri francesi. Il re non volle dare il comando di quest'armata al vecchio maresciallo Trivulzio, cui però diede ordine d'accompagnarla, per timore che la di lui manifesta parzialità pei Guelfi non ispaventasse i Ghibellini e li riducesse ad una più ostinata difesa[330]. In pari tempo Bartolommeo d'Alviano era giunto a Venezia dopo essere stato posto in libertà dal re, il quale l'aveva sempre tenuto prigioniere dopo la battaglia della Ghiara d'Adda. Il senato gli diede il comando dell'armata che si adunava a San Bonifacio nello stato di Verona. Per ultimo una flotta francese presentavasi a Genova, ove gli Adorni ed i Fieschi si apparecchiavano ad assecondarla. Mentre che così imponenti forze si accostavano contemporaneamente da tre diversi lati, il vicerè don Raimondo di Cardone sembrava risoluto di non volersi loro opporre: erasi ritirato sulla Trebbia, chiamandovi i pochi soldati che guardavano Tortona ed Alessandria: avea apertamente manifestata la sua intenzione di ricondurre la sua armata nel regno di Napoli; e, datone avviso allo stesso maresciallo Trivulzio, si era infatti di già posto in marcia; ma, avendo tra Piacenza e Firenzuola ricevute nuove lettere da Roma, che per quanto pare lo rassicuravano intorno alle disposizioni del papa, egli ritornò nella sua prima posizione[331].

I soli Svizzeri attaccavano il loro amor proprio nazionale alla difesa della Lombardia. Avevano chiesti al papa i soccorsi promessi dal suo predecessore; ma Leon X non voleva ancora apertamente prendere parte nella guerra, e mandò al cardinale di Sion quarantadue mila fiorini, onde li desse agli Svizzeri come pagamento di un debito anteriore, e non come un sussidio. Non perciò gli Svizzeri si astennero dallo scendere in gran numero dalle loro montagne; si avanzarono fino a Tortona, ove furono raggiunti dal duca di Milano, ed invitarono anche il Cardone ad unirsi a loro coll'armata spagnuola. Avendo quel generale ricusato di farlo, lo Sforza si ritirò coll'armata Svizzera a Novara, mentre che il Trivulzio aveva occupate Alessandria ed Asti: nulla più si opponeva all'armata francese che poteva liberamente portarsi sopra Milano, ed infatti lo Sforza permise ai Milanesi di capitolare colla Francia. Sacramoro Visconti, ch'egli aveva lasciato in Milano con cent'uomini d'armi, fece spiegare sulle mura le bandiere della Francia, ed acconsentì che fosse vittovagliato il castello sempre occupato dai Francesi[332].

L'entusiasmo scoppiato pochi mesi prima alla venuta dello Sforza, erasi di già compiutamente spento. L'incapacità e la miseria del duca, e le vessazioni degli Svizzeri avevano bentosto fatto comprendere ai popoli quanto avessero a torto nudrite troppo lusinghiere speranze: onde le città s'affrettavano d'alzare spontaneamente lo stendardo dell'armata creduta più forte. Per mettere Parma e Piacenza al coperto dell'invasione francese, il Cardone le restituì agli ufficiali del papa. L'Alviano occupò Valeggio, Peschiera e Cremona, ed incaricò Renzo di Ceri di entrare in Brescia, mentre Soncino e Lodi spiegavano le insegne francesi; onde l'armata veneziana fu tosto in comunicazione colla francese. Pure i progressi dell'Alviano non erano in Venezia veduti senza inquietudine: si osservava che egli s'andava troppo allontanando dalle province che più importava di difendere, tanto più che la guarnigione tedesca di Verona aveva ricevuto alcuni rinforzi, ed ottenuti diversi vantaggi alle spalle dell'armata veneziana[333].

I Francesi, che così rapidamente andavano occupando le province perdute nel precedente anno, non avevano per anco combattuto in verun luogo, fuorchè nelle montagne di Genova. Dopo essersi seduto sul trono ducale, Giano Fregoso aveva stretto con ardore l'assedio della Lanterna, nuova fortezza, che nello stesso tempo signoreggiava il porto e la città di Genova, e che i Francesi avevano sempre conservata. Un vascello, uscito dai porti di Normandia, senza avere preso lingua in verun luogo, era giunto in gennajo fino sotto la fortezza per vittovagliarla, e cominciava a scaricare le munizioni che teneva a bordo, quando Emmanuele Caballo, marinajo rinomato per la sua intrepidezza, domandò al doge una galera, sulla quale fece montare i più risoluti volontarj; indi non si curando delle palle di cannone che i Francesi facevano piovere sopra di lui, andò, tostocchè fu a vista della Lanterna, a porsi tra il vascello normanno e la fortezza; venne all'abordaggio della nave nemica, la prese, e la condusse in trionfo nel porto[334].

Ma quando in primavera le truppe di La Tremouille e di Trivulzio cominciarono a dilatarsi nel Piemonte, una flotta francese presentossi in faccia a Genova, mentre i fratelli Antoniotto e Girolamo Adorno, aperti partigiani de' Francesi, si avvicinavano alla città con quattro mila fanti. Il doge, per non trovarsi esposto nello stesso tempo agl'interni ed agli esterni nemici, fece uccidere, mentre usciva di senato, Girolamo Fieschi, il quale aveva di fresco co' suoi discorsi dato a conoscere il suo attaccamento per la Francia. Questo assassinio, che il doge aveva risguardato come un colpo da grande politico, fu invece quello che lo perdette: il senato ed il popolo, risguardandolo oramai con orrore, ricusarono di più difenderlo, ed i suoi soldati furono nelle montagne battuti dagli Adorni. Suo fratello Zaccaria cadde nelle mani de' Fieschi, che lo uccisero per vendicare il loro parente; il signore di Prejan, che aveva il comando della flotta francese, non trovò verun ostacolo per entrare in porto; Giano Fregoso ritirossi colla sua flotta genovese alla Spezia, ed Antoniotto Adorno, riconosciuto da Lodovico XII come suo luogotenente, fu nello stesso tempo proclamato doge dal senato e dal popolo[335].

Genova si era data ai Francesi; l'armata veneziana occupava la metà dello stato milanese; La Tremouille e Trivulzio colle truppe francesi occupavano l'altra, ed in tutto il ducato Massimiliano Sforza altro più non aveva che Como e Novara. In quest'ultima città si era il duca unito all'armata svizzera; ma tutto il mondo, vedendolo colà chiuso, rammentava che i medesimi La Tremouille e Trivulzio avevano assediato in Novara il padre di quel duca Sforza, che vi si difendeva adesso; ch'era egualmente in mano degli Svizzeri, che l'avevano venduto ai Francesi, e che molti di que' capitani e soldati, che circondavano il figlio, avevano contribuito a tradire il padre. Queste vicine memorie stringevano il cuore di spavento a Massimiliano, ed accrescevano fiducia a La Tremouille; onde scriveva a Lodovico XII, che in breve farebbe prigioniere il figlio nello stesso luogo in cui aveva fatto prigioniere il padre[336].