Il Medici non era ancora che diacono, e fu d'uopo ordinarlo prete prima di coronarlo come papa; questa cerimonia si eseguì il 15 di marzo; poi fu consacrato il 17, e coronato il 19 in san Pietro. Si dovettero affrettare queste funzioni a motivo della settimana santa; ma Leone X non volle rinunciare ad una più solenne coronazione, la quale richiedeva lunghi apparecchi. Ebbe questa luogo l'11 d'aprile a san Giovanni di Laterano, la quale chiesa viene considerata come la propria vescovile de' papi. Il Medici aveva scelto il giorno anniversario della battaglia di Ravenna, nella quale era stato fatto prigioniero dai Francesi, e montò in questa cerimonia il cavallo di cui si era valso nella battaglia[316].
Si potè conoscere in questa coronazione quanto fosse mutato lo spirito della corte di Roma. Giulio II serbava tutte le entrate dello stato per la guerra, ed aveva ridotti all'estrema economia tutti gli altri rami della pubblica amministrazione; aveva proscritti nella sua corte ogni lusso ed ogni pompa, ed anche in mezzo alla guerra non aveva lasciato di ammassare danaro per l'esecuzione de' più vasti suoi progetti; onde lasciò, morendo, trecento mila fiorini in danaro sonante, che il di lui successore trovò nel tesoro, ottanta mila fiorini che i cardinali spesero o si appropriarono durante l'interregno, oltre le pietre di grandissimo valore, colle quali avea arricchita la mitra, detta il triregno. Per lo contrario Leone X, salendo sul trono, volle sorprendere il popolo collo splendore della sua magnificenza, e poca cura prendendosi della guerra in cui la Chiesa trovavasi allora impegnata, o forse supponendo inesauribili i rinvenuti tesori, consumò cento mila fiorini nelle sole feste della sua coronazione. In questa cerimonia fece portare il gonfalone della Chiesa dal duca Alfonso d'Este, e parve in tal modo presagire la di lui riconciliazione colla santa sede[317].
Tosto che Leon X si trovò seduto sul trono, rivolse le sue prime cure alla propria famiglia, onde arricchirla coi beni della Chiesa. Era morto appunto in quest'epoca, il 9 aprile, Cosimo de' Pazzi, arcivescovo di Firenze. Leone diede quest'arcivescovado a suo cugino Giulio, allora cavaliere di Rodi, e figliuolo naturale del vecchio Giuliano. In settembre lo creò cardinale, e poco dopo legato di Bologna. Accordò in pari tempo la porpora ad Innocenzo Cibo, figliuolo di sua sorella, a Bernardo Bibbiena, suo segretario, ed a Lorenzo Pucci, protonotaro apostolico e creatura de' Medici. Non permettendo i canoni di conferire le alte dignità ecclesiastiche ai bastardi, Leone accordò una dispensa a suo cugino, prima di nominarlo arcivescovo di Firenze; ma quando si trattò di farlo cardinale s'appigliò all'espediente di far deporre con giuramento al fratello della madre di lui e ad alcuni religiosi, ch'ella era stata sposa di Giuliano[318].
La notizia dell'elezione di Leon X venne accolta in Firenze con trasporti di gioja non solo dai partigiani de' Medici, ma ancora dagli antichi repubblicani; o sia che sperassero, che i nuovi progetti che formerebbe Leone, come capo della Chiesa, farebbero diversione al piano che egli aveva di già formato per ridurre in servitù la sua patria, o sia che i vantaggi del commercio ed i favori che potevano sperare dalla corte di Roma, facessero loro dimenticare gl'interessi della libertà. «Io ben intendo,» disse il genovese Lomellini osservando le feste de' Fiorentini, «come voi, non avendo ancora veduto verun vostro cittadino diventare papa, possiate rallegrarvi di questa nuova dignità; ma quando avrete l'esperienza de' Genovesi, saprete quai tristi effetti producano così fatte grandezze nelle città libere[319].»
Vero è che inallora Firenze aveva pochi diritti al nome di città libera. Appunto nell'epoca in cui il cardinale de' Medici mettevasi in via per recarsi al conclave in cui fu eletto, una lista coi nomi di diciotto in venti giovani, conosciuti pel loro patriottismo e pel loro amore di libertà, cadde di tasca a Pietro Paolo Boscoli, e fu portata al tribunal criminale, detto la magistratura degli otto. Il tribunale credette di ravvisarvi l'indizio d'una cospirazione per assassinare Giuliano e Lorenzo; tanto più che il Boscoli era già tenuto di vista per alcune imprudenti espressioni. Costui fu posto alla tortura, e così pure Agostino Capponi ed altri molti, il più ragguardevole de' quali era senza dubbio Niccolò Macchiavelli, stato di già spogliato nel precedente novembre dell'impiego di segretario di stato da lui lungo tempo occupato[320].
La violenza de' tormenti inflitti ai prevenuti non istrappò loro di bocca veruna confessione di cospirazione, ma molti confessarono d'avere sparlato del presente governo, e d'averne desiderato lo scioglimento. Tanto bastò per condannare alla morte Boscoli e Capponi, facendo eseguire la sentenza all'indomani della partenza del cardinale verso di Roma. Gli altri, tra i quali contavansi Niccolò Valori, Giovanni Folchi, Guccio Adimari, Niccolò Macchiavelli, Bonciani e Serragli, furono relegati in diversi luoghi[321].
Questi terribili rigori delle creature de' Medici diedero occasione a Leon X di cominciare il suo regno con un atto di clemenza, facendo liberare tutti gli accusati, richiamando tutti gli esiliati per titolo di congiura, e stendendo questo favore a tutti i Soderini ch'erano stati precedentemente rilegati[322]. Nello stesso tempo fece sentire ai Fiorentini i benefici effetti della sua protezione nelle relazioni de' loro vicini. Alcune dispute di confini nelle vicinanze di Barga erano state cagione in luglio ed in agosto del 1513 d'ostilità tra i Fiorentini ed i Lucchesi: Leon X si fece mediatore tra le due repubbliche; ma con arbitramento del 12 ottobre obbligò la più debole a restituire ai Fiorentini Pietra Santa e Mutrone, fortezze che i Lucchesi avevano usurpate in tempo della guerra di Pisa; ed a tale condizione fece sottoscrivere un'alleanza perpetua fra le due repubbliche[323].
Tostocchè si ebbe in Lombardia la notizia della morte di Giulio II, Raimondo di Cardone si era avvicinato a Piacenza, poi a Parma, ed aveva persuase queste due città a darsi al duca di Milano[324]. Sebbene queste fossero state occupate da Giulio II senza verun diritto, Leon X non fu appena salito sul trono pontificio, che ne riclamò la restituzione, determinato a non volere permettere che in tempo della sua amministrazione si smembrassero gli stati della Chiesa, o piuttosto pensando già fin d'allora a formare con queste nuove conquiste della santa sede uno stato per suo fratello Giuliano, o per suo nipote Lorenzo[325]. Finchè non fu che cardinale, erasi mostrato nemico della Francia, ed aveva con tutta la sua attività secondata la lega formata da Giulio II contro quella corona. Perciò generalmente credevasi di vederlo camminare sulle orme del suo predecessore; altronde le negoziazioni cominciate, quando ancora non si prevedeva la morte di Giulio, avevano avuto qualche risultamento prima che Leone avesse potuto decidersi.