Leon X succede a Giulio II; spedizione di La Tremouille in Lombardia; sua sconfitta a Novara; rotta di Bartolommeo d'Alviano all'Olmo; la guerra si rallenta in Italia; negoziazioni; morte di Lodovico XII.
1513 = 1515.
Le rivoluzioni che avevano agitata l'Italia negli ultimi dieci anni, e le crudeli guerre che l'avevano insanguinata, potevano per la maggior parte attribuirsi al violento ed impetuoso carattere di Giulio II, ed a quell'accanimento con cui teneva dietro al compimento de' suoi progetti, o delle sue vendette. Le sue passioni confondevansi a' suoi occhi co' principj da lui adottati, ed egli si era fatti dei doveri conformi alla sua ambizione. Quasi tutti i progetti da lui formati avevano un lato nobile e generoso; abbastanza elevati erano i suoi pensieri, abbastanza disinteressati i suoi desiderj, per giustificare la sua condotta ai proprj occhi; e malgrado le criminose violenze con cui ne affrettò l'esecuzione, Giulio II non era affatto indegno degli elogj che gli furono prodigati dal cardinale Bellarmino, dall'annalista della Chiesa Rainaldi, e dagli altri apologisti della santa sede[312].
Giulio II, che non poteva soffrire veruna opposizione, veruna resistenza, e che spingeva agli ultimi eccessi il dispotismo delle sue volontà, nutriva per altro in massima, rispetto ed amore per la libertà: voleva assicurare quella dell'Italia, non sapeva soffrire l'idea di vedere questa contrada signoreggiata dagli stranieri, ed il suo più ardente desiderio era quello di liberarla dal giogo de' barbari, siccom'egli chiamava tutti gli oltremontani. Conosceva altresì il prezzo della libertà civile: aveva tentato di restituire l'indipendenza alla repubblica di Genova, e di salvare quella di Venezia, sebbene fosse stato egli il primo ad adunare il turbine che l'oppresse: aveva rispettata la libertà di Bologna e delle altre città dello stato della Chiesa, dalle quali avea scacciati i tiranni, ed alle quali avea cominciato a rendere un'amministrazione repubblicana sotto la protezione della santa sede. Vero è che, scontrando in queste città qualche opposizione, la sua collera non aveva più confini; che ravvisava nell'opposizione una ribellione, e puniva all'istante la città rubella, togliendole quella libertà, che le aveva data, e che egli risguardava come il primo de' beni.
Avea concepita un'altissima stima degli Svizzeri, perchè vedeva in essi un popolo libero, guerriero e docile alla sua voce; e siccome le loro montagne cuoprono un'importante parte de' confini dell'Italia, aveva concepito il progetto, degno d'un animo elevato, di costituirli custodi della libertà italiana. Aveva contribuito alla deposizione del gonfaloniere Piero Soderini, perchè nel bollore della sua collera non poteva condonargli nè il suo attaccamento alla Francia, nè l'asilo dato al concilio di Pisa; ma egli non aveva altrimenti acconsentito che i Medici riducessero Firenze in servitù, ed altamente biasimava il cardinale Giovanni d'essere entrato nella sua patria circondato di picche e di alabarde, e d'avere con armi straniere fondata la tirannide della sua casa. Dichiarava di non avere avuto mai intenzione di dar mano allo stabilimento d'una nuova tirannide, e che anzi il voto del suo cuore era di rovesciarle e di distruggerle ovunque si trovavano[313].
Ma sebbene Giulio II fosse riuscito ne' suoi progetti assai più felicemente che non poteva sperarsi dai calcoli ordinarj della politica, e sebbene il suo impetuoso carattere, confondendo i suoi avversarj e prevenendo i loro disegni, gli fosse spesse volte tornato più utile che non la stessa prudenza, di modo ch'egli aveva dilatati i confini della Chiesa più che verun altro de' suoi predecessori, egli era stato non pertanto cagione di tante disgrazie, aveva fatto versare tanto sangue, e chiamate in Italia tante barbare nazioni, nell'istante medesimo in cui pretendeva di combattere per liberarla, che la di lui morte venne risguardata come una pubblica felicità; ed i cardinali, i Romani, gl'Italiani, e tutti i popoli della Cristianità desideravano egualmente che il suo successore non fosse a lui somigliante. Egli era vecchio, e perciò preferivasi un giovane pontefice; era turbolento, impaziente, collerico, e si cercò colui che l'amore per le lettere, per i piaceri, per una vita epicurea, faceva credere d'una tempra affatto diversa da quella di Giulio II. Egli non aveva mai sofferti nè consiglj, nè opposizione, onde si cercò di porre il suo successore prima d'eleggerlo sotto la tutela di tutti gli altri cardinali, e di vincolare la potenza papale coi giuramenti e colle convenzioni. Ma questo tentativo, tante volte rinnovato ne' conclavi, era sempre tornato vano; ed il nuovo papa mai non ommetteva d'abolire colla sua plenipotenza il giuramento emesso quand'era cardinale. Le convenzioni giurate dopo la morte di Giulio II dai venticinque cardinali, adunati per eleggere il suo successore, non ebbero un più felice risultamento, e l'annalista della Chiesa non riputò necessaria cosa il registrarle ne' suoi annali[314].
Terminati i funerali di Giulio II, i ventiquattro cardinali, che si trovavano in Roma si chiusero il 4 di marzo in conclave. Sebbene Giovanni de' Medici fosse immediatamente partito da Firenze, trovandosi egli affetto da un ascesso, e costretto a viaggiare lentamente in lettiga, non giunse a Roma che il giorno 6, e fu l'ultimo ad entrare in conclave. Il cardinale Raffaele Riario, nipote di Sisto IV, essendo inallora decano del sacro collegio, e nello stesso tempo il più ricco e meglio provveduto d'ecclesiastiche dignità, da principio aveva aspirato alla tiara. Ma le sue personali qualità e la memoria dello zio non erano tali da ottenergli molti suffragj; egli fu bentosto escluso.
L'influenza delle famiglie principesche d'Italia aveva fatti introdurre nel sacro collegio alcuni giovani cardinali, i quali, d'ordinario vinti dalla deferenza loro verso il capo della propria famiglia, poca parte aver potevano nelle decisioni del corpo cui appartenevano. Ma la violenza e l'austerità del vecchio Giulio II aveva accresciuto grandemente il credito della gioventù; onde per la prima volta si vide formarsi nel conclave una fazione di giovani cardinali. Alfonso Petrucci, figliuolo del signore di Siena, era uno de' più attivi e zelanti di questo partito, e non tardò ad averne una mala ricompensa. Giovanni de' Medici, che inallora non contava che trentasette anni, era il più giovane di tutti coloro sui quali i giovani cardinali potevano decentemente riunire i loro suffragj. Nè tale scelta ripugnava a molti de' più attempati cardinali, i quali, in mezzo alle turbolenze ed ai pericoli d'Italia, risguardavano come sommamente vantaggioso allo stato della Chiesa l'avere per sovrano il capo della repubblica fiorentina, ed il far causa comune colla Toscana.
Ma il cardinale Soderini, che meritamente godeva grandissima opinione nel sacro collegio opponevasi con tutti i suoi amici all'esaltazione del capo della famiglia de' suoi nemici. Perciò i partigiani del Medici si adoperarono caldamente per riconciliare queste due famiglie. Offrirono al cardinale Soderini, quale prezzo del suo suffragio, di richiamare da Ragusi il gonfaloniere Soderini, di accordargli un asilo in Roma, di riporlo nel godimento di tutti i suoi beni sequestrati in Firenze, e di unire la sua famiglia a quella de' Medici con un matrimonio. Queste proposizioni furono accettate e religiosamente eseguite, e l'elezione del Medici fu assicurata nel conclave di giovedì sera, 10 marzo. Per altro i cardinali non procedettero alla formalità de' suffragj che il giorno 11, ed al cardinale Giovanni fu data l'incumbenza dello spoglio dello scrutinio che lo dichiarava papa. Egli prese il nome di Leone X[315].