La lega trovavasi di già talmente divisa da opposti interessi, che in certo modo Lodovico XII era padrone di scegliere a suo piacimento i suoi nuovi alleati. Ferdinando, che in ogni sua azione coprivasi sempre ipocritamente col manto della religione, gli aveva mandati in Francia due monaci per trattare con lui, proponendogli o una pace generale, o una parziale alleanza; ma perchè la prima proposizione di Ferdinando richiedeva che Lodovico XII abbandonasse la Navarra, questi rispose che l'onor suo voleva che soccorresse un re che si era gettato nel pericolo soltanto per attaccamento verso di lui[302]. Dall'altro canto la regina Anna di Bretagna aveva fatto fare delle aperture di negoziazione al cardinale di Gurck, che erano state accettate; e Massimiliano aveva in cambio fatto proporre a Lodovico di unire in matrimonio il suo piccolo nipote, l'arciduca Carlo, colla seconda figlia del re, purchè questa gli portasse in dote i diritti della Francia sul Milanese e sui regno di Napoli. Chiedeva inoltre che la giovane principessa si mandasse immediatamente alla corte imperiale per essere colà educata fino all'epoca del matrimonio, e che il re secondasse Massimiliano nel suo progetto di ruinare affatto i Veneziani[303]. La regina Anna non volle acconsentire alla separazione di sua figlia, ed i consiglieri di Lodovico XII lo dissuasero dal contrarre alleanza con un imperatore, che non era mai di buona fede nelle sue promesse, e che, quand'anche lo fosse, e quand'anche avesse perdonate alla Francia le diciassette offese che diceva avere da questa ricevute, si poneva sempre nell'impossibilità di soddisfare ai suoi impegni[304].

Lodovico XII non ignorava le funeste conseguenze della sua malintelligenza cogli Svizzeri, ed ardentemente desiderava di riconciliarsi, ma questa negoziazione presentava maggiori difficoltà che non le altre. Sapeva essere stato sottoscritto un trattato tra gli ambasciatori svizzeri e Massimiliano Sforza, in forza del quale la confederazione prendeva sotto la sua protezione la casa Sforza, permettendole di levare per la difesa del Milanese quante truppe le piacesse; ed il duca prometteva cento cinquanta mila ducati nell'atto di entrare in possesso de' suoi stati, e per venticinque anni quaranta mila ducati all'anno. Lodovico caldamente desiderava di fare in modo che la dieta non ratificasse questo trattato, lo che non era fin allora accaduto. Soltanto per ottenere che i suoi ambasciatori potessero presentarsi a questa dieta, cedette agli Svizzeri le fortezze di Lugano e di Locarno: ed a tale condizione il signore de la Tremouille ebbe la licenza di portarsi a Lucerna, ov'era adunata l'assemblea. Vi si recò nello stesso tempo ancora Gian Giacopo Trivulzio, sotto pretesto di trattarvi alcuni suoi particolari interessi; ma subito gli Svizzeri gli proibirono di comunicare con la Tremouille, ed alla presenza dell'uno e dell'altro ratificarono la convenzione conchiusa collo Sforza, e ricusarono al re di Francia ogni leva di soldati, ed ogni altra domanda[305].

Nello stesso tempo Lodovico XII avea preso a negoziare coi Veneziani col mezzo del Trivulzio e di Andrea Gritti, che trovavasi tuttavia prigioniere dopo la battaglia di Ghiara d'Adda, e che il re aveva fatto venire alla sua corte. Ma sebbene queste pratiche si continuassero segretamente, Massimiliano n'ebbe qualche sentore, e per romperle si mostrò disposto a recedere dalle sue pretese, rinunciando alla restituzione di Vicenza. Risposero i Veneziani al cardinale di Gurck, che non tratterebbero, se non a condizione che fosse loro restituita Verona, senza la quale città il loro territorio si trovava diviso in due parti; soltanto offrirono in compenso all'imperatore d'accrescere il tributo loro domandato. Il che non avendo potuto essi ottenere, sottoscrissero col segretario del Trivulzio, mandato segretamente a Venezia, un trattato d'alleanza colla Francia. Servì di base a questo nuovo trattato quello del 1499 tra le due medesime potenze, in forza del quale davansi ai Veneziani Cremona e la Ghiara d'Adda[306], e a Lodovico XII tutto il restante del ducato di Milano.

Il segretario del Trivulzio, che aveva redatto questo trattato per la Francia, aveva fatta l'espressa riserva, che terrebbesi come non avvenuto, qualunque volta non fosse dal re ratificato entro un determinato tempo. Perciò fin allora nulla era conchiuso, e ciascuno tirava avanti nelle sue contraddittorie negoziazioni. Lodovico XII aveva mandato a Massimiliano il signore d'Asparoth, fratello di Lautrec, per continuare le negoziazioni relative alle proposizioni del matrimonio di madama Renata di Francia. Dall'altro canto Ferdinando confortava caldamente Massimiliano a cedere Verona ai Veneziani e ad accettare invece dugento cinquanta mila ducati d'investitura, e cinquanta mila di annuo censo. Gli proponeva di adoperare questo danaro per portare la guerra in Borgogna, e prendersi larghi compensi in Francia alle conquiste che abbandonava in Italia. Egli aveva impegnato il cardinale di Gurck, ch'era perfettamente entrato nelle sue viste, a recarsi in Germania per appoggiarle, e lo aveva fatto accompagnare da don Pedro di Urrea, suo ambasciatore, e dal conte di Cariati, suo ministro presso la repubblica di Venezia. Per dare più largo tempo a tutte queste negoziazioni, si stipulò una tregua a tutto marzo tra i Tedeschi ed i Veneziani[307].

Il più attivo in queste così complicate negoziazioni era però sempre Giulio II. Stava con impazienza aspettando la buona stagione per attaccare Ferrara, il di cui duca, abbandonato da tutti i suoi alleati, non poteva opporgli lunga resistenza. Aveva segretamente pel prezzo di trenta mila ducati acquistati da Massimiliano i diritti dell'impero sopra Siena, e contava di farne un dono a suo nipote, il duca d'Urbino: mercè un'altra somma di quaranta mila ducati Massimiliano doveva pure consegnargli Modena in pegno. Egli minacciava i Lucchesi, ai quali voleva togliere la Garfagnana, che avevano conquistata sopra Alfonso d'Este in tempo delle sue calamità. Era scontento dei Medici, che trovava più attaccati alla corte di Spagna che a lui, e meditava di mutare nuovamente la costituzione di Firenze. Aveva tolta al cardinale di Sion la legazione di Milano, e lo aveva richiamato a Roma, per gastigarlo delle concussioni colle quali questo prelato erasi formata in Lombardia un'entrata di trenta mila ducati. Apparecchiavasi a scacciare da Perugia Giovanni Baglioni, per sostituirgli Carlo Baglioni, e a far deporre Giano Fregoso, doge di Genova, per far eleggere in sua vece Ottaviano Fregoso. I soli Svizzeri continuavano a parergli degni della sua stima e dell'amor suo. Col loro soccorso egli sperava di terminare di cacciare i barbari d'Italia, secondo la favorita sua espressione, e di disfarsi un giorno degli Spagnuoli; ed il cardinale Grimani avendo detto in sua presenza che il regno di Napoli rimaneva sempre in mano degli stranieri, Giulio II, battendo sul suolo col suo bastone, disse, che se il cielo gli dava vita non tarderebbe a liberare anche i Napolitani dal giogo che gli opprimeva[308]. Finalmente nell'implacabile sua collera contro la Francia trasferiva con una bolla al re d'Inghilterra il titolo di Cristianissimo, privava Lodovico del regno di Francia, e lo accordava al primo occupante[309].

Tutti questi progetti fermentavano nello stesso tempo nel capo di Giulio II, quando una leggiere ma ostinata febbre, cui ben tosto s'aggiunse la dissenteria, gli fece sentire che poco gli rimaneva a vivere. Chiamò presso di sè i cardinali in concistoro, e fece loro confermare la bolla contro la simonia, ch'egli aveva pubblicata dopo la sua prima malattia. Fece loro dichiarare, che i cardinali scismatici sarebbero esclusi dal conclave, al quale, e non già al concilio adunato, lasciò l'elezione del suo successore; persuase di nuovo i cardinali a confermare il vicariato di Pesaro a suo nipote, il duca d'Urbino, in vista che questa era la sola grazia ch'egli accordava alla propria famiglia. Infatti non si presentò nella storia una sola occasione di parlare di Madonna Felicia, sua figlia, maritata a Gian Giordano Orsini. Egli mai non le aveva accordato verun favore; ed un giorno ch'ella caldamente gli chiedeva il cappello di cardinale per Guido di Montefalco, suo fratello per parte di madre, glielo rifiutò aspramente, dichiarando che non erane degno. Giulio II conservò fino all'ultimo istante la stessa fermezza, la stessa costanza, tutto il vigore della sua anima e tutto il suo discernimento. Ricevette i sacramenti della Chiesa, e morì dopo più giorni di patimenti nella notte del 21 febbrajo nel 1513[310][311].

CAPITOLO CXI.