Il risultamento di questa rivoluzione fu quello di far rientrare in Firenze il cardinale Giovanni de' Medici e suo fratello Giuliano, ambidue figliuoli del magnifico Lorenzo, Giulio, cavaliere di Malta, e priore di Capoa, figliuolo naturale di Giuliano fratello del Magnifico, e Lorenzo II, figlio di Piero, il primogenito de' tre figli del Magnifico, il quale si era annegato nel Garigliano. Conducevano inoltre con loro due fanciulli, Ippolito, figliuolo naturale di Giuliano II, e Giuliano, figliuolo naturale di Lorenzo II, ne' quali si spense l'antica stirpe de' Medici, niuno dei capi della quale aveva legittimi figli[292].
Appena i Medici si trovarono di nuovo capi del governo, che si vide sorgere nella repubblica una classe di cortigiani, che sembravano stranieri agli antichi costumi ed al di lei carattere. Molti dipendevano da famiglie rendute illustri dal loro amore per la libertà: ma la vanità, il gusto del piacere, e la speranza di ristabilire col favor di una corte la loro cadente fortuna, loro facevano preferire il servigio de' principi alla partecipazione della sovranità in uno stato libero. Vantavano essi allora l'inalterabile loro fedeltà alla casa de' Medici, e sebbene si fosse fatta la rivoluzione colle armi straniere, davano ad intendere d'averla preparata colle loro segrete pratiche, ed agevolata co' loro tradimenti. Dicevano d'avere essi dato in mano degli Spagnuoli i passi dell'Appennino, Campi e Prato, e d'avere impedito che queste città si approvigionassero. Avevano, dicevano essi, tenuta viva una lunga corrispondenza con Giulio de' Medici, il principale agente del cardinale suo cugino, e le loro lettere senza addirizzo e senza sottoscrizione erano poste in un buco della muraglia del cimitero di santa Maria Novella, ove un messo deponeva in seguito le risposte, senza conoscere il nome, la dimora o la figura di chi manteneva la corrispondenza. In premio di queste lunghe pratiche contro la loro patria riclamavano da' Medici alcuni favori; ma i loro sforzi non ottennero che d'indicarli al disprezzo de' loro concittadini e delle età future[293].
Il vicerè, don Raimondo di Cardone, era ripartito da Prato il 18 di settembre, ed aveva raggiunto coll'armata spagnuola i Veneziana che assediavano Brescia. Il signor d'Aubignì, che difendeva quella città, e che aveva poca speranza di potervisi tenere lungamente, dopo aver ricusato di arrendersi ai Veneziani, offrì di capitolare col Cardone, per gettare in tal modo semi di malcontento tra gli alleati della santa lega; egli ottenne onoratissime condizioni. Peschiera aprì egualmente le porte agli Spagnuoli, Legnago al vescovo di Gurck, ministro di Massimiliano, e la sola Crema si assoggettò ai Veneziani[294].
Il vescovo di Gurck andò in appresso a Roma, attraversando Firenze; e giammai ambasciatore, nè prelato alcuno, fu ricevuto nella capitale della cristianità con tanti onori e contrassegni di rispetto[295]. Il papa, che vedeva la lega divisa da sorde nimicizie, e vicina a sciogliersi, voleva assicurarsi la gratitudine di questo segretario dell'imperatore, che sembrava il solo che si fosse guadagnata la di lui confidenza: gli accordò il cappello di cardinale, di cui lo andava lusingando da oltre un anno, e cercò col suo mezzo di unirsi più intimamente con Massimiliano[296].
Si adunava in Roma un congresso delle potenze della lega per regolare i destini dell'Italia, e terminare le controversie ch'erano di già scoppiate in Mantova. Una generale gelosia pareva armare tutti gli alleati gli uni contro gli altri. Lagnavasi il papa che Ferdinando avesse promessa la sua garanzia a Firenze, Siena, Lucca e Piombino, e richiedeva per la libertà della santa sede che il sovrano di Napoli non si arrogasse veruna autorità sopra la Toscana. D'altra parte gli Spagnuoli volevano estendere la loro protezione non solo su questa contrada, ma ancora sopra Fabrizio e Marc'Antonio Colonna, i quali dopo l'evasione del duca di Ferrara erano caduti nella disgrazia del papa. In pari tempo essi riclamavano il sussidio di quaranta mila fiorini al mese, loro promessi dal trattato della santa lega, e che da qualche tempo loro non erano più pagati. Gli Svizzeri, che il papa aveva proclamati i difensori della libertà ecclesiastica, loro mandando una bandiera, una spada, ed un caschetto da lui benedetti, volevano che il ducato di Milano fosse restituito a Massimiliano Sforza, che loro assai importava d'avere vicino piuttosto che un grande potentato; e volevano consegnargli essi medesimi le chiavi di Milano, per dare ad intendere ch'essi soli lo avevano conquistato. L'imperatore Massimiliano pretendeva di avere per sè medesimo il Milanese, e ricusava al cugino l'investitura ed il titolo di duca. Lo stesso Massimiliano, d'accordo cogli Spagnuoli, lagnavasi del pontefice, che aveva occupata Piacenza, Parma e Reggio, in pregiudizio dei diritti dell'impero[297].
Ma più complicate di tutte e più difficili a conciliarsi erano le contese tra Massimiliano ed i Veneziani. Il primo, che occupava sempre Verona, chiedeva ancora Vicenza, e non si accontentava di lasciare ai Veneziani il possesso di Padova, Treviso, Brescia, Bergamo e Crema, ch'egli riclamava sempre come terre dell'impero, se non mediante il pagamento di dugento mila fiorini d'investitura ed un annuo tributo di trenta mila. D'altra parte i Veneziani non potevano acconsentire, nè di rinunciare all'alta signoria di cui avevano goduto per più d'un secolo, nè di fare un così enorme sagrificio di danaro nello stato di esaurimento in cui si trovavano le loro finanze, nè di perdere ogni comunicazione colle province, che loro si rendevano al di là del Mincio, ed il di cui possedimento sarebbe in conseguenza sempre stato per loro precario[298].
Giulio II adoperò tutto il suo ascendente, tutta la sua attività per conciliare così opposte pretese; offrì ai Veneziani di sovvenire loro parte del danaro domandato dall'imperatore; gli andò vivamente esortando a cedere per la pace dell'Europa; ma non potendo persuaderli, li minacciò coll'abituale suo impeto di rovesciare sopra di loro tutte le pene ecclesiastiche, se protraevasi per colpa loro la pace d'Italia, e subito dopo conchiuse coll'imperatore, e pubblicò il 25 novembre una nuova alleanza, cui gli ambasciatori d'Inghilterra e di Arragona ricusarono d'intervenire. In forza di questa Massimiliano aderì al concilio di Laterano, annullò tutti gli atti per i quali erasi unito al concilio di Pisa, promise di non soccorrere in verun modo nè Alfonso d'Este, nè i Bentivoglio, e di richiamare i Tedeschi che trovavansi ai servigj del primo. Dal canto suo Giulio si obbligò ad impiegare le armi spirituali e temporali per mettere l'imperatore eletto in possesso di tutte le province che gli erano state date per sua parte nella lega di Cambrai. La persecuzione di Giulio contro i Colonna, ed i contraddittorj diritti dell'Impero e della Chiesa sopra Parma, Piacenza e Reggio, dovevano rimanere sospesi fino alla fine della guerra[299].
Tuttavolta il papa non ruppe le sue negoziazioni colla repubblica; sperava ancora di sottrarla a nuove ostilità, e non voleva attaccare Ferrara avanti il ritorno della bella stagione. In questo intervallo di pace, il cardinale di Gurck, quello di Sion, ed il vicerè di Napoli, si recarono a Milano per dare a Massimiliano Sforza il possesso della sua capitale: il cardinale di Sion gli consegnò le chiavi alle porte della città, il 29 di dicembre, a nome della confederazione elvetica. I Milanesi, dopo avere tanto sofferto, speravano di trovare sotto un sovrano italiano e sotto il nipote del grande Francesco Sforza tutta la felicità degli andati tempi: la memoria dello stesso Lodovico il Moro era loro diventata cara pel contrapposto del dominio degli stranieri; e la capitolazione della fortezza di Novara contribuì ad abbellire le feste della inaugurazione del nuovo duca. Ai Francesi null'altro omai restava in Italia che i castelli di Milano, Cremona, Trezzo, e la Lanterna di Genova[300].
Ma intanto Lodovico XII non rinunciava altrimenti al Milanese, la di cui conquista era stato l'oggetto dell'ambizione di tutta la sua vita. Ritirando le sue truppe dall'Italia, le aveva portate sui Pirenei, aggiungendovi nuovi corpi di uomini d'armi francesi, e Landsknecht della bassa Germania; e prima che terminasse l'anno aveva ricuperata ai confini della Spagna una grande superiorità di forze a fronte del suo avversario Ferdinando. Ma la campagna del 1512 era stata fatale al suo fedele alleato Giovanni d'Albret, re di Navarra. I generali francesi, che lo difendevano, avevano commessi errori sopra errori; ed egli medesimo, prendendosi maggior cura delle cerimonie della chiesa che degli affari dello stato, passava gran parte del tempo ascoltando messe, sebbene fosse scomunicato come scismatico, ed una bolla pontificia lo privasse del suo piccolo regno. Ferdinando ne riconobbe la conquista, piuttosto che dal valore delle sue truppe e dall'abilità del suo generale, il duca d'Alba, dagli artificj con cui ritenne a Fontarabia il marchese di Dorset cogl'Inglesi, in modo di fare in suo favore una potente diversione[301]. Quando finalmente il regno di Navarra fu perduto, questo stesso rovescio lasciò la libertà a Lodovico XII di far riprendere alla sua armata la strada della Lombardia; e nel principio del 1513 cercò con nuove negoziazioni di sciogliere la lega che gli aveva tolto il Milanese, e di procurarsi in Italia nuovi alleati.